OLINDO GUERRINI.
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BRANELLI.
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Parte 2.
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1911. Floreal Liberty Editrice, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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INDICE di questa parte.
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La leggenda d'Attila in Italia.
Ser Lapo Mazzei.
Di un libro vecchio.
Iscrizioni.
Parole.
Guardia Nazionale.
Filosofia.
Divorzio.
Lazzaretti.
Piccole cause.
Ottobre.
Miracoli.
Il ritorno.
Finta battaglia.
Il primo amore.
Castel Debole.
Il quarto sacramento.
Giosu Carducci.
Giuseppe Refaldi.
Giovanni Ruffini.
Tommaso Carlyle.
Giovanni Arrivabene.
Di Silvio Pellico.
Silvio Pellico a Roma.
Lettere ad Antonio Panizzi. 1.
Merime a Panizzi. 2.
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FINE Indice.
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LA LEGGENDA D'ATTILA IN ITALIA.
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Alle volte ci lamentiamo di vivere in un mondaccio cane, e basta che il camino fumi, l'arrosto sia bruciato o l'agente delle tasse ci mandi un brano della sua prosa, perch montiamo su tutte le furie e diventiamo pessimisti peggio dello Schopenhauer, del Leopardi o dell'Hartmann. Ebbene siamo ingiusti, siamo incontentabili. Basta ritornare un po' addietro col pensiero per riconoscere che viviamo in una relativa et dell'oro, in una et tanto piena di sicurezza e di comodit da aver paura di un cataclisma. Dovremmo buttare gli anelli in mare come il felicissimo Policrate.
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Infatti, pensate un momento che bel gusto doveva essere il vivere al tempo di Sua Maest "Attila, figlio di Bendeguz, nipote del grande Nemrod, nutrito in Engaddi, per grazia di Dio re degli Unni, de' Medi, de' Goti, de' Daci paura del mondo, flagello di Dio." L'intera Europa visse parecchi anni negli spasimi della paura; nelle angoscie dell'agonia. Si aspettava la morte tutti i giorni, la rovina di ogni cosa pi caramente diletta, lo scempio della famiglia, la notte eterna ed i tormenti immaginati dalle feroci fantasie degli asceti, ed analizzati dai sillogizzatori di Bisanzio. Si tendeva l'orecchio al lontano rombo della tempesta e dopo il tuono si aspettava senza respirare il fulmine distruttore. All'orizzonte rosseggiavano gli incendi, il vento recava i lamenti delle vittime e gli urli dei carnefici, i fiumi portavano cadaveri, e i sacerdoti dicevano le sinistre parole dell'Apocalisse. Veniva il flagello di Dio.
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Dai ghiacci del settentrione scendevano i flagellatori, orridi nell'aspetto, feroci nell'anima: unni, rugi, goti, geloni, borgognomi, bellonoti, basterni, turingi, turcilingi, marcomanni, svevi, quadi, eruli, tutto quanto pi barbaro di pi sfrenato, di pi sanguinario errava dalla Scizia alla Borgogna, dalla China alla Scandinavia. Favelle orribili, urli selvaggi, facce ferine, irsute, tatuate, spaventose. E questa fiumana scellerata e sterminata si rovesciava tutta sull'Europa latina fatta mite di costumi nella sua decadenza, addormentata nella porpora e nei fiori, sfiorata appena dalle scorrerie di Alarico e di Radagasio. No, non si pu veramente immaginare fin dove sia arrivato lo strazio delle povere citt invase e la paura delle salvate. I barbari distruggevano e passavano, come la lava. Attila era veramente il flagello di Dio ed il martello del mondo, come egli stesso si diceva. Aquileia lo seppe.
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Grazie a recenti lavori, le tradizioni sulla morte d'Attila sono divenute notissime, ma nessuno sapr mai quale immenso respiro di sollievo dsse il povero mondo latino alla notizia di quella misteriosa morte. Permangono le vestigia del terrore come quelle della gioia per lo sfuggito pericolo, e stanno sparse nelle storie e nelle tradizioni municipali di parecchie citt dell'alta Italia. Passato il pericolo, o dopo lungo tempo le citt che temettero, confusero il pericolo temuto colla realt e credettero davvero di essere state saccheggiate dalle onde barbariche. Cos avvenne che quasi tutte le citt dell'alta Italia segnarono nella loro storia un eccidio dovuto al flagello di Dio, mentre in fatto Attila non pass mai il Po.
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Queste sparse tradizioni e leggende furono in un sol corpo ed ordinate in uno studio solo dal professor Alessandro d'Ancona, uno dei pochi professori che giunti al maresciallato dell'Universit seguitino a lavorare e non dormono come certi altri, i quali non potendo sperare nuove promozioni, si chiudono nel bozzolo dello stipendio, insensibili ed assopiti come i bachi. Il D'Ancona e pochi altri lavorano sempre ed instancabilmente, non per ottenere una promozione impossibile od una croce troppo facile ma per amore profondo e disinteressato alla scienza. Si pu non avere le opinioni di questi uomini, si pu, come pur troppo fanno certuni, credere inutili le loro fatiche, ma non si pu non rispettarli. Cos ne avessimo molti di questi professori nelle povere nostre Universit!
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Anche negli Studi di critica e storia letteraria stampati a Bologna, il professore pisano segue il sistema che diremmo storico a confronto dell'altro che diremmo filosofico. Poich ci sono due sistemi di critica letteraria oggi in Italia; al di qua del Garigliano, che rendendo conto di un autore studia prima la storia dei tempi, la biografia, l'ambiente morale e sociale, tutto insomma quel che giova a dare un giudizio conclusivo basato su fatti cercati, trovati, esaminati. Vedi ad esempio i lavori del D'Ancona, del Carducci, ecc. L'altro sistema, accettato specialmente di l dal Garigliano, dove le menti inclinano pi facilmente alle speculazioni filosofiche, consiste nell'immedesimarsi coll'autore esaminato, cercare di entrargli nella coscienza e spiegare cos logicamente le sue opere. Vedi il De Sanctis, lo Zumbini, ecc. Certo che questi sistemi non sono esclusivi ed ammettono ognuno necessariamente qualche invasione del sistema contrario. Ma la caratteristica della critica di questa mezza Italia  una prevalenza della ricerca storica, esterna; mentre il segno distintivo della critica dell'altra mezza Italia  una prevalenza della ricerca filosofica intima. Ottimi sistemi tutti e due quando sono usati da poveri di spirito che riescono a fare una indigesta compilazione o una esposizione di impressioni grottesche. Ma basta di questo.
Firenze  la citt che serba nelle sue vecchie cronache le pi imbrogliate tradizioni intorno ad Attila. Ricordano Malespini, vera o apocrifa che sia la cronaca attribuitagli, narra le pi stravaganti imprese compiute dal flagello di Dio in Firenze, narra le fiabe che senza dubbio le nutrici raccontavano ai bimbi sotto la cappa del camino. Tra le altre il re unno dalla testa calva e dalle orecchie di cane non potendo vincere la citt colla forza, la vince coll'astuzia invitando a desinare ad uno ad uno i giovani fiorentini e ammazzandoli poi e gettandoli nel fiume. Ne fa uccidere cos duemila, e i fiorentini se ne accorgono vedendo rosse le acque d'Arno e se ne accorgono troppo tardi perch, stremati cos di forza, sono facilmente soggiogati dal tiranno. Il buon Malespini non si accorse della inverosimiglianza di questa fiaba? Per ammazzare duemila uomini uno al giorno ci vogliono tra cinque a sei anni, e i fiorentini eran ben distratti se per accorgersi della mancanza di tanta gente aspettavano di veder rossa l'acqua d'Arno!
Il Malespini tra tante fiabe narra alcuni fatti veri, che sono per da attribuirsi al re goto Totila anzich all'unno Attila, proprio come il Villani attribuisce invece a Totila quel che spetta ad Attila.  proprio il caso inverso; e il Pucci, nel suo Zibaldone, non sapendo raccapezzarsi, fa di tutto un minestrone, un pasticcio mostruoso, dal quale si capisce solo come le tradizioni sulla invasione unnica, svisate, alterate, imbottite di fiabe puerili, persistessero tuttavia verdi e vivaci.
Anche Roma volle essere stata minacciata, e la prima gloria del papato nel medio evo, la fermata cio della fiumana barbara per opera di Papa Leone, fu portata dal Mincio sul Tevere. Ravenna, competitrice di Roma in quei tempi, volle appropriarsi la gloria del pontefice romano, e ci narr che il pontefice ravennate Giovanni comp l'atto che la storia rivendica a papa Leone. In questa leggenda ravennate, emula della romana,  accennato tutto un periodo storico rimastoci poco meno che sconosciuto. Quando la sede dell'impero fu trasportata a Ravenna, la chiesa della nuova capitale assunse una importanza nuova e grande, ed accenn a voler sopraffare l'emula. Gli arcivescovi ravennati si chiamarono pontefici ed i canonici cardinali. Tutta una storia di lotte fra le due chiese, tutta una guerra di raggiri, di tentativi, di scomuniche, di scismi deve essersi svolta tra Ravenna e Roma. Qualche frammento poco studiato ce ne rimane ancora, ma i particolari della contesa, le dottrine, le polemiche, quasi tutta insomma la storia vera di quel periodo furono soppressi o dal tempo o dagli uomini. Perdita dolorosa e forse irreparabile: ma varrebbe la pena che qualcuno riunisse le poche fronde sparse con amore e studio e ci dsse in un fascio solo quel che ancora ci resta dell'importante episodio. Onesto desiderio che probabilmente non sar mai soddisfatto.
Ma la leggenda pi gloriosa e, se la parola  lecita, pi romantica,  quella di Rimini. La leggenda riminese non , secondo il Thierry, che la riproduzione esatta di quella di Troyes, dove gli invasori, colpiti da subita cecit, attraversano l'abitato senza miracolosamente vederci anima viva; ma a Rimini non si parla di miracolo e lo stesso Attila rimane ucciso. Gli unni assediano la citt ed Attila travestito vi penetra. Si reca in piazza, sotto una loggia dove alcuni giuocano agli scacchi, e si ferma a vedere. Ad un tratto, ad un bel colpo, si dimentica d'essere incognito, vuoi dir la sua, e riconosciuto alla voce canina  preso ed appiccato alle finestre del palazzo Tingoli. Gli antichi commentatori di Dante conobbero e ripeterono la leggenda.
Ecco una leggenda, proprio leggenda. Qui non c' nulla che accenni al proselitismo religioso come nelle tradizioni di Modena, di Roma e di Ravenna. Non c' il fondamento storico delle tradizioni fiorentine che, confondendo Attila con Totila, fanno morire in maremma il re degli unni come in verit vi mor il re dei goti dopo la battaglia di Tagina. E' proprio lo spirito municipale che inventa belle e gloriose imprese per la esaltazione propria, senza rispettare e senza ricordare la storia. Le citt italiane al tempo delle invasioni barbariche, e specialmente degli ungheri, cominciarono a circondarsi di mura, ad ordinarsi alla resistenza, a combinarsi internamente in quegli organismi che determinarono poi la vita comunale. Questa leggenda  una reliquia dello spirito che, eccitando fortemente il chauvinisme municipale, tenne viva la fiamma sacra della indipendenza e della libert cittadina;  un esempio rozzo e primitivo di quegli entusiasmi che c'ispira oggi la patria comune. Mentre ora nella glorificazione della patria si procede per amplificazione, allora non si sdegnava anche un altro istrumento retorico, l'invenzione; e si trovava naturale che il flagello di Dio morisse ignominiosamente appiccato alle finestre di un cittadino qualunque.
Questa leggenda riminese si collega con quelle del Veneto. Ivi Attila fu veramente, e colle stragi e gli incendi giustific il soprannome di martello del mondo. Aquileia, Concordia, Altino furono distrutte, ma non senza che i vinti edificassero una tradizione gloriosa intorno alle loro sventure. Giano, Giglio o Egidio re di Padova  l'eroe principale in queste invenzioni, che furono poi rimaneggiate da mediocri letterati o condite di aromi cavallereschi per stuzzicare il palato del pubblico indotto. Il re padovano prodiga i pi bei colpi di lancia e di spada come un eroe dell'Ariosto, ma gli tocca ritirarsi in faccia al nemico che brucia senza misericordia le citt ed i castelli dei quali riesce ad impadronirsi. Padova  assediata e sotto alle sue mura accadono battaglie epiche, degne dei canti d'Omero e del sangue troiano che i discendenti di Antenore hanno nelle vene. Attila manda a sfidare il buon re Giano, ed assistiamo ad uno scontro in campo chiuso come tra i cavalieri della Tavola rotonda. I cavalli galoppano, le lance si spezzano, ed Attila, da buon nemico della fede e della cavalleria, cade di sella colle gambe per aria. Giano scende da cavallo e colla spada recide un orecchio all'avversario; ma quando sta per recidergli anche la testa, gli Unni rompono fede alle consuetudini cavalleresche e cinquecento dei loro invadono il campo, salvano il re e fanno prigione il paladino vincitore. Attila per, da buon cavaliere, il giorno dopo libera Giano e fa appiccare i suoi cinquecento salvatori.
E qui la leggenda, che gi aveva lasciato il tipo di tradizione municipale per assumere quella del romanzo o del poema cavalleresco, lascia anche le alte regioni d'Italia che Attila, in fatto devast, per scendere nell'Italia centrale che fu immune dalla unica rabbia. Qui la leggenda veneta si collega colla riminese, poich il buon re Giano, non potendo pi resistere in Padova, fugge di notte tempo e si riduce a Rimini. E qui anche vediamo l'orgoglio delle famiglie feudali prevalersi della leggenda per crescere l'antichit della propria genealogia, e gli Estensi, sino nelle scorcio del secondo XVI, indurre i Barberi a rimescolare e rattoppare la leggenda a maggior gloria della dinastia ferrarese. A Rimini accorrono i cavalieri da ogni parte d'Italia per la difesa del buon re Giano, ed ogni famiglia illustre, ogni libera citt vuole averci avuto i suoi rappresentanti. Attila, persuaso di non poter espugnare una citt difesa tanto bene, lascia in disparte il codice cavalleresco, e travestito da pellegrino francese, con un coltello avvelenato, entra in citt per ammazzare Giano. Il buon re, armato da capo a piedi, stava giocando agli scacchi, ed il flagello di Dio, aspettando il momento propizio, stette a vedere i giocatori. Anche qui l'entusiasmo per un bel colpo trad l'incognito, e l'orecchio perduto a Padova fin per constatare l'identit. L'Unno s'inginocchia umile a domandar salva la vita, prega, piange, promette persino di farsi cattolico, ma la vendetta dei vinti  inesorabile: la tradizione lo fa morire da vile, e l'anima del terribile flagellatore non abbandona il corpo indignata come quella di Turno o bestemmiando come quella di Rodomonte, bens piangendo come quella di una imbelle femminetta.
Lasciamo oramai questi racconti. Chi ne  vago pu trovarli negli Studi del D'Ancona, confortati da una meravigliosa erudizione e da un acuto esame delle fonti. Notiamo solo che intorno ad Attila c' stata in Italia una moltitudine di leggende popolarissime che ora non sono conosciute pi che dagli eruditi. E lo notiamo per riflettere come nella letteratura nostra si trovi che l'epica nazionale, a differenza di quel che accade in tutte le altre letterature, non ha potuto prender piede mai. Omero, Virgilio, i Nibelunghi, le epopee romanzesche francesi, l'Edda, insomma quasi tutte le epopee straniere od antiche sono calde di entusiasmo nazionale, sono cosa del paese e narrano fatti o immaginari o veri, ma nel paese accaduti. In Italia l'Ariosto ed il Tasso cantarono di cose non italiche, ed il povero Trissino che tent un poema di argomento patrio riusc come tutti sanno. Le imprese italiane non ebbero altri canti che gli eroicomici, la nostra storia non ispir ai poeti che la Secchia rapita, il Torracchione, il Catorcio ed altri poemi che sono belli senza dubbio, ma che sono ben lontani dall'ispirarci i sublimi entusiasmi della Iliade o del poema del Cid.
Quali sono le ragioni di questa mancanza di ispirazione italiana nella nostra epopea? Perch almeno questo periodo delle invasioni barbariche, che non doveva impaurire i regnatori come quelli dei comuni e di Legnano, non tent qualcuno alla vera epopea italica?

Ci vorrebbe troppo tempo e troppo spazio a rispondere. Le ragioni sono molte, ma qui mi limito a notare che senza dubbio in noi italiani c' stato e c' troppo scetticismo che ci trascina all'ironia comica del Tassoni, troppa indifferenza che ci conduce ai capitoli berneschi, perch un poema possa far fortuna se condotto sul serio e senza intenzioni polemiche.
L'epopea  morta, la tragedia  morta. Quanti sepolcri!



SER LAPO MAZZEI

Con la molto reverenda Accademia della Crusca non ho altro di comune che il pio desiderio di scrivere in lingua italiana; non so dunque chi sia l'arciconsolo, chi tenga il manico del frullone, chi impasti, chi inforni e chi serva in tavola. Cos non so se il signor Cesare Guasti appartenga da presso o da lontano al sodalizio che il pi bel fior ne coglie, bench'io lo supponga; primo perch mi pare di averlo sentito ricordare nel processo Cerquetti di stravagante memoria; poi perch i toscani di una certa coltura son tutti della Crusca. Se poi non lo fosse, peggio per l'Accademia.
Mentre alcuni accademici si contentano di ringhiare e d'abbaiare come i botoli de' barocciai, e riescono, a forza di pettegolezzi muliebri, alla indecorosa scena del Tribunale di Milano dove il mio buon Cerquetti si sent condannare a due lire di multa per aver detto all'Accademia quel che non si dice ad una donnaccia, c' per chi lavora nella bottega dell'arciconsolo, e le buone tradizioni non sono perdute ancora. E quando anche il Guasti, in un momento di bile accademica, avesse peccato in quel ridicolissimo processo Cerquetti, molto gli deve esser perdonato perch almeno egli lavora, ed a cose pi utili che sgusciar parole, bollare avverbi, a notimizzare preposizioni, come parecchi Carneadi del Vocabolario sempiterno.
Dio nella sua infinita misericordia mi liberer dalla tentazione di mettere il naso nel misterioso buratto; cos egli mi tenga le sue sante mani sul capo e non permetta ch'io sia mai accademico di nessuna Accademia o cavaliere di nessun ordine. Lascio dunque a chi se ne intende il magro gusto di giudicare della bont e seriet del Vocabolario e mi fermo a lodare le pubblicazioni curiose ed utili del Guasti, come quella delle lettere di Alessandra Macinghi degli Strozzi e questa dell'epistolario di ser Lapo Mazzei. Sbaglier perch, ripeto, sono volgo profano; ma mi pare che simili pubblicazioni dove le parole sono vive, dove si pu dire, operano e significano nella continuit di un discorso quasi di uno che parli, siano pi utili di quei lessici dove le parole sono morte, ordinate in classi ed esposte al pubblico come le farfalle e i calabroni infilzati negli spilli sotto le vetrine dei musei.
E, in queste lettere di ser Lapo Mazzei, c' ben altro che parole. C' una risurrezione meravigliosa di parecchie persone, le quali ci tornano davanti agli occhi dell'intelletto, non gi solitarie come statue di monumenti che per miracolo si movessero e parlassero, ma col tempo loro, coi loro congiunti ed amici, colle passioni, le virt, i difetti di ciascuno e l'azione e la relazione di ciascuno cogli altri. E' insomma un frammento di societ che risuscita col suo ambiente, i suoi colori veri, il suo sangue e la sua carne. E' la Crusca mi bolli la parola,  la borghesia del Trecento che esce dal sepolcro, getta il sudario e si offre viva agli occhi, quasi al tatto, degli epigoni meravigliati. Davvero a legger quelle lettere del buon notaio si scorda che ora sulla via da Firenze a Prato ci corre il tramway (o Crusca, come si dice?), e par di vedere il buon Lapo trottare tranquillamente sulla sua muletta per salire al poderetto di Grignano a vedere come mettano le vigne.
Francesco di Marco Datini da Prato fu mercante ricchissimo ed ebbe banchi suoi in Firenze, in Avignone, in Pisa, in Genova, in Valenza di Spagna, in Barcellona ed in Maiorca. Venuto su dal nulla, il popolo adatt a lui la storiella del povero giovane arricchito per avere recata una gatta in una isola infestata dai sorci; storiella vecchia e cosmopolita, che la ballata inglese adatta al lord mayor di Londra, Dick Vittington, e dal suo gatto Puss. Buon cristiano quanto buon mercante, non avendo altri figli che una bastarda natagli da una schiavetta che teneva in casa, pens di spianarsi la via del paradiso lasciando, come fece, tutto il suo ai poveri. Il Ceppo, istituzione del Datini, vive ancora; forse perch il fondatore e il suo consigliere ser Lapo, con giudizio raro in quei tempi, misero ogni studio ad allontanare in perpetuo ogni pretenzione d'ingerenza ecclesiastica dall'opera pia: e colla istituzione vive ancora benedetta in Prato la memoria del benefico mercante. La buona stella che salv il Ceppo dalle burrasche per cinque secoli, lo salvi da un prossimo rimaneggiamento delle opere pie.

In un sottoscala abitato dai sorci, dai tarli e qualche volta, pare, visitato dai ladri, gli amministratori dell'opera, pi teneri della fortuna de' poveri, forse, che degli archivi e delle cartacce, tennero ammucchiati fino a pochi anni addietro i documenti vecchi del Ceppo. Questa negligenza di cinque secoli chi sa se venne solo per nuocere? Chi sa se le carte preziose siano state pi al sicuro nel sottoscala che negli armadi di qualche biblioteca? Lasciamo andare: basti che un bel giorno gli amministratori, forse presi da vergogna, pensarono a riordinare l'archivio, ed incaricarono della faccenda un tal sacerdote Benelli che, amico del Guasti, gli fece vedere le lettere di ser Lapo al Datini. Il Guasti  di Prato, e il pensiero di erigere al proprio benefico concittadino un monumento aere perennius, lo mosse alla pubblicazione del curioso epistolario. Pare che il Guasti abbia il felice istinto delle pubblicazioni utili sia alla storia che alla lingua, e basti quella delle Commissioni di Rinaldo degli Albizzi per darmi ragione.
Il carattere pi curioso e, direi, pi trecentista che si trovi in queste lettere,  quello dello stesso ser Lapo. Sembra tolto di peso da una novella del suo contemporaneo Sacchetti e ci si presenta con una tale evidenza che par quasi d'averlo conosciuto.
Ser Lapo era pratese anch'egli, ma fino si pu dire dalla giovanezza stava a Firenze a fare il notaio. Ebbe dimestichezza con Coluccio Salutati e pi con Guido del Palagio che gli parve il pi compiuto tipo di cittadino e di cristiano possibile. Ne parla sempre con una rispettosa amicizia che si avvicina alla venerazione e vuole che anche il Datini lo ami, lo frequenti e gli scriva; e se il Datini non lo fa, lo rimprovera. L'amicizia stessa che porta al suo ricco compatriata  delle pi affettuose e profonde. Se questi gli fa un qualche regalo, subito la sua delicatezza si spaura; ma quando pu, gli presta i pi fedeli ed importanti servigi senza nessun secondo pensiero, per candida e servizievole amicizia. Quando non pu dargli la sua opera, gli d consigli cristiani, gli parla di Dio con ingenuit di core e di fede, con fiamma d'amore, e gli procura la conoscenza di uomini riputati santi, come il beato Giovanni Dalle Celle ed il beato Giovanni Dominici. Si vede uno che, non potendo far altro, cerca di far del bene all'anima dell'amico al quale si  dato tutto, con amicizia sviscerata; e, sicuro della rettitudine propria, non teme di rimproverarlo quando lo crede necessario. Di queste amicizie, direte, non ce n'erano che allora. D'accordo, ma o sont elles les neiges d'antan?
E ser Lapo non era poi il primo mozzorecchi capitato. Anch'egli fu squittinato pel Priorato, fu notaio della Signoria e dei dieci di Balia, ambasciatore a Faenza, e notaio della importante ambasceria che a Genova nel 1381 tratt della pace col Visconti. Ma, come amava i cibi grossi, cos non cercava gli onori e rimase contento all'esercizio della sua professione ed all'esser notaio dello Spedale di Santa Maria Nuova che am pi di casa sua. Era uomo di casa, ed amava la famiglia con una certa severit antica della quale ora non si troverebbe traccia che lontano, molto lontano dalle citt. Ebbe pi di quattordici figli da madonna Tessa (tacete, matti ricordi di Calandrino!) sua moglie, che ricorda di rado, quasi per caso, in queste lettere. Li amava alla sua maniera, facendoli imparare a leggere, scrivere e far di conto, poi avviandoli ad un'arte magari manuale, senza risparmiar nulla per loro ed avvenzzandoli al pensiero ed al bisogno di bastare a s stessi colla certezza di nessuna eredit paterna. I notai de' nostri giorni non avrebbero sicuro di queste idee.
"Educatore severo, con un cuore tenerissimo; che i fanciulli ruzzassero (e' dice sfogar le pazzie) gli piaceva: un figliuoletto che pativa di mal caduco, detto allora mal maestro, teneva a dormire seco. Servit non aveva. La donna, non sana, cuciva ai figliuoli i calzoni o, come allora dicevano, le calze; e la roba faceva venir da Prato per risparmio. Alla donna confessa che talvolta era amaro, ma dell'amor maritale conosceva la pi pura sorgente e albero della nave chiama le madri.
"Amava la villa, e come che a Grignano non avesse che pochi campi (e' dice un orto) e qualche stanza dove abitava la madre sua vecchiarella, l spesso andava, cos a cavallo, per rivedere monna Bartola e far le faccende della ricolta e della vendemmia. Gran pensiero si dava de' vini; la vigna accomodava di propria mano; un po' di buon aceto voleva in casa. Cibi grossi preferiva e vestire di poca apparenza: d'essere i suoi venuti dal contado si teneva onorato, e Carmignano gli viene spesso sulle labbra per far capire ch'egli aveva modi villerecci e cervello sottile".
Insomma il nostro buon notaio era il modello di un repubblicano guelfo, di un democratico cristiano, trecentista e toscano.
Ed era anche un modello d'impiegato. Non so come vadono ora le faccende allo Spedale di Santa Maria Nuova. Spero, credo, desidero che vadano a gonfie vele e che i lasciti siano amministrati sempre come quelli del 1348 dei quali disse Matteo Villani: "Questi lasciti si distribuiscono assai bene, perocch lo Spedale e di grande elemosina e sempre abbonda di molti infermi uomini e femmine i quali son serviti e curati con molta diligenza e abbondanza di buone cose da vivere e da sovvenire ai malati, governandosi per uomini e femmine di santa e buona vita". Ser Lapo era uno di questi uomini di santa e buona vita, e se gli amministratori presenti non aspirano alla canonizzazione, senza dubbio saranno rispettabili e di specchiata onest come il buon notaio pratese. Ma si pu per giurare, se non scommettere, che l'amministrazione sar pi complicata che non fosse al tempo di ser Lapo, che con un solo camarlinguzzo mandava avanti tutta la barca. Tenevano meno libri, c'erano meno moduli e meno controlli che non ci siano adesso. "Egli andava a veder le terre dello Spedale; nei beni lasciati per testamento indagava se fosse magagna di usure, perch lo Spedale non si caricasse di legna verde; nell'esazione dei crediti regolava in modo le cose che gl'impotenti debitori non s'avessero a lamentare de' poveri. Cinquanta reditadi amministrare e secondo la volont dei testatori distribuire l'entrata; e molte limosine che venivano cos a mano dispensava; e perch v'erano mercanti che a fin d'anno, veduto il guadagno dei loro traffici d'una parte facevano limosina, a lui andavano, come ad uomo che aveva il segreto di molte miserie, per far limosina che fosse buona. In tutto questo maneggiare nascoso di carit, gliene andava talvolta del proprio; minuzzoli (come' e' dice) del pane ch'io doveva mangiare. Ma per questo era pi lieto; e ricevendo come notaro la mercede di dieci fiorini al mese credeva di viver del sudore de' poveri". Davvero se gli impiegati non chieggono al papa la canonizzazione di ser Lapo Mazzei, hanno il pelo nel cuore.
Una cosa soltanto mi sorprende in questo curioso epistolario. Quelli erano brutti tempi e la repubblica si trovava in uno de' suoi pi pericolosi cimenti: la lotta contro quel Conte di Virt che Colucci Salutati chiamava Comes vitiorum. Senza dubbio ci furono dei momenti di gioia e di angoscia grande, e spesso lo spavento entr nelle case e nel cuore dei cittadini. Ma il buon notaio appena parla delle cose pubbliche, se non quando si tratta di lavorare pel Datini e trovargli e fargli trovare raccomandazioni potenti per scansare qualche accrescimento di tasse nei maggiori bisogni della repubblica. Eppure, per quanto ser Lapo fosse distaccato dalle cose di questo mondo, eppure era buon cittadino ed aveva sostenuto cariche importanti. Egli invece nei momenti pi critici cerca i buoni tribbiani e a prima vista pare un indifferente; un epicureo alla sua grossa maniera temperato di molta religione. Questo non me lo so spiegar bene. Che allora si parlasse di politica meno che ora, sia pure e tanto meglio ma che nella corrispondenza confidenziale di due amici non vicini, uno dei quali era intrinseco anche dei principali personaggi della repubblica, non se ne facesse mai o quasi mai parola, mi sorprende. O come il Datini, che aveva tanti interessi, non cercava mai informarsi? O come ser Lapo era tanto indifferente alle vicende del paese che amava pure e serviva? Io non mi raccapezzo.
Se l'argomento non fosse troppo delicato, ci sarebbe anche qualche cosa da dire intorno alla religione del nostro notaio. Cristiano pi fedele, pi umile, pi convinto di lui non si potrebbe trovare; e nelle sue lettere qualche volta diventa ascetico come un romito contemplativo. Eppure qua e l gli scappa qualche frase strana, come sulla libert della mente e su quel che dovrebbe fare il papa per tor via lo scandalo. Sicuro della purezza delle sue intenzioni, giudica sicuro pi che oggi non sarebbe tollerato da una stretta ortodossia. Ma di questo lasciamo, prima perch queste scappate non tolgono nulla alla fisonomia austeramente religiosa del nostro Lapo; poi perch  ora di finire. Oramai il lettore vegga il resto da s.



DI UN LIBRO VECCHIO

Eccomi di nuovo.
Tra queste righe e le precedenti corsero parecchie settimane, ma la colpa non  mia:  delle crude stelle, direbbe il Metastasio. Il fatto  che le stelle, il sole, la luna e pi di tutti il padron di casa, m'hanno costretto a ricorrere all'arcangelo san Michele, la cui festa si celebra agli otto del canoro mese di maggio; ed ho trasportati i penati, le casseruole e tutte le mie masserizie in un altro domicilio. Chi s' trovato in simili frangenti, capir che sia impossibile fabbricare pasticci scritti in tanto scompiglio e mi compianger. Quanto a me, trovo curioso che i tristi avvenimenti di questi giorni siano posti sotto l'invocazione dell'arcangelo invitto che, nella tradizione cattolica e nel poema del Milton, debell il demonio. I carri dei bagagli sono caricati e scaricati a suon di bestemmie; i due peccati capitali, ira ed invidia, regnano sovrani senza grave detrimento degli altri cinque; insomma si dannano tante anime nel giorno di san Michele, da far quasi credere che per alcune ore il demonio abbia il disopra. Non so dunque perch si festeggi un santo, proprio nel giorno meno propizio... Basta: lasciamo andare, per non dire qualche eresia, e lasciamo fare chi se ne intende.
E pur troppo, in quel disgraziato giorno, il diavolo ebbe una fetta anche dell'anima mia; e me ne confesso in pubblico, come facevano i fedeli nei primi tempi del cristianesimo. Anzi n'ebbe due fette: una per via del cambiar casa, e l'altra per la lettura di un libro proibito che feci appunto tra un peccato d'ira ed uno d'impazienza. In verit ch'io sono un gran peccatore, e spero che voi cari lettori, non mi dimenticherete nelle vostre orazioni.
Lessi dunque un libro latino, le Epistolae obscurorum virorum, che altre volte avevo scorso con pochissima attenzione, badando piuttosto alla festivit del latino maccheronico che alla ferocia della satira ed alla importanza storica o polemica del contenuto. Letto con attenzione e con maggiore preparazione ad intenderlo, il libro mi fece tutto altro effetto. Mi pare strano che i poveri teologi di Colonia, tanto spietatamente flagellati in quel libro, non si siano impiccati per disperazione come Licambe e Neobulo dopo i giambi di Archiloco. Ma forse dalla teologia loro attinsero la forza di resistere alla tentazione, pensando che il suicidio  peccato.
Il Rinascimento fu splendido in Italia, ma si ferm piuttosto alla parte formale. Appena la stampa fu inventata in Germania, si vide l'Italia profittarne subito, meglio che le altre nazioni. Quando in Germania non si stampavano che Bibbie e libri ascetici, qua Aldo aveva gi dato fuori quelle magnifiche edizioni di classici latini e greci che oggi ancora sono cercate assiduamente e pagate riccamente. Ma la cultura non giunse alle radici della pianta italica. Diventammo met scettici e met pagani, chiamammo Giove quel Dio che fu gi il terribile Jehova degli Ebrei, sorridemmo del papa, dei sacerdoti e della religione, senza procedere oltre, senza che le coscienze provassero la necessit di una fede nuova o di una riforma della vecchia. Il Valla parve deliberato per un momento a combattere la potenza pontificia e ad assalirla nel punto vulnerabile; ma, in fondo, la sua non fu che una ribellione di umanista malcontento, che parla con ornatissimo stile ad un pubblico di umanisti scettici come lui. Nessuna convinzione, nessuna fede spinse i letterati e gli artisti alla discussione dei pi delicati problemi della coscienza.
Parve che il Valla scrivesse contro la pretesa donazione di Costantino per far paura od ottener patti pi grassi. Certo poi torn in grazia, scrisse se non la palinodia, almeno una giustificazione; e ad ogni modo contese con Roma non per fede, ma per ira, appunto come inve con eleganti e maligne invettive contro il Poggio ed il Filelfo, che lo ripagarono a misura di carbone.
Lo stesso Savonarola non dommatizza, non discute le deviazioni del pontificato, le consuetudini, le sentenze dei Padri, la nuova costituzione della Chiesa ed il nuovo aspetto del cattolicismo. Egli si ferma alle applicazioni, e sembra piuttosto un politico che un teologo. Roma oppone il domma ai suoi assalti, ed egli non osa pi assalire il nemico dietro quella sacra trincea. Cos tutto si adagiava in una accidia di coscienza, in un torpore dell'anima che furono fatali all'avvenire delle nazioni latine; poich si pu bene stimare che le discussioni di religione siano vane ed inutili quanto quelle della filosofia, ma non si pu negare che quelle siano appunto le liti che accendono di pi gli animi, scaldano i combattenti fino ad invocare il martirio e commuovono le nazioni fino alla intime midolle, trascinando chi veramente crede a imprese gigantesche, ad eroismi che paiono sovrumani.
Basta vedere come lo stesso umile latino maccheronico prenda una importanza diversa, secondo si usa per ridere, come in Italia, o per uccidere, come in Germania. Tifi Odassi e Teofilo Folengo cantano baie dove qua e l scappa fuori qualche impertinenza ai preti o ai frati, ma che sono e restano baie senza proposito. L'Alione tutt'al pi sale a qualche invettiva politica; e l'Orsini, il notissimo maestro Stoppino, non fa che tradurre i capitoli degli imitatori del Berni nel latino maccheronico pi insulso. In Francia l'Arena, il Germain ed altri non imitano Folengo che per comporre satire politiche di poca importanza. Solo Teodoro di Beza, il dotto calvinista, nella sua Epistola a Benetto Passavanti, si leva pi in alto e mira a render popolari gli argomenti religiosi e i sillogismi della dialettica protestante. Ma in Germania, l dove un nuovo mondo morale si formava, giovane e fecondo, sotto gli strati sterili della teologia scolastica che aveva ritardato il Risorgimento, in Germania, quel latino maccheronico che diede a noi le frottole di Baldo o le lodi della bugia o peggio, diventa un'arma terribile e lascia tali ferite ai vecchi pregiudizi, che il sangue ne spiccia ancora e non si chiuderanno pi.
Mentre l'invenzione della stampa, fatta in Germania, aiut possentemente e quasi cre il Rinascimento italiano, questo, dal canto suo, quasi cre la Riforma germanica, la quale comincia appunto quando i pensatori tedeschi abbandonano le strettoie della scolastica per accostarsi alla libert dell'umanesimo. Erasmo ebbe paura del moto c'egli stesso aveva in gran parte promosso co' suoi scritti, ma ci non toglie che dalla sua grande ed elegante coltura non debbano riconoscersi le origini della rinnovazione della coltura e della coscienza tedesca. Quando Reuchlin a vent'anni insegnava il greco in Basilea, era tenuto un prodigio, e dicesi che fosse il primo tedesco che sapesse parlare la lingua d'Omero. Ma pochi anni dopo, molti lo sapevano come lui, e Lutero studi profondamente il greco e l'ebraico per poter tradurre la Bibbia. Cos il rinascere della coltura serviva in Germania allo sviluppo della Riforma. Noi ci fermammo a gustare le bellezze della retorica di Cicerone. I tedeschi la studiarono per liberarsi da Roma, per combattere e vincere. Leone X cercava il piacere nella coltura, appunto quando Martin Lutero vi cercava la libert.
A Colonia, un ebreo convertito ed un inquisitore chiesero che i libri degli ebrei, eccetto la Bibbia, fossero bruciati. L'imperatore chiese consiglio a Reuchlin, che lo diede contrario. Di qui ire, contumelie, diatribe, libelli infamanti fioccarono da tutte e due le parti; ed appunto in difesa di Reuchlin e contro i teologi di Colonia vennero fuori queste Lettere di uomini oscuri, che mi paiono il sommo dell'atrocit cui possa giungere la satira.
Il volume consta di tre libri di lettere in latino da cucina, dirette ad Ortuino Grozio, uno dei teologi di Colonia, e che si fingono scritte a lui dai suoi colleghi o aderenti. Mi ricordo come la prima volta che scorsi i tre libri delle Lettere non pensai nemmeno che quei nomi potessero esser veri. La satira era tanto sanguinosa, che fino dalla prima pagina fui istintivamente persuaso che quei nomi fossero immaginari, come in una satira o in un epigramma si mettevano e si mettono ancora, da alcuni, nomi d'invenzione, come quelli de' personaggi delle commedie. Invece i nomi sono veri, e Ortuino Grozio e tutti gli altri nominati nella satira vissero e presero parte alla lotta contro Reuchlin. Le guerre di religione sono le pi feroci di tutte, anche quelle che si combattono nei libri.
Le lettere che si fingono dirette a maestro Ortuino dai suoi amici sono piene di scimunitaggini messe a posta in bocca agli avversari di Reuchlin. E quando non ci sono sciocchezze, ci sono ribalderie, brutture, oscenit madornali, raccontate come in confidenza all'amico in un latino ed in uno stile ridicolissimi. Gli  come, mettiamo, chi fingesse un epistolario dei deputati di destra che scrivono al Sella, o di quelli di sinistra che scrivono al Depretis, chiacchierando confidenzialmente di brogli, di frodi, di infamie commesse, raccontando le pi turpi birberie possibili fino i pi schifosi delitti contro il buon costume. E quando lo stile, bench messo in caricatura, fosse per ciascuno cos ben copiato da indurre per un momento in dubbio i creduli, come accadde per le Lettere degli uomini oscuri, si avrebbe ancora una sbiadita idea della ferocia della satira tedesca, la quale ai suoi tempi fece tal rumore, che Lutero stesso dovette disapprovarne gli autori.
Gli autori delle Lettere, furono Ulrico di Hutten e Groto Rubiano, bench, secondo il Monike, a loro non spettino che gli ultimi due libri e il primo sia dello stampatore Wolfang. Eppure Ulrico di Hutten, cos feroce in queste sanguinose lettere, fu buono e generoso cavaliere. Tra lui e l'inquisitore Hochstraten, quello stesso che voleva bruciare i libri ebrei, che bruci quelli di Reuchlin e assal ignobilmente Lutero, c'era odio mortale. Un bel d s'incontrarono in una strada di campagna e deserta. L'inquisitore si butt in ginocchio davanti al cavaliere, piangendo e chiedendogli misericordia della vita; e il cavaliere, stomacato da tanta vigliaccheria, gli diede un paio di piattonate, gli volse le spalle e se ne and sorridendo di compassione.
Ebbene; a leggere quelle polemiche furibonde, quelle satire selvagge, quegli epigrammi cannibaleschi, oggi si rimane sorpresi. Pare impossibile che le ire di religione possano torre a quel modo la misura del giusto ed il lume degli occhi! Oggi gli scismi e le eresie non hanno pi ragione di essere; i tentativi di qualche ingenuo e le prediche dei vecchi cattolici e del padre Giacinto non fanno pi n caldo n freddo. Oggi un nuovo Lutero o finirebbe al manicomio o al domicilio coatto. Ognuno pensa a modo suo, adora Dio come crede o non l'adora affatto; e per questo non c' bisogno di fabbricare nuove religioni, di scriver biblioteche intere, di mettere in moto eserciti di soldati e di predicatori. Ognuno di noi compie il suo piccolo scisma da s, o volgendo le spalle al culto antico, o soltanto mangiando una costoletta il venerd, senza per questo bruciar le bolle del papa in piazza o argomentare, come Lutero, davanti alla Dieta ed all'imperatore. Questa libert di fatto, la quale riceve appena qualche piccola limitazione nelle manifestazioni esterne del culto che potrebbero ledere i diritti altrui, ci ha avvezzati ad una tranquillit religiosa profonda ed imperturbata che spesso  indifferenza bella e buona, ora leggendo i libri scritti nel secolo XVI pro e contro la Riforma, ci troviamo come in un altro mondo strano e meraviglioso cos, leggendo la Bibbia, ci sentiamo fuori e lontanissimi dal mondo dove viviamo. Pare impossibile che si sia sparso tanto sangue e tanto pianto per avere il diritto di far la comunione col calice!
Era a questo modo, riflettendo filosoficamente alle storture dello spirito umano come un monaco consacrato alla vita contemplativa, ch'io seguiva i carri dove la roba mia andava a sconquasso prima di giungere al nuovo domicilio. Era proprio quello il tempo di simili riflessioni! Storture anche queste dello spirito umano, direte voi; e se stesse a me, direi che dite bene.



ISCRIZIONI

Il Panzacchi, parlando delle iscrizioni di Teodorico Landoni dice: "Delle iscrizioni parmi che si possa oggi dire come delle statue monumentali; e cio che al nostro tempo ricorre frequentissima l'occasione di farne, mentre si manifesta assai scarsa l'attitudine nostra a farle bene." E questa verit parve cos terribile al Carducci, il quale pure di epigrafi e bene ne ha fatte parecchie, che giunse sino a disperare dell'attitudine della nostra lingua alla maest dello stile lapidario; e ricordo ancora una sua sdegnosa lettera contro gli autori di un prontuario di indirizzi, dove egli era notato come epigrafista. Mise gli autori del libercolo e l'epigrafia italiana tutti in un fascio; scomunicandoli tutti, salvo poi a fare il giorno dopo una delle pi belle iscrizioni italiche, come quella che commemora gli studenti morti per la patria nell'atrio della Universit di Bologna.
Teodorico Landoni non disper cos, che anzi, senza che nella sua modestia osi dirlo, credette di poter competere anche con la epigrafia latina: se non con la vera dei consoli o degli imperatori, almeno con quella degli epigoni, con quella dei moderni che vestirono pi degnamente la toga latina: e quanto a me, credo che egli abbia pi che raggiunto l'intento suo segreto.
Il nome del Landoni, che potrebbe essere uno dei pi conosciuti in Italia,  invece noto soltanto a quella classe di studiosi che non cercano la copia, bens la sceltezza, a lor nutrimento. E la colpa di questa fama ristretta ai migliori e non scesa in bala delle scapigliature della piazza, la colpa di questa tranquilla modestia del nome,  tutta propria di colui che lo porta, poich la ricerca della pi scrupolosa correzione, unita a buona dose di accidia, fecero del Landoni uno dei pi corretti ma dei meno produttivi autori italiani. Egli non ha saputo peccare, mentre oggi una delle condizioni del trionfo  l'avere peccato.... e molto!
Il padre del Landoni si chiamava Jacopo, e fu uno dei pi bizzarri cervelli che producesse mai la Romagna. Pareva che in lui rivivesse uno di quei fiorentini arguti che lasciarono tanti argomenti di novelle al Boccaccio, al Sacchetti ed al Lasca, e le cui beffe rimasero come tipo della festivit di tutto un secolo. Le beffe di Jacopo Landoni non erano cos feroci come quelle di Maso del Saggio o del Brunelleschi, ma anch'egli cercava i Calandrini e i Grassi legnaiuoli per goderseli. I preti e il governo, che allora erano una cosa sola, erano perseguitati dal bizzarro Jacopo, e a dir vero gli rendevano il cento per uno facendolo tribolare con ogni sorta di angherie. Ma Jacopo Landoni, tuttavia soffrendo, non manc mai di cavarsi i capricci alle spalle dei Calandrini reverendissimi, e per molto tempo, forse oggi ancora, riusc a far celebrare un triduo per un miracolo tutto di sua fattura.
Abitava presso San Giovanni Battista in Ravenna, e il cortile di casa sua era appunto sotto al campanile. Sull'imbrunire, Jacopo Landoni riusc ad entrare nel campanile, e salito sino alle campane, infil una cordicella nel battaglio della maggiore che era forato da parte a parte. Lasciata scorrere la cordicella per un buon tratto entro al buco, ne gett i due capi nel cortile e scese. Sul punto di mezzanotte, afferrati i due capi della corda, si diede a suonare alla disperata. Il sacrestano, i preti, il vicinato furono in un momento sossopra, e nessuno osava salire per conoscere l'origine del terribile scampano. Si mand a chiamare la forza armata, cio quei certi soldati del papa che hanno una leggenda di prudenza confinante con qualche cosa di peggio, e intanto la campana affrettava il suo martellare, e mezza citt destata e sorpresa accorreva. I soldati con la baionetta in resta salivano lentamente, urlando certi gran chi va l, soffocati dal rimbombo del bronzo sacro, che pareva infuriare ad ogni nuovo passo della forza; e il Landoni, intanto, nell'oscurit del suo cortile, osservava il lento procedere dei lumi nella chiocciola del campanile e sonava come un indemoniato. Quando i lumi furono quasi giunti in alto, egli lasci andare un capo della cordicella e tirando sollecitamente per l'altro, sfil il battaglio come si sfila un ago tirando per un capo filo. La corda non era ancora in terra, che i papalini proruppero nella camera delle campane, puntando avanti le baionette e urlando alt!... Non c'era nessuno! Il battaglio dondolava ancora, la campana vibrava ancora, e non poteva trattarsi di una illusione. Dunque?... La spiegazione la dette Jacopo Landoni, che intanto s'era cacciato nella folla, sostenendo che quello era un miracolo. E per miracolo fu battezzato e cresimato, tanto che credo si faccia ancora un triduo solenne ad perpetuam rei memoriam.
Le facezie i motti e le burle di Jacopo Landoni potrebbero empire uno di quei libri di Ana dove si accolgono le arguzie degli ingegni bizzarri. Ma se alcune di queste facezie sono di genere scatologico ed altre solamente gustabili da chi vive nella patria del Landoni stesso,  fuor di dubbio che abbondano di sale e di spirito. I pochi sonetti in dialetto del vecchio Landoni sono pure modelli di festivit inimitabile; eppure in lingua italiana egli fu scrittore grave e solenne forse troppo quando il capriccio lo volse a tradurre le Maccaronee del Folengo. Come tutti gli scrittori suoi contemporanei, ebbe un rispetto tanto grande della lingua, una venerazione cos severa, che gli guast lo scherzo. Lo stesso Maestro Ircone, satira feroce ai puristi, o meglio ad un purista che razzolava tra le scorie del Trecento pensando di raccattar gemme, non esce da quella seriet solenne de' linguisti d'allora ed  ben lungi dalla brillante festivit delle cose in dialetto.
Questo rispetto quasi religioso alla propria lingua, Teodorico Landoni l'eredit dal padre. Gli uomini dalla correzione squisita, quasi non osano tentare lo scherzo, quasi temono di peccare verso l'onore dell'idioma materno piegandolo ad esprimere concetti meno che serii. E tanto  il rispetto che il Landoni ha dell'italiano, che non lo stima inferiore al latino in qualsivoglia prova pi solenne e difficile. Di questo sono testimonio le iscrizioni.
E dal padre eredit Teodorico Landoni anche la bizzarria!
Pi bel tipo di bohme non l'ho mai visto. Non di quella bohme scapigliata che copre spesso sotto le affettazioni e le pose la propria sterilit, ma di quella soltanto delle abitudini esterne, che non influiscono sul genere o sulla qualit degli studi. Il Landoni  nottambulo per eccellenza, bibliofilo insigne e frequentatore assiduo del Caff dei Cacciatori, dove consuma un caff solo con molti giornali. In quel caff vanno a cercarlo molti studiosi e fino professori di Universit per domandargli qualche notizia di libri sconosciuti e rari, che egli ha tutti in capo come in una biblioteca e conosce e spesso porta seco nelle sterminate tasche dell'immenso soprabito. Quando sonnecchia sul giornale, basta proferire vicino a lui un nome come quello di Dante, del Bembo od anche del Burchiello, per vederlo desto ad un tratto come un cavallo militare che senta la tromba, e gli occhiali come un padre che senta dir bene de' suoi figli. Se poi cava fuori qualche edizione principe o qualche volume della sua maravigliosa collezione d'epistolari, ve lo fa vedere come l'orefice vi fa vedere un gioiello, sorride di compiacenza, gli tremano la voce e le mani, e quasi quasi si lecca i baffi come un buongustaio davanti ad uno di quei piatti che sono il trionfo della culinaria.
Gli amici suoi raccontano volentieri una specie di leggenda o di fola intorno alla sua bibliomania. Un giorno, il Morgante Maggiore sarebbe partito dalle case dei Pulci e per Mugello e Val di Savena sarebbe capitato a Bologna. Un viaggio di montagna, quando si vogliono prendere le scorciatoie, stanca anche i giganti; e il Morgante, arrivato in citt dopo la mezzanotte, appoggi il gomito ai merli della torre Asinelli, e prese fiato. Proprio sotto alla torre c' il Caff de' Cacciatori, e mezzanotte  l'ora in cui il Landoni va appunto a leggere ivi i giornali del mattino antecedente. Ed ecco il Morgante, vedendo il Landoni, disse:
-Ohe! Landoni, dove andate?
L'interrogato alz gli occhi, niente sorpreso, da buon romagnolo che non ha paura di nulla, e rispose con calma:
-To'! Vado al caff. E voi chi siete?
-Io sono il Morgante Maggiore.
-O di quale edizione? Quella di Luca Veneziano del 1481 o quella di Francesco di Bino del 1482?
Cos rimase stabilito che il Landoni, anche in uno di quei momenti nei quali un uomo ha ragione d'esser distratto, pensava invece ai suoi cari libri ed alle edizioni principi o rarissime.
Questi sono scherzi. Quel ch'e per certo  questo, che il Landoni, oltre ad essere uno dei primi bibliografi ed eruditi d'Italia, conosce come pochi la Divina Commedia e vi ha compiuto sopra degli studi profondi, quali potevano aspettarsi da un ingegno severo come il suo e da una conoscenza profonda della lingua e della storia. Gli abbiamo veduto alle volte tra mani certe edizioni a larghi margini del poema sacro, minutamente postillate, corrette e ricorrette, dove un lungo studio, un incessante raffronto di codici, di edizioni e di commentari hanno portato tutto quel lume che si pu portare. La sola correzione della punteggiatura, fatta dal Landoni, schiarisce molti significati controversi. Peccato che la pigrizia e quella incontentabilit che  la caratteristica degli ingegni severi e corretti, privino gli studiosi del risultato di fatiche lunghe, pazienti ed intelligenti.
Invece il Landoni ci offre un volume di iscrizioni, quasi sfida a coloro che non reputano adatta la nostra lingua a simil genere di componimenti: iscrizioni che raggiungono spesso la perfezione del genere e che resteranno come modello, a perpetuo scorno degli Scolopi che le fabbricano secondo le ricette purgative del padre Mauro Ricci: ma, ad ogni modo, oggetto di rammarico per chi del Landoni desidera qualche cosa di pi importante, come egli saprebbe dare, solo che lo volesse.
Riportarne molte non si pu e non conviene; ma eccone una, da porsi sulla porta di un cimitero, dal lato interno:
O VIVENTI CHE USCITE
SOLO IL TEMPO NON MUORE
E L'ORA CHE VOLGE
 A VOI L'ULTIMA
FORSE.
Chi non intende tutta la terribilit racchiusa nel solenne laconismo di questa epigrafe?
Ma dove l'ingegno del Landoni e la profonda conoscenza della lingua fecero gran prova, fu nel tradurre le iscrizioni dello Schiassi e del Boucheron. Finora non si credeva che il nostro idioma potesse stare al pari del latino in questo genere di componimenti. Oggi con sorpresa vediamo che non solo l'italiano pu combattere, ma pu anche vincere; ed ha vinto.
Nell'additare agli studiosi ed agli intendenti il libro del Landoni, che per di pi contiene un bel saggio di traduzione in versi (il Palemone del Gessner),  ben naturale esprimere un voto; questo: che il Landoni produca di pi e sia meno pigro e meno modesto. Chi approva, alzi la mano.



PAROLE

Mi preme di stabilire, che c' a questo mondo della gente, il coraggio della quale non pu essere messo in dubbio, e che ha paura di una parola. E ce n' dell'altra che, conoscendo questa debolezza, ne profitta.
Non parlo dello Sciboleth che fu causa del macello degli efraimiti, o del ceci che nei vespri siciliani, serv a riconoscere i francesi. Queste parole sono storiche, ma non fanno paura n agli ebrei, n ai parigini che visitano Palermo.
Dico invece delle parole che fanno paura ai liberali di poco carattere; e sono due: retorica e mangiapreti.
Della parola retorica si pu dir molto. Ogni parola che abbia un senso alto, ogni frase che si diriga ai nobili sentimenti di patria o di libert: ogni discorso che esca dalle solite rotaie della mediocrit soddisfatta e della conservazione sacrosanta, sono bollati e messi alla berlina come retorica. Prima del Settanta era retorica il dire Roma futura capitale d'Italia, e quegli stessi che schizzavano amari frizzi (diseur de bons mots, mauvais caractere) contro gli scapigliati vociatori de' meetings (si chiamano cos in lingua costituzionale, o pi brevemente mitingai) dopo essere arrivati a Roma piangendo e spinti a pedate dalla nazione (parola retorica; bisogna dire il paese) inventarono poi l'hic manebimus optime trionfale.
Ma in quei tempi la parola retorica non chiudeva in s tutto quello scherno conservatore che rinchiude oggi, e pochi ne avevano paura; oggi invece  diventata l'incubo, la bestia nera di tutti coloro che da vicino o da lontano hanno che fare con la politica.
Avete visto un cane con una casseruola alla coda scappare per le vie, tra le fischiate e le pedate? Ebbene, la parola retorica  la casseruola che temono tutti gli uomini politici, dalle alture del Senato alle bassure dei foglietti ebdomadari.
Un oratore accusato di retorica, pu fare una orazione meglio di Cicerone, ma i colleghi gli punteggeranno le frasi con quelle sghignazzate villane che i resoconti della Camera battezzano ilarit. Un giornalista pu aprire una cronaca di miseri, additare ad una ad una le sciagure, le vergogne, gli spasimi che disonorano una citt, un governo, una societ intera: ed i colleghi alzeranno le spalle, scherzando sulla retorica repubblicana e tornando alle notizie delle reali rosolie e delle nuove nomine di commendatori tutte belle cose che non sono retorica.
Il suffragio universale? Buffonata. I meetings? Pagliacciata. Le dimostrazioni? Quarantottata... e cos via. Del resto, tutta retorica. Mettiamo che un povero calzolaio non trovi un cane da calzare ed abbia fame: vedete che l'ipotesi non  inverosimile. Se tace, prima di tutto non mangia, e poi rinuncia alla speranza di mangiare. Se parla, in genere, di sofferenze dei diseredati, dei proletari, dei poveri, una delle due: o parla a bassa voce, e allora fa della retorica; o parla forte, e allora lo mandano a domicilio coatto. Mettiamo che un avvocato lo difenda. Oh gli avvocati! Peste della societ, rovina delle istituzioni, ecc. E poi a che cosa servono gli avvocati? A far della retorica. Non si  conservatori per niente.
Ma questa parola scotter tra poco a coloro che se ne fecero un'arme contro le aspirazioni al meglio. Se le cose pensabili sono anche possibili, potrebbe darsi che un bel giorno li vedessimo con le mani nei capelli gridare disperatamente: o lo Statuto? o il bene inseparabile? o l'irresponsabilit?-E potrebbe darsi che ci fosse chi sorridendo rispondesse: retorica. La risposta calzerebbe come un guanto. Ora, conoscendo la debolezza di molti, i pochi si servono di questa parola come spauracchio: ne hanno fatto un fantoccio di paglia nel campo grasso delle istituzioni; ma se i passeri si accorgono che  di paglia, addio raccolto.
Un'altra parola da spaventare i passeri timidi  mangiapreti. Tanta ipocrisia si nasconde sotto questa parola che, non v'ha dubbio, nacque al Ges. I clericali mascherati da costituzionali, e i costituzionali che hanno paura di parer clericali come sono, ne fanno grande uso. Ricordare l'Inquisizione  retorica, questo si sa: ma proporre la soppressione di un campanile  da mangiapreti. Nelle votazioni amministrative si deve votare pei clericali, e se un onest'uomo rifugge dall'imbrattarsi la coscienza con una vigliaccheria verso la patria,  un mangiapreti; e aggiunge che la parola patria  retorica. L'abbiamo visto ieri; gli schernitori dei mangiapreti si sono baciati in faccia coi preti, e questo bacio di fratelli in Cristo ce lo ricorderemo.
Ed  giusto. La religione cattolica non  la religione dello Stato, secondo la Statuto largitoci dal magnanimo Carlo Alberto? Dunque bisogna andar di braccetto coi ministri della religione per essere buon costituzionale, buon osservatore della legge fondamentale. E buon pro' vi faccia, e tanti saluti al cardinal vicario.
In Belgio il prete ama il suo paese, e tutti sanno quanto il clero abbia contribuito alla fondazione del regno. In Francia  lo stesso, e gli zuavi pontificii combatterono per la patria contro i prussiani. Dappertutto il prete ha le idee retrive che gli vengono dalla religione romana, ma ha una patria, e non consentirebbe l'alienazione di una minima particella di essa. In Italia invece il clero ed i cattolici sono nemici non solo della libert, ma della esistenza della nazione come corpo indipendente e padrone di voler tutto, anche l'unit.  strano, dunque, che si vogliano far confronti tra noi e le altre nazioni. Per queste, un governo clericale  un regresso, una sventura civile, ma  sempre una questione interna che non tocca in nulla l'essenza della patria. Per noi, un governo clericale sarebbe il ritorno, almeno tentato, ai vecchi regni ed alle vecchie ingerenze. Pare impossibile che ci siano ancora degli ingenui capaci di credere che il governo temporale della Chiesa non rivivrebbe se i clericali prevalessero.
Nei Comuni non vi fanno paura? E le scuole?
Se non viene applicato un radicale rimedio, come si applicher, vedremo un altro marchese Cavalletti senatore di Roma un'altra volta.
Ho sognato (la retorica non impedisce di sognare) ho sognato che la reazione aveva trionfato in Francia e regnava Enrico V. I nostri soldati, senza scarpe e senza pane, si ripiegavano verso il mezzod, e Roma era in pericolo. Il generale De Charrette veniva da Civitavecchia; il governo si era trasferito a Napoli.
Il Consiglio municipale si radun in Campidoglio e deliber di pregare il comandante del presidio acciocch rinunciasse alla difesa. Il comandante volle fare il suo dovere e fu trattato da mangiapreti, ma dopo breve resistenza dovette abbandonare le mura, per le forze soverchianti del nemico e per la mala volont delle autorit clericali.
Il Consiglio, adunato in permanenza, deliber che il duca Salviati, sindaco di Roma, portasse le chiavi della citt al generale De Charrette, che la Giunta si recasse al Vaticano a pregare il papa di far ritorno al Quirinale. Lo stemma di Savoia fu abbassato e qualche bandiera bianca e gialla cominci a comparire.
Il duca Salviati comp nobilmente la sua missione, e consegn le chiavi con un bel discorso, dove parl del trionfo della religione e delle glorie di Roma papale.
Il generale rispose poche parole, dove si congratulava colle autorit romane ed esclamava che il regno dell'inferno era cessato per sempre. La sera, gli zuavi entravano in citt, e le finestre dei giornali costituzionali e dei principali moderati erano illuminate.
Il sogno  sciocco come tutti i sogni. A Roma infatti c' gente capace di rifare la quarantottata della difesa della repubblica, e ci sono abbastanza mangiapreti per rompere i lampioncini bianco-gialli alle finestre dei giornali moderati. Tuttavia come in tutti i sogni, c' qualche cosa di vero; la possibilit di veder sindaco il duca Salviati. Quando sar sindaco, sentiremo gridare che gli oppositori fanno della retorica e sono mangiapreti; solo rester a vedere se tanta gente, come oggi, avr paura di quelle sciocche parole.
Tra l'esser mangiapreti e l'esser preti, chiamatela retorica, ma scelgo il primo.



GUARDIA NAZIONALE

Vi ricordate la Guardia Nazionale?
Povero brandello delle nostre sacrosante istituzioni, povero antico dello Statuto, morto e sepolto come tanti altri! Io ne ho una memoria abbastanza chiara, poich ho assistito ai tre principali momenti della sua vita.
Il primo ricordo ha una trentina d'anni oramai. C'erano i tedeschi in Romagna, e il tener armi in casa voleva dire rischiar la galera o peggio. Sapete che Gerzowsky non scherzava. Pure, in casa mia e in molte altre, si conservava religiosamente, come reliquia delle speranze cadute quel che si poteva nascondere. Il mio povero babbo era stato anch'egli della guardia civica, e la sua sciabola d'ufficiale era nascosta in casa. Io, bambino, lo sapevo, bench mi fosse tenuto segreto il nascondiglio; e quella sciabola nascosta mi ispirava un misterioso rispetto, come un nume invisibile e presente. Il portare in me qualche cosa di un segreto pericoloso, mi faceva insuperbire: mi pareva di essere a parte di una congiura tenebrosa, di una macchinazione fatale. Ricordo benissimo che mia madre, quando ero buono, mi premiava mostrandomi le spalline dorate del babbo, e non ora certo in casa mia che i colombi avrebbero fatto il nido nell'elmo di Scipio.
Eppure in casa non c'era nessuna tradizione militare. Il mio povero babbo non fu che un ignoto farmacista di villaggio, uno di quei farmacisti militi che hanno poi dato tanta materia alle caricature imbecilli ed ai motti scellerati. Ma in quelle umili case, dove non si convitavano i generali tedeschi come in certe altre, si aspettava sempre la risurrezione, si teneva vivo il fuoco sacro, quel fuoco al quale ora gli anfitrioni dei croati riscaldano il pranzo ed accendono la sigaretta.
Come ghignano, come hanno ghignato i nobili conti e le nobilissime marchese di questi poveri diavoli, che alzarono col suffragio loro questa baracca, all'ombra della quale  lecito oggi sognare le ineffabili felicit di una chiave di ciambellano o di una patente di dama di corte! E sono i poveri farmacisti beffati, i poveri borghesucci messi in ridicolo, che hanno dato denari e braccia, entusiasmo e buona fede per fare una Italia costituzionale. I nobili conti, le nobilissime marchese rideranno tanto, i valletti ed i parassiti faranno tanto ridere, che finalmente i farmacisti ed i borghesucci si stancheranno di far la parte dei bastonati e contenti. E allora?
Cos ho visto la guardia nazionale allo stato latente. L'ho vista poi allo stato trionfante.
Nel 1859 ero in collegio. I preti hanno questo di buono, che sanno conciliarsi il rispetto dei loro allievi: infatti, al rumore della battaglia di Magenta, io ed i miei condiscepoli insorgemmo come un collegiale solo; e colle scope, le molle, le sassate ed altre persuasivi argomenti, cacciammo il tiranno aborrito. A cose pi quiete, io, come uno dei capi, fui gentilmente pregato a levare l'incomodo, e mio padre, cui non pareva vero, mi condusse a Torino. L vidi la guardia nazionale all'apogeo della sua fortuna.
A prima vista, per, non mi fece buona impressione. Molti se li ricorderanno ancora, i militi che per Doragrossa andavano a suon di banda al cambio della guardia. Allora a Corte accettavano ancora i servigi dei poveri militi, senza badar troppo alle incongruenze del vestiario. C'erano i calzoni larghi alla francese accanto ai calzoni stretti del quarantotto, le tuniche lunghe fino al ginocchio vicino alle tunichette misere ed arrossite in testimonianza dei molti e leali servigi.
I chepp erano di cento forme, dallo staio napoleonico al cono tronco degli ufficialetti eleganti; i pennacchi poi erano di tutti i colori dell'iride. Allora la guardia nazionale la chiamavano ancora il Palladio delle istituzioni, le facevano la corte, le davano la destra nelle riviste. Ne avevano bisogno dei poveri farmacisti e dei mercantucci panciuti. Ora che non sanno pi che farsene, limoni spremuti, hanno buttato nella spazzatura le bucce.
Ho visto la guardia nazionale nella sua decadenza, a Subiaco dopo il 1870. Gi era diventato buon gusto schernire i borghesucci che giocano al soldato. Il Palladio era una canzonatura. Il vero palladio delle istituzioni era diventato l'esercito. E davvero l'esercito, mentre durava ancora l'assedio di Parigi, era guardato come una speranza di sicurezza, ed i generali non si mettevano sulla via dei pronunciamenti negando concordi di aver parte in un ministero di sinistra, e nessuno li spingeva per questa via dolorosa. La guardia nazionale, sfuggita dai borghesucci che temono i frizzi del loro giornale, non era pi che una collezione di cambi pagati. A Subiaco, la domenica, girava una pattuglia di omaccioni colle brache corte e senza calze, colla camicia aperta sopra un petto che pareva il vello di un caprone, con certi ceffi che a incontrarli di notte sul monte c'era da fare il voto a Santa Scolastica. Portavano i fucilacci rugginosi a bilancia sulla spalla, sbattendo le baionette per le muraglie dei vicoli, e non rifiutando la foglietta offerta dagli amici sulla porta delle bettole. Di quando in quando un milite si sbandava e si fermava a giuocare una passatella. La guardia nazionale era proprio moribonda.
Ed  morta. Morta ammazzata da coloro che hanno paura di tanti fucili sparsi per la citt. Morta ammazzata come tanti articoli dello Statuto, palladio anch'esso, palladio sacro delle nostre istituzioni.
Non difendo la povera ammazzata, n vorrei predicarne la resurrezione. Solo mi fermo a guardare il cadavere, e ci faccio sopra le mie riflessioni.
E dico. Dunque, anche nella mente e nelle azioni di coloro che giurano fede allo Statuto, lo Statuto non  poi cosa immutabile e sacra. Non  dunque sacrilegio lo strappare un articolo o una pagina, quando lo persuadano il bisogno e l'interesse. A che dunque tante parole altisonanti sull'arca santa delle nostre istituzioni? Perch processate coloro che attentano con le parole a quelle opere? Ci sono dunque due classi di cittadini: una, cui  lecito fare un buco magari nelle leggi fondamentali; ed un'altra, cui  proibito sino il voto di un cambiamento nelle disposizioni delle leggi stesse? Dunque i poveri farmacisti furono ingannati quando credettero vero il motto che sta scritto nei tribunali? Come si spiega questa faccenda?
Rispondono. Non  un attentato alla santit delle leggi fondamentali, ma  che tutto invecchia a questo mondo, e certe disposizioni che sono buone per un'epoca, sono inutili e cattive per un'altra. Tale era la Guardia Nazionale.  la legge dell'evoluzione. Ci perfezioniamo respingendo quel che non  pi buono.  un progresso, non  un sacrilegio.

Grazie. Ma noi chiediamo altro! Voi fate vostra la tesi di quelli che per gli stessi motivi domandano la Costituente.
Di qui non si esce. O lo Statuto deve rimanere intatto in ogni sua parte, e nessuno pu abolire di fatto un articolo. O si pu toccare quando il bisogno lo vuole, ed allora non  reato il sostenere che le istituzioni vanno a finir tutte a poco a poco come la Guardia Nazionale.
E davvero, perch cadano nell'apatia e nel ridicolo, non  certo l'estrema sinistra che lavora di pi. Su questo non cade dubbio.
Il sepolcro  grande. La povera Guardia Nazionale occupa cos poco posto!



FILOSOFIA

Che siano benedette in eterno la metafisica, la ontologia e tutte le altre sciocchezze che hanno per ultimo fine l'astrazione della quinta essenza! E non sono io che mi permetto di appioppare il termine impertinente di sciocchezza alle scienze profonde in cui sono eccellenti il Mamiani ed Augusto Conti. Non sono cos sfacciato da erigermi giudice dei sogni dell'uno e delle manie conservatrici e cattoliche dell'altro; e nemmeno sono mie queste brutte parolacce di sogni o di mane. Posso, rispettando gli uomini, deridere le dottrine solo quando gli studi mi permettono di giudicarle. Ora le speculazioni filosofiche ed ontologiche mi sono sempre sembrate sterili e tristi come gli amori solitari. Sbaglier, ma non ho mai capito, per durezza di cervice senza dubbio, quel che guadagnino una mente o una societ a sillogizzare sull'ente o sull'esistente: non ho mai capito perch debba essere stimata pi utile e decorosa una nuova definizione che un nuovo lucido da scarpe, una ideologia discussa che un cavaturaccioli perfetto. Sar un asino, lo riconosco, ma preferisco il cavaturaccioli.
Mi consolo per come i dannati ed i mariti traditi, con la buona compagnia, la quale mi ha messo in bocca i termini irriverenti usati qui sopra; e mi rallegro pensando che in riga di metafisica accadr quel che  accaduto ai sette sapienti della Grecia fino ad oggi, cio che ogni anno verr fuori una nuova teoria, distrutta dalle fondamenta l'anno dopo da una teoria nuova, e cos fino alla consumazione dei secoli; salvo che il clto pubblico non si avveda della burletta e non prenda a torsoli di cavolo questi cavadenti, l'ultimo dei quali si spaccia sempre pel pi illustre di tutti; salvo che, se non tutta almeno per tre quarti, questa inane filosofia non vada dove sono andate tante scienze sue sorelle, l'alchimia, l'astrologia e tira via.
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Se la domanda fosse lecita, io chiederei a che cosa serve la filosofia nei licei del regno? Probabilmente a seccare i ragazzi con un esame di pi, mentre ne hanno gi tanti. Dicono che  una ginnastica dell'intelligenza e che abitua a pensare: ma allora insegnate ne' licei anche il giuoco degli scacchi, che Aristotele v'aiuti! Che bisogno c' di insegnare a quei poveri ragazzi tante corbellerie, come l'esistenza reale delle idee o il bello assoluto? E poi, domando se si pu chiamar scienza quella che da mille professori  professata in mille diverse maniere, con sistemi e conclusioni diverse? Tanto fa insegnare la cabala del lotto, per la quale ogni pettegola ha le sue teorie infallibili.  scienza quella? Che compassione!
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Anch'io ebbi al liceo un prete spretato che mi insegn i sillogismi infallibili pei quali si dimostrava anzi si toccava con mano l'esistenza di Dio. Dopo, ho sentito dire che un certo Emanuele Kant con altrettanti sillogismi aveva dimostrato il contrario. A chi credere? Nello stesso liceo m'insegnarono il gran teorema del quadrato dell'ipotenusa, che il professore chiamava il ponte degli asini. Ebbene, non ho mai trovato nessuno che abbia dubitato della dimostrazione, meno astrusa, meno superba di quella dell'esistenza di Dio, ma pi certa, ed indegna da un onest'uomo che non era mai stato prete. Il professore di greco mi faceva spiegare quel benedettissimo Senofonte, e dopo ho trovato che tutti lo spiegano alla stessa maniera: ma ho trovato che tutti poi avevano idee diverse da quelle dell'ex prete filosofo. E quando, cresciuto d'anni, mi sono voltato indietro per vedere la strada fatta, ho rimpianto amaramente il tempo sciupato a mettermi in testa delle panzane mamianiste, contiste, vacue e sacerdotali.
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Che nelle Universit ci siano dei professori di filosofia, pazienza. Vorrei solo che una volta alla settimana fossero obbligati a discutere tra loro sopra un dato punto di filosofia, s'intende, con la camicia di forza, per impedire le vie di fatto. Queste discussioni edificherebbero gli studenti sulla serit di certe dottrine e di certe riputazioni, e sarebbe questo il maggior vantaggio che si potesse trarre dall'insegnamento della filosofia nelle Universit. Ma che la filosofia s'insegni anche ne' licei, e si insegni come s'insegna ora, mi pare che sia cosa che dovrebbe dar da pensare ai ministri della istruzione che si dicono progressisti e democratici.
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Ma pur troppo ci sono a questo mondo dei pregiudizi che superano le forze, non che di un ministro, di una intera classe di persone. Andate a dire che la filosofia  un passatempo come il giuoco della briscola, e sentirete che strillo! Sentirete ricordare Platone, Aristotele, San Tommaso, Gioberti, Rosmini, Mamiani, Conti ed una miriade di simili glorie nazionali ed estere, come se tutto il tempo perduto nelle speculazioni metafisiche da questa brava gente avesse cavato un ragno da un buco, come se non avessero imbrattato dei quintali di carta col solo vantaggio degli altri colleghi in filosofia, che non avendo altro da fare sono stati felici di avere una nuova teoria da ridurre in polvere impalpabile.
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Aggiungete, che tutte queste inutili discussioni che vertono pi spesso sopra equivoci che sopra opinioni, sono e saranno sempre chiuse in un campo ristrettissimo di adepti, che sono iniziati al linguaggio cabalistico dei filosofi i quali sotto le pompose e grecizzanti parole nascondono astrazioni tanto sottili, che spesso non le capiscono nemmeno loro. A che cosa servono questi fuochi dell'intelligenza? Si bandiscano pure i poeti dalla repubblica di Platone, ma non ci lasciamo i filosofi: altrimenti la repubblica diventa una gabbia di matti... metafisici.
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Non sarebbe ora di vedere un poco che razza di sciocchezze ontologiche, di sciocchezze metafisiche, di teorie codine, di sistemi cattolici e paolotti si insegnano nelle nostre scuole? Non sarebbe ora di fare un po' di bucato?
Se fosse vero che un ministro ci pensasse qualche volta!
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DIVORZIO.
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Alessandro Dumas ha commesso uno strano errore alla pagina 231 del suo libro sul divorzio. Egli crede che la legislazione italiana in fatto di matrimonio ci permetta di optare tra il codice e la religione, tra il contratto civile indissolubile e il sacramento cattolico, facile a rendere ragioni di nullit. Invece qui come in Francia, una legge assurda regola questa materia, ed un coniuge pu ben esser un ladro, infame, galeotto, che l'altro innocente  incatenato a lui ed alla sua infamia senza speranza d'infrangere mai la catena. Qui, come in Francia, non resta che la separazione civile, uno dei pi insufficienti e ridicoli mezzi termini che siano usciti dai cervelli rammolliti dei dottrinari.
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Per l'adulterio non c' altra pena che la irrisoria di qualche giorno di carcere pronunciata fra le grasse risa del pubblico, se pure non si ricorra al tuez-la, spicciativo mezzo di divorzio che il pubblico applaude e di giurati assolvono. Il libro del Dumas  quindi buono per noi come pe' francesi, buono pei legislatori di Parigi e di Roma, inascoltato probabilmente dai conservatori dell'una e dell'altra nazione. Qui, come in Francia, i liberali per ridere applaudiranno benevolmente, salvo poi ad agire come consigliano l'abate Vidieu e l'abate Margotti: poi che questa  la logica pratica dei liberali justemilieu.
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Eppure anche questi liberalucci annacquati confessano che la famiglia  malata e tocca nei suoi pi intimi organi di vitalit. Non c' bisogno di credere alla umoristica ironia di Onorato Balzac ed agli ameni calcoli coi quali nella fisiologia del matrimonio cerca il numero delle donne oneste in Francia, per accorgersi che dappertutto in questi poveri paesi latini e cattolici ferve un processo di dissoluzione gravissimo. Bastano le statistiche ufficiali che c'insegnano quanto diminuiscano i matrimoni e quanto cresca il vizio. Ma questo per certi ingegni che vivono in sfere ultramondane e cantano virtuosi ideali, questo non  vero, o almeno  spregevole verismo occuparsene; salvo poi rovesciare tutta la colpa addosso al verismo che se ne occupa, se qualche terribile infiammazione viene a suppurare. La verit fa paura. Veritas odium parit.
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Dove l'organismo della famiglia  pi tocco,  in Francia. Si grida alla corruzione, e il Trochu, buon'anima sua, aggiungeva corruzione italiana. Pu darsi che, non trovando un calmante nella famiglia come ora  costituita gl'istinti brutali che pure bisogna riconoscere, accettare e regolare nell'uomo, cerchino una soddisfazione nella corruttela. Ma accade un altro fato che limita assai questa pretesa corruzione latina. Se le nascite legittime diminuiscono, non crescono nemmeno le illegittime: il che significa chiaramente che sfugge da molti, o dai pi, tanto la famiglia che il vizio.  la teoria del Malthus che riceve la sua pratica applicazione, ed era ben naturale che l dove gli effetti di questa sterilit calcolata si fanno sentire pi vivamente, appunto sorgessero le grida di spavento e le proposte di rimedio. Cos il Naquet intraprese una campagna in favore del divorzio, il pi immediato dei presenti rimedi e peror, scrisse, ed occup l'Assemblea legislativa. Cos il Dumas, brillante e spiritoso polemista, oggi mette alla berlina i luoghi comuni cattolici e conservatori dell'abate Vidieu. Cos domani Paolo Fval gi romanziere irreligioso ed ora convertito alle massime dei gesuiti, ci far inevitabilmente ridere di piet misurandosi col suo antico collega, se vorr rispondergli come si dice.
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Infatti si pu dire che l'unica ragione la quale impedisce ai legislatori di sanzionare il divorzio  il rispetto ipocrita che conservano ancora verso la religione cattolica. Bella ragione in verit, dopo che con tanti pomposi discorsi e con tante leggi ambigue o paurose si volle far credere di aver proclamata e sanzionata la completa separazione dello Stato dalla Chiesa! Intanto al divorzio resistono i solo Stati cattolici, vili ancora in faccia alla Chiesa e imbecilli troppo per saperla vincere nelle coscienze dei volghi. Noi che abbiamo nel diritto pubblico quella strana e vergognosa abdicazione di una parte delle prerogative regie costituzionali e popolari che  la legge delle guarentigie, noi siamo una prova pur troppo evidente della debolezza degli Stati latini come sono costituiti, e della miserabile impotenza delle classi dirigenti, papaline ancora nel midollo delle ossa.
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E la Chiesa, anche lo sa, resiste a questa agitazione del divorzio, certa che tutti conservatori paurosi saranno con lei. Grida che l'unica salvezza in questo sfacelo del progredire  nel regredire; che bisogna tornare al sacramento e sopprimere il contratto; che bisogna allevare famiglie cristiane, cattoliche, romane, e ritornare con loro alla pia quiete del medio evo, se si vuole che principi e ricchi possano dormire in pace. E principi e ricchi ascoltano volentieri queste parole favorevoli ai loro interessi, senza accorgersi che la Chiesa non  mossa in questo dall'amore dell'umanit, ma dall'ambizione del dominare.
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I divorzi li vuoi vendere lei sotto aspetto di nullit; la morale non c'entra. A questo modo il divorzio  interdetto alle sole popolazioni latine presso le quali troviamo le pi belle chiese del mondo, il maggior numero di preti ricchi e di poveri rassegnati, e il peggior stato delle famiglie o la pi tollerata immoralit. Chi alza la voce  o scomunicato o ribelle. Le nazioni protestanti ci assestano di quando in quando fior di legnate, ma noi ce ne consoliamo pensando che siamo latini e cattolici, che Dio li punir, e che se noi siamo pi immorali, la confessione ci assolve, e che la rivincita deve venire perch  predetta nell'Apocalisse. Anche questa  una consolazione che ci d la Chiesa. Beati noi!
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Ed a questi pregiudizi, a questi errori facili negli animi timidi e superstiziosi, risponde molto bene il Dumas. Pare impossibile, ma certi luoghi comuni che la Chiesa adott per bisogno di polemica e non sapendo trovar di meglio, sono entrati a far parte del bagaglio sofistico dei nostri conservatori. Gli enciclopedisti, secondo costoro, hanno fatto la rivoluzione francese e Lutero la riforma. Eppure ci voleva e ci vuol poco a capire che gli incolpati non hanno trovato se non la formola nella quale si  espressa la protesta contro tutto un passato di prepotenze, di delitti, di sacrilegi, operati dai re e dalla Chiesa a pregiudizio dei sudditi e dei fedeli.
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Non  Lutero che ha fatta la riforma, ma tutti i peccati e le nefandezze e le simonie papali. Non  Rousseau che ha fatto la rivoluzione, ma le oppressioni dei Capetingi. Lutero o Rousseau non fecero che trovar la parola da trascinar tutti quelli che soffrivano e non la potevano trovare. Essi gridarono avanti! e trovarono un popolo che li segu, non per gusto di seguirli, ma perch i suoi padroni gli avevano fatta una necessit della ribellione.  inutile maledire l'enciclopedia e Lutero. Bisognava maledire Leone Decimo quando vendeva le indulgenze e Luigi 15 quando scendeva sino alla Dubarry.
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Bisognava maledire la Dateria e la Bastiglia e non sperare nella restaurazione e nel Sillabo; e ricorrere agli sgomenti dello spettro rosso  opera perfettamente ridicola se si crede di poter frenare con questo l'irrompere, l'infuriare degli interessi offesi col pretesto di questa paurosa. Non sono i sofismi che muovono o fermano gli avvenimenti, ma le necessit sociali: non sono gli eloquenti discorsi che hanno ragione nei tornei parlamentari, ma i bisogni che rappresentano; e se i parlamenti o le classi dirigenti resistono, allora si infrangono fatalmente le barriere, e gl'interessi dei meno vengono travolti sotto quelli dei pi e le riforme s'impongono e dopo pochi anni avviene di meravigliarsi come i legislatori siano stati tanto ciechi da negare il provvedimento, il rimedio, persino la discussione. Cos avverr per molte questioni vivacissime oggi tra le quali il divorzio non  che uno di quei rimedi palliativi che la cecit dei legislatori respinge.
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E lo stesso Dumas, per quanto vegga bene, e descriva meglio, quel che c' d'anormale nella nostra societ e l'urgente bisogno di rimedi, se si vuole non gi evitare ch non si pu, ma rendere meno disastroso lo scoppio necessario, si ferma anch'egli sul limitare del problema, quasi spaventato dalla sua orribilit. Anch'egli spera di arrivare alla conoscenza di Dio per mezzo della scienza, speranza unica e, temiamo, fallace, nella quale si rifugiano coloro che tremano dell'avvenire che intravedono. Spera anch'egli di giungere a conoscer Dio, cio la nostra ragione di essere, il perch siamo, il dove andiamo: e il suo Dio lo esaudisca.
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Ma c' da temere pur troppo che l'uomo, sbugiardata la rivelazione, si fabbrichi inutilmente un Dio colle sue proprie mani e col proprio cervello. Questo Dio, n carne n pesce, dei razionalisti, potr soddisfare qualche coscienza di poca curiosit e facile calma, ma non corrispondere alle impazienze, alle aspirazioni delle masse di poca intelligenza. Varr la pena trovare dentro di noi questo semi-Dio della scienza, quando ci sar sempre chi grider o tutto o nulla?
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Il Dumas lo fa notare. Discutendo del Divorzio si pensa e si parla sempre degli interessi dei coniugi, dell'interesse dei figli, dell'interesse dei terzi; ma chi ricorda mai gli sciagurati che non hanno interessi perch hanno le sole braccia per vivere, e sono i pi? Ora  appunto l che la famiglia  in isfacelo e che si richiedono provvedimenti radicali;  appunto l che sono i pericoli maggiori pei figli, per le donne, pei deboli. Ma i politici sfuggono dal guardare in basso, sorridono a chi parla dell'avvenire.
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Quando un ministro ha ricordato in pubblico questa prevalente classe di diseredati che ha fame e comincia a dirlo, tutti hanno gridato alla minaccia, alla retorica, al giacobinismo, ed hanno sciolto inni di giubilo alla salvezza del pareggio. Eppure all'immensa maggioranza della nazione, quella che non paga niente perch stenta a mangiare, del pareggio non importa: essa preferisce che il pane costi meno. Ma a costoro non si bada, altro che per constatare come il paese dorma nella calma pi perfetta. Oh, non hanno mai sentito dunque la quiete profonda che precede i temporali?
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Per questo stato latente di tensione, per questa evoluzione dissolutiva che si compie negli strati inferiori mentre alla superficie tutto  tranquillo,  da credere che il divorzio non sia che una transazione prossima, ma con una soluzione del problema della famiglia. La rinnovazione deve necessariamente essere pi radicale, tanto ne' rapporti tra i coniugi con una differente legislazione sui diritti della donna ed una educazione relativa, quanto nei rapporti colla prole con profonde alterazioni nel diritto di eredit. Infatti lo stesso Dumas ci avverte che la diminuzione de' matrimoni e delle nascite dipende dall'applicazione pratica delle teorie malthusiane.
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La famiglia costa, si stenta a campare;  dunque meglio essere in pochi. Ora, per modificare questo stato di cose, il divorzio basta? No; bisogna essere logici fino in fondo, cercare che la vita sia possibile a tutti e non martirio pei pi. Se si potr campare, se potranno campare i figli, i matrimoni e le nascite cresceranno.  ben naturale che chi vive di rendita, o di lavoro grassamente retribuito, gridi all'utopia. Ma il problema  l, n giova fingere che non esista. Quelli che trovano troppo rivoluzionario il divorzio sono serbati a veder di peggio, ed allora purtroppo sar inutile nominare Commissioni.
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LAZZARETTI.
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Leggendo, stampato a Milano dal Rechiedei, il discorso col quale l'illustre alienista prof. A. Verga inaugur le sue conferenze psichiatriche nell'ospedale maggiore di Milano l'anno passato, discorso intitolato David Lazzaretti e la pazzia sensoria, c' da fare delle curiose riflessioni. C' per esempio da domandarsi quel che accadrebbe al figliuolo di Dio se s'incarnasse un'altra volta, mettiamo in Italia.
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Prima di tutto si affaccerebbe la difficolt di trovare una sine labe, non solo di peccato originale, ma di peccato mortale. Le nostre ragazze leggono volentieri gli elzeviri veristi, libri che io sono obbligato a stimare moltissimo ma che non sono indicati certo per la conservazione della innocenza. Pure la misericordia di Dio  tanto grande che potrebbe fare il miracolo di suscitare in qualche Nazareth italiano, in qualche villaggio perduto sui monti, la vergine necessaria. Dopo eseguita dallo Spirito Santo la operazione che occorre al concepimento del Messia, non sarebbe difficile che Giuseppe se la bevesse e stesse zitto; sono casi che si vedono tutti i giorni; ma allo Stato Civile che denunzia farebbero?
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Potrebbe acconsentire la Vergine, fonte e specchio di verit, che il bimbo fosse attribuito ufficialmente a chi non ci ha colpa alcuna? Non potrebbe fare quella menzognera dichiarazione senza decadere dal suo carattere santo. Eppure l'ufficiale di Stato Civile dovrebbe attribuire il bimbo a Giuseppe, poich il padre  quel disgraziato che le nozze dimostrano. Per evitare questa falsa iscrizione non sarebbe rimasto altro scampo a Maria santissima che di fare come fanno le serve in questi casi: ficcare il bimbo gi per una latrina.

Allora la terra rimarrebbe irredente come Trieste, e la Beata Vergine andrebbe in Corte d'Assise. Vi pare!
E i re magi, verrebbero, si o no? Avremmo allora tre santi nuovi, forse sant'Orelio re d'Araucania, san Menelik re dello Scioa, e san Cettivaio re dei Zul. La fuga in Egitto sarebbe facile coi vapori della Peninsular; la strage degli innocenti, se non la fa Erode, la fa pur troppo la miseria; ma la morte di san Giovanni andrebbe a male, perch anche se i giurati lo condannassero, il re farebbe la grazia.
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I miracoli non mancherebbero: tutti i giorni ne vediamo dei magnifici, operati dall'acqua di Lourdes e dalla deliziosa Revalenta arabica; ma qui si fermano le possibilit di una seconda incarnazione. Il nuovo Messia non se la caverebbe pi.
Mettetelo infatti a predicare una nuova religione! Ahim, la professione non  pi quella! Chi si mette a predicare il beati qui se castraverunt sulle rive di un Genasareth italiano, per esempio sulle rive del lago di Como, sarebbe sepolto immediatamente sepolto sotto una valanga di torsi di cavolo e di bucce di popone. Accorrerebbe la benemerita arma, domanderebbe le carte al Figlio di Dio, e convintolo di vagabondaggio lo rimetterebbe al pretore per l'ammonizione. Ad una ricaduta, Caifa invierebbe il Messia alla Favignana a domicilio cotto, e il Testamento novissimo correrebbe pericolo di non essere pi scritto.
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Direte che scherzo; le anime pie diranno, anzi, che questi sono scherzi sacrileghi: eppure non  vero. Il caso del Lazzaretti, studiato dal Verga, giustifica questi che paiono scherzi, e fa vedere che proprio, qui in Italia,  possibile ancora che un nuovo Messia trovi qualche migliaio di fedeli. Il processo dei lazzarettisti fu tenuto a Siena quasi contemporaneamente al processo Fadda, e il rumore di questo volgarissimo assassinio soffoc quello che avrebbe destato il processo senese ben pi degno di studio e di meditazione. E poi, quando si dice che il mondo  pieno d'imbecilli, gridano che si calunnia il genere umano!
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Il Verga ci fa vedere che David Lazzaretti non fu altro che un allucinato, come altro non furono Cristo, Maometto san Francesco, santa Teresa e tutti gli altri santi in buona fede; poich ci sono anche i santi di mala fede che si fanno le stimmate col pennello tinto di rosso. Sono numerosissimi i pazzi che credono di sentire voci, di vedere aspetti, di essere ispirati; e la mana della persecuzione pur troppo cos comune, non  forse altro che il resultato di allucinazioni dei sensi.
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L'allucinato crede di udire una voce; anzi, il suo senso dell'udito alterato, i suoi nervi guasti, gli fanno veramente provare la sensazione tale quale fosse la verit. I santi hanno veramente visto Iddio, vale a dire hanno provato una sensazione visiva reale, dietro la quale si sono persuasi di aver avuto una visione miracolosa e soprannaturale. Santa Teresa non  la sola che abbia visto nell'estasi il bell'angelo della chiesa della Vittoria, scolpito dal Bernini; non  la sola che abbia avuto allucinazioni nuziali e abbia spasimato sotto le carezze di uno sposo immaginario, come se fosse reale e fisico. Non  tutta impostura quella dei santi e degli apostoli: c' anche in gran parte il pervertimento patologico dei sensi, l'infermit della sostanza nervosa, insomma l'allucinazione e la pazzia. Dei pazzi sudici come il beato Labre se ne trovano in tutti i manicomi.
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Il Lazzaretti, secondo il Verga, non era altro che un allucinato.
Gli argomenti scientifici coi quali egli dimostra la sua affermazione, non sono da portarsi qui; ma bisogna che confessiamo come le sue ragioni danno un famoso scappellotto alle relazioni del Caravaggio e del Berti. La polizia non conosce altri matti che i furiosi; ed il poliziotto, per natura e per abitudine,  tratto a vedere la simulazione e la dissimulazione in tutto quello che si scosta dal comune.
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Cos la furbissima polizia italiana vide nel barocciaio Lazzaretti un grave pericolo per l'attuale ordine di cose, sospett subito di repubblica, di socialismo, d'internazionale e peggio, dove non c'era che un povero matto. Quando il Lazzaretti scese dal monte Labro colla processione e colle bandiere, l'astuta polizia cap subito che si trattava di una terribile rivoluzione e fece far fuoco ai carabinieri: ci furono dei morti pel cimitero, dove non dovevano essere che dei pazzi pel manicomio. Io per ho sempre avuto un sospetto. Fra quelle bandiere doveva essercene qualcuna col nastro rosso, e si sa che i tori, i poliziotti ed i tacchini entrano in furore quando vedono il rosso. Se no, perch far fuoco contro una mascherata inerme?
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Dopo che la polizia ebbe mostrato cos splendidamente le sue belle qualit, toccava alla magistratura a farsi onore, e si mandarono alla Corte d'Assise venti disgraziati sotto le pi umoristiche accuse di aver voluto cambiare il sullodato ordine ecc. Dovevano esser ventidue, ma due erano morti in carcere, non so se in seguito di fucilate ricevute o di malattie contratte. I giurati, que' calunniati giurati, ebbero pi giudizio della polizia e della magistratura, e rimandarono a casa gli innocui lazzarettisti. Del resto, gi lo potevano fare, poich oramai la patria era salva: le oche l'avevano salvata a tempo.
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Lazzaretti era pazzo, era teomaniaco. Un giorno, prima che si fosse messo in lotta coi preti, si rec a Roma e dopo molte peripezie pot visitare Pio Nono, al quale domand il permesso di ritirarsi sul Gianicolo a far penitenza ed a prepararsi all'opera della Redenzione. Pio Nono con uno di quei sorrisi pieni di ironia sacerdotale gli rispose:-Andate pure; sul Gianicolo vi  acqua diaccia e vi far bene.
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Il papa aveva capito quel che non capirono poi la polizia e la magistratura.
Ma  inutile domandare l'impossibile. La polizia e la magistratura sono corpi militanti, incaricati della difesa dell'ordine attuale di cose. Spetta a loro prevenire i pericoli e reprimerli all'occasione, e da zelanti esecutori della loro consegna prevengono colle carceri e reprimono colle fucilate. Che importa se qualche volta i carcerati non sanno il perch della loro detenzione o i fucilati sono pazzi? Ci vuoi altro a pesare gli uomini, le cose e gli avvenimenti con tanto scrupolo! Chi non sbaglia a questo mondo? E se lo sbaglio viene da troppo zelo, per lo sbaglio si d una ramanzina, per lo zelo una promozione, e tutti pari. I giurati non sono una istituzione troppo sicura.
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Quando sbagliano, lo fanno sempre in meno e mai in pi. Sbagliano pi volentieri assolvendo che condannando. Ora la conservazione del sullodato ordine di cose richiede che gli sbagli accadano al contrario, che si fucilino magari i matti piuttosto che si vegga un nastro rosso. I giurati li metteremo prima in ridicolo e poi li aboliremo.
Propongo che il ministro che eseguir questa misura necessaria alla conservazione ecc. ecc. sia nominato fin d'ora duca d'Arcidosso.
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PICCOLE CAUSE.
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Si dice: non  vero che i grandi fatti storici siano nati da piccole cagioni, poich un complesso di cause diverse concorre sempre a renderli possibili. Le piccole cagioni non sono che la scintilla che accende il barile della polvere: la causa dello scoppio non  la scintilla, ma chi port la polvere. Non  il foro causale di uno spillo che fa morir di cancrena un pover uomo, ma  che gli umori del suo corpo sono per altre e ben diverse cause gi guasti, e il piccolo foro non  che l'occasione fortuita del male. Le cause vere, le cause efficienti bisogna cercarle pi in alto.
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Non discuteremo. Erano i cornificiani che nel medio evo cercavano con la massima seriet se l'asino condotto al mercato fosse tenuto fermo dalla cavezza o dall'asinaio, ed ammettiamo ben volentieri che non l'impudenza di un soldato fosse causa dei Vespri, e che il sasso di Balilla non avrebbe giovato a nulla senza il cumulo d'odio che si addensava nei petti del popolo genovese. Ma per, guardando indietro, non si pu a meno di stupire di certi avvenimenti storici che per poco non avrebbero cambiato l'Italia intera. Un Visconti volle esser Re d'Italia, e per poco non lo fu: ma la peste lo uccise e forse i tempi non erano maturi. Volle essere re d'Italia anche il duca Valentino e, poich le forze, l'astuzia e il resto bastavano, fu da un pelo di fondare qui la dinastia di Borgia.
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Che cosa sarebbe allora avvenuto dell'Italia? In questa speculazione delle possibilit la mente si perde. Certo, la nuova dinastia avrebbe tardato poco a trovarsi in lotta colla Chiesa; e se la compagine del nuovo regno fosse stata solida abbastanza da vincere le inevitabili crisi interne, le crisi provocate dal regionalismo, anzi dal municipalismo troppo vivo allora e vinto da poco, la dinastia avrebbe cercato di vincere la Chiesa nel suo campo stesso, e l'Italia sarebbe forse a quest'ora protestante. Sarebbe pur stata curiosa che una dinastia nata da un papa avesse dato l'Italia a Lutero! Ma il Valentino ed i successori che egli avrebbe allevati pel nuovo regno non sarebbero stati in dubbio. In fatto di coscienza, casa Borgia dava dei punti a molti e, se Parigi vale una messa, l'Italia pu valere una apostasia anche pel figlio d'un papa.
La stabilit che acquistarono le dinastie italiane dal secolo 16esimo in poi, avrebbe fatto forse giungere la dinastia fino ai nostri tempi.
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Che razza di alterazioni si sarebbero fatte nella storia delle origini per cancellare la prima labe della dinastia, si vede molto debolmente nell'opera recentissima di un frate Leonetti, il quale in tre volumi fa l'apologia niente meno di Alessandro VI. Quanti ripieghi, quante compiacenti omissioni, quante cortigiane amplificazioni si sarebbero fatte per creare una leggenda gloriosa alla stirpe del Valentino! Avremmo i nomignoli di rito, Cesare il grande, Rodrigo il Bello, Giovanni il Magnanimo, Giufr il Leale; e se la discendenza di madonna Vannozza avesse avuto l'intelligenza e la elasticit necessaria per capire e per adattarsi ai tempi, ci avrebbe largito graziosamente lo Statuto. Direte che sono sogni, ipotesi strambe, fantasie matte: ma siete in errore. Tutto questo non solo era possibile, ma c' stato un momento nella storia del nostro povero paese, che la dinastia Borgia era probabile. E poi, i Borboni non sono saliti al trono partendo di molto pi basso?
E i Romanoff non vi sono arrivati in tempi recenti? Che cosa c' d'impossibile? Pareva ben pi impossibile, soltanto trent'anni addietro, che alla corona d'Italia potesse arrivare la dinastia di Savoia.
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Un altro strano fatto, che per poco non cambi tutta la nostra storia, fu la proposta del doge Piero Ziani al Maggior Consiglio di Venezia nel 1222, proposta che il Fambri ha ricordata nella Nuova Antologia. Il doge cominci a dire degli inconvenienti e degli incomodi che aveva pei cittadini e pel governo la residenza in Venezia. Rimise davanti agli occhi dei consiglieri i pericoli d'inondazione, i frequenti terremoti che in quel tempo desolavano la citt, le citt vicine scomparse. Se il mare cresce, c' pericolo di morire annegati; se cala troppo e scopre i pantani del fondo, c' pericolo di morire asfissiati. Quel che si consuma in citt  portato tutto dal di fuori: nelle paludi non si raccolgono altre che cappe, granzi ed altri pessetti insufficienti al vivere degli uomini. Invece a Costantinopoli si troverebbe ogni sorriso di natura, ogni ricchezza e fecondit di suolo. A Venezia occorreva lottare tutti i giorni e combattere coi vicini di terraferma, mentre sul Bosforo si troverebbero sudditi e amici, si sarebbe quasi nel centro dei possedimenti orientali, vicini a Candia, alla Morea, a Corf. Ed enumerando questi ed altri vantaggi, il doge proponeva nientemeno di trasportare la capitale da Venezia a Costantinopoli..

Al doge rispose Angelo Faliero, Procuratore di San Marco e uomo di molta autorit. La sua arringa compendiata dal Temanza  un monumento di quel caldo amor di patria che ora si chiama retorica da tanti. Ricorse agli effetti oratorii che fanno paura ai nostri deputati, e ricord che tra queste vilipese paludi erano morti e sepolti i vecchi e vivevano i figli e le mogli e stava ogni cosa pi caramente diletta. Disse che quella miseria dei luoghi era stata la causa dell'industria e della forza dei veneziani, spingendoli alla navigazione: e termin rivolgendo una calda preghiera ad un Cristo che pendeva dalla parete. Fu quello, come dice bene il Fambri, il pi grande e il pi decisivo duello oratorio combattuto nel secondo millennio dell'era volgare. Da una parte il ragionamento dell'utilit, dall'altro la retorica degli affetti: da una parte tutte le seduzioni del piacere e dell'interesse, dall'altra tutti i vecchiumi dell'amor di patria tenace e quasi religioso. Mossa la proposta a partito, il Consiglio per un sol voto decise di rimanere a Venezia. Oggi forse l'arringa del Faliero sarebbe stata schernita come retorica ridicola: certo noi non ci pensiamo tanto a mutar capitale.
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Per un solo voto! Qui non direte che siano ipotesi strambe; per un sol voto sopra seicento quarantuno votanti, tutta la storia veneziana continu a svolgersi in Italia. Per quel voto c' ora una questione d'oriente; e non  italiana!
Che cosa sarebbe divenuta Venezia trapiantata a Costantinopoli? Non ci vuol molto a credere che l'ambiente bizantino avrebbe corrotto rapidamente i ruvidi marinari; ma tuttavia le resistenze all'invasione ottomana sarebbero state pi energiche e Maometto II non avrebbe vinto un doge cos facilmente come vinse un imperatore. Quel che  certo si , che i contatti inevitabili dei veneti emigrati con quelli rimasti sulle lagune e col resto d'Italia, dove avevano commerci avviati, avrebbero portato pi presto fra noi quella coltura greca, che recata dai fuggiaschi di Costantinopoli verso la seconda met del secolo XV diede le mosse al Rinascimento. Ma l'Italia nel 1222 non era certo preparata a ricevere il nuovo seme ed a farlo fruttificare. Per allora, certo, tra i tumulti interni dei comuni e le continue guerre di campanile, a malgrado della coltura cortigiana di Federico II, l'aura nuova sarebbe inutilmente venuta dall'Oriente. Ma la fioritura del Rinascimento avrebbe per questo anticipato o ritardato? Qui bisogna fermarsi, poich appunto al di l di queste domande stanno le ipotesi strambe.
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Basta che si vegga come, contro l'opinione di molti, anche piccoli avvenimenti possano produrre grandi effetti.
L'esempio di quel che accadde a Venezia pare che debba convincere anche i pi scettici.
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OTTOBRE.
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Sia colpa de' nostri peccati o del signor Mathieu de la Drme, non c' pi primavera, ma si passa bruscamente dalla temperatura dei gelati a quella del ponce. Per grazia del Barbanera l'autunno c' ancora e speriamo di vederne parecchi.
Benedetto l'ottobre! Chi non si riposa, chi non si diverte in questo mese nel quale, da un pezzo in qua, sono nato anch'io? I ministri sono in giro (veramente quando il parlamento  chiuso, pei ministri  tutto ottobre), i segretari generali, gli uscieri, tutta la politica se la spassa in ottobrate. Il sole non scotta pi e non  ancora freddo. La campagna prende quella tinta calda che precede la caduta delle foglie, passano le allodole e i fringuelli, e sopratutto si vendemmia. La vendemmia davvero  una bella istituzione!
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La vite  il simbolo della fortezza. I centurioni romani, i vecchi, non quelli di Gregoriaccio, ne portavano un ceppo in mano come bastone di comando. Per gli stessi cattolici, pei frigidi divoratori di salacche quaresimali, la vite  un vegetale venerabile, poich la Bibbia ne attribuisce la prima coltura ad un santo patriarca, quel No benemerito che ci prese poi la cotta che sapete. E poi il vino  nientemeno che il sangue del nostro Dio. Preghiamo dal profondo del cuore che Ges e il ministro d'agricoltura ci tengano lontana la filossera, non fosse altro per poter morire come il Duca di Clarenza che, condannato a morte, volle essere affogato in una botte di malvasa.
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Ottobre  un mese favorevole all'ingrassamento. So benissimo che in questo mese si raccolgono le ghiande, ma intendo l'ingrassamento umano, non il suino. Oh, i tordi, colla polenta, dopo aver girato la mattinata intera pei campi ad aguzzare l'appetito! Oh, i tordi con la polenta! Si capisce Esa che fa un sproposito per un piatto di lenticchie, si capisce tutto, Apicio, Trimalcione, Gargantua, magari Saturno che credendo di ingoiare un bimbo ingoi una pietra. E a digerirla? (Compiangetelo!) Si capisce Lucullo, si spiega l'orco, s'invidia papa Gregorio. Oh, i tordi con la polenta! Onore a Carlo Porta che li ha celebrati in versi immortali, egli che vide
i tordi pi di trenta
in superba maest
a seder sulla polenta
come turchi sul sof.
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E come ci si beve bene dietro ai tordi, come si alza il bicchiere contro la luce per accarezzare cogli occhi le splendide tinte del vino! Dopo un banchetto simile non c' che da desiderare un sigaro di contrabbando per giungere all'apogeo d'ogni felicit umana. Oh, davvero che ottobre  un mese propizio all'ingrassamento!
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Il Breughel, pittore fiammingo, esegu una serie d'incisioni a proposito dei grassi e anche dei magri. (Anche in ottobre ci sono dei magri: pare impossibile, non  vero?) , se volete, una amplificazione o una ripetizione dell'antico contrasto tra il carnevale e la quaresima, che si trova un po' dappertutto, fino nei grassi libri del Rabelais, ma specialmente nelle letterature popolari dal Quattrocento in qua. Me ne ricordo una. I grassi sono a tavola, traboccanti di lardo, co' lineamenti annegati nella ciccia e le pance monumentali maestosamente appoggiate alla tovaglia. La tavola  ingombra di vivande succolente; i fornelli sono sepolti sotto le pentole; tutto, fino l'aria, sembra impregnato di molecole nutritive, d'unto, di succo.
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Una donnona mastodontica porge ad un bimbo sferoidale un petto mostruoso. I cani stessi, che leccano un trogolo pieno, sono adiposi e gonfi come vesciche di strutto. Ma sulla porta  comparso un povero magro colla cornamusa sotto l'ascella. Non  che pelle ed ossa, ed i suoi occhi voraci con la sola forza dello sguardo sembrano dimagrire le pollanche polisarciche adagiate nei piatti caldi; i suoi denti aguzzi e lunghi paiono nati nelle mascelle instancabili di un pescecane. I grassi si sono alzati furibondi e scacciano inesorabilmente il povero magro, l'oggetto della loro implacabile inimicizia. La stessa donnona mostruosa ha trovato nella sonnolenza della sua obesit un atto d'impazienza e d'ira contro il malcapitato. Chi gli ha detto, a questo sciagurato figlio della fame, di venire a chiedere gli avanzi della tavola dei grassi? Fuori, fuori il nemico! I grassi vogliono mangiare in pace, e gli avanzi sono pei loro cani!
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Ah, davvero, l'ottobre  il mese della vendemmia e dei tordi, ma  anche il mese delle febbri e dei primi freddi. Ma chi ci pensa, poich nelle ottobrate ci si diverte tanto? Chi lo dice non  altro che un predicatore seccante, un retorico rompiscatole.
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Chi si accorge che i bimbi dei poveri camminano scalzi nella rugiada, che i babbi non hanno una camicia sulle carni grondanti dei sudori della febbre? I tordi aspettano, e l'oste ha il vino buono. E quando il povero magro segue con gli avidi la carrozza dove assoporate le volutt raffinate della buona digestione, voi non vi voltate nemmeno o se vi voltate  per esclamare:-Quell'uomo l ha un brutto sguardo!-Lo credo io! La polenta e la febbre non fanno gli occhi belli.
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Prediche, non  vero? Retorica da pulpito, quando il predicatore raccomanda un'abbondante elemosina! Ma via, chi vi dice che questi poveri magari domandino l'elemosina? Quello del Breughel a buon conto veniva a suonare la cornamusa, proprio come sotto alle finestre delle trattorie vengono i sonatori ambulanti a guastarvi il pranzo. Siamo in Italia, ed  di qui che partivano e partono ancora le frotte dei fanciulli venduti dai genitori nei quali pi che il dolor pot il digiuno. L'amore ai figli  il sentimento pi universale che sia in natura, e lo provano vivissimo tutte le bestie, dalle feroci alle stupide, dalle gigantesche alle microscopiche, dal leone all'oca. L'uomo prova in modo acutissimo questo affetto, che gli  cagione di tante gioie e di tanti dolori; chi non ha figli non pu supporre come sia energico l'amor paterno, quanti sacrifizi faccia compiere serenamente, quanti pericoli sfidare con animo sicuro.
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Perch dunque qui in Italia ci sia della gente che vende le proprie creature agli aguzzini, senza morire prima di dolore, bisogna che o la fame abbia vinto e sradicato ogni altro affetto, proprio come in certe bestie che divorano i loro piccini; o che le condizioni di certe nostre provincie siano tali da fare che gli uomini scendano sotto al livello dei bruti. Qualunque sia la soluzione che preferite, resta per sempre che i poveri bimbi lasciano la loro patria che non fu loro madre ma noverca, e vanno per tutto il mondo civile con un'arpa od un organetto ad armacollo a cantare la vergogna, il vituperio del loro paese natale.

Di chi  la colpa? Non ci avete mai pensato, grassi che giubilate divorando i tordi, non ci avete mai pensato che potrebbe venire un giorno in cui si pretendesse che la colpa sia vostra? Oh! si sa! chi lo volesse dire, direbbe un grande sproposito. Come? Accusar voi altri di non far nulla per le popolazioni affamate, per le miserie e le piaghe della patria? Ah, ingratitudine! Eppure il grido di dolore dei poveri affamati  arrivato al vostro ottimo cuore e voi avete provvisto immediatamente... accrescendo i carabinieri!
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Non vi lamentate, o grassi, se i magri che trovate seduti sui margini della via hanno un brutto sguardo; anzi contentatevi.
Guai a voi altri, il giorno che li vedrete ridere! L'ottobre non vi sembrerebbe cos bello, la vendemmia non vi ricreerebbe pi come oggi, e le nostre istituzioni che fanno la gloria ecc. ecc., sarebbero andate dove vanno le pi belle cose di questo mondo, in quel biblico paese dove va tanta roba, in Emaus.
Per ora dunque sazieremo i magri crescendo i carabinieri. Domani... domani ci penseremo.
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MIRACOLI.
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Nella cronaca di Bologna di Fr Bartolomeo dalle Pugliole, che si conserva nella Biblioteca Universitaria di Bologna, mss. 1239, e che dall'anno 1363 va all'anno 1407 si legge:
"Anno Cristi 1383 nel mese d'aprile fr Iacomo rettore de la chiesa di Sasso Negro col suo proprio sangue in sanguin un'ostia sagrata e diceva che era sangue di Ges Cristo e guadagn molti denari dalle molti genti che andavano a vedere tale miracolo; ma li Reggimenti di Bologna volsono che si sapesse la verit, di che essendo ritrovato doloso fu privato dello benefizio e posto in una gabbia e dannato a perpetuo carcere."
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Per chi non sapesse che cosa voleva dire allora essere messo in una gabbia, la stessa Cronaca lo dice all'anno 1386. "A d 21 di maggio fu messo in gabbia lo priore de' frati de gli Angioli e fugli messo li ferri ai piedi ed anche fu incatenato e l stette novantasei d e non aveva altro che la pelle e le ossa."
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Oh, i miracoli di Lourdes! Oh, la Madonna della Saletta! Non c' chiesa in Italia dove non si conservi una Madonna miracolosa che ha pianto, sanguinato o sudato, secondo il gusto del reverendo parroco. Da lungo tempo le fraudi furono cos evidenti, che le anime pie dovettero farsi scudo delle autorit umane per guarentigia della onnipotenza divina. Qui a Bologna, nella clausura delle monache di S. Elena, esisteva questa splendida iscrizione: Dell'anno 1630. Questo Signore sud acqua tre volte, e fu approvato dai Superiori.
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Difficilmente si potr trovare una iscrizione pi ingenuamente amena. E pensare che nei giorni di nebbia le colonne di questi portici sudano senza approvazione dei superiori!
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Nella chiesa di san Giovanni Evangelista in Ravenna  una tabella sotto un crocifisso, e dice: "Del 1511 alcuni malfattori entrarono nello spedale di S. Gioseffo con sicurezza di non esser veduti, n ripresi, n perseguitati da alcuno del suo mal oprare, non essendovi presente se non questo crocefisso muto inchiodato e cieco. Ma ecco miracolosamente il crocefisso apr gli occhi e tutto si schiod per spavento a correzione ed emendazione loro." Il crocefisso  sempre l cogli occhi aperti. Posso per assicurare i fedeli che, sotto una specie di maschera applicata, il crocefisso conserva ancora la faccia vecchia cogli occhi ancora chiusi. Provino.
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Il licenzioso Zapata domandava al suo superiore come diavolo accade che Dio abbia fatto una infinit di miracoli incomprensibili in favore degli ebrei e non ne faccia pi, da parecchi secoli, per noi che siamo ora il popolo eletto. Zapata era ben malizioso e volterriano quanto Voltaire. Oggi per non parlerebbe pi cos, poich Dio ne fa ancora dei miracoli. Il sangue di san Gennaro lo fabbricano,  vero, tutti i droghieri, ma c' per sempre il miracolo grande di quelli che al sangue di san Gennaro ci credono.
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Si fa presto a sogghignare dei miracoli ma finch al mondo ci sar della furberia e della ignoranza, dei miracoli ce ne saranno sempre. Andate in certi paesi a dire che il santo protettore non ha fatto mai miracoli, e tornerete colle ossa peste, con gran gusto del parroco. I miracoli sono produttivi ora pi che mai. Quando la Madonna di Rimini moveva gli occhi, ci guadagnavano tutti, anche i papalini di guardia, che con un po' di cera sotto il calcio del fucile raccoglievano i papetti gettati a' piedi dell'immagine.
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Il commercio delle acque che guariscono tutti i mali ha preso uno sviluppo grandissimo e le acque di Lourdes fanno una concorrenza terribile alla deliziosa Revalenta arabica Du Barry.
Non tutti per ci credono. L'estate scorsa, non so se a Lourdes, alla Salette o altrove, si produsse uno stranissimo caso di guarigione in un malato che aveva fatto il bagno nella fonte miracolosa, perch oggi non appare Madonna che non sia vicina ad una fontana. Il caso fu cos straordinario, che si corse subito dal vescovo della diocesi perch lo vedesse, lo constatasse, dsse insomma alla Madonna quella approvazione dei superiori che invocavano ingenuamente le monache bolognesi. Ebbene, il vescovo non fu trovato. Era ai bagni.
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Qualche impertinente domand come mai un vescovo che ha nella sua diocesi un'acqua dotata di tanta virt, vada invece ai bagni di mare? Rispondetegli un po' voi.
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Per le persone che ragionano, i miracoli sono giudicati da un pezzo. Per quelle che credono, il sangue di san Gennaro bolle sempre, l'idroterapia cattolica raddrizza i gobbi, bench i vescovi preferiscano di andare ad altri stabilimenti balneari.  quindi necessario aprire gli occhi a coloro che li tengono chiusi. Chi far questa operazione della cateratta?
Il primo articolo dello Statuto, no, sicuramente.
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IL RITORNO.
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Lasciamo in santa pace i letterati e la letteratura, che sar meglio per tutti, e parliamo d'altro.
Ha mai provato ella le sorprese e le disillusioni che si provano tornando in una citt dopo una lunga assenza? I famosi sette dormienti, quelli che si destarono dopo cento anni di sonno, dovettero provare un effetto consimile rivedendo il mondo. Erano morti parecchi imperatori, le citt avevano cambiato aspetto, non correvano pi le monete di prima, la lingua stessa aveva subito qualche modificazione. S'immagini un po' se i poveri dormienti saranno rimasti a bocca aperta!
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Io era partito da Torino con la capitale, e ci sono tornato ieri, senza la capitale, s'intende. M' proprio capitato un risveglio come quello dei sette dormienti! Mi pare che siano passati cento anni di progresso sopra questa citt carissima, dove per tanto tempo ho studiato poco e dove per la prima volta ho conosciuto i veglioni e le loro conseguenze. Sono partito quando Massimo d'Azeglio appassionava i buoni torinesi co' suoi discorsi in Senato intorno al trasporto della capitale, e in ferrovia da Torino ad Alessandria non si parl d'altro. Ieri, appena fuori dalla stazione, mi sono trovato in faccia il monumento del cavaliere sans reproche. Quanto tempo  passato! Quanti monumenti invece degli uomini!
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Dopo un giro a piedi mi son accorto che il mio Torino d'una volta me l'hanno cambiato tutto. I nomi delle insegne che m'erano rimasti nella memoria, non ci sono pi. Sapevo che in quell'angolo doveva esserci un tabaccaio, e c' una modista. I tramways hanno sostituito gli omnibus, quei curiosi omnibus monumentali, dipinti di turchino, dove salivo con tanta disinvoltura e dove oggi non potrei salire che con precauzione, poich ho cambiato un poco anch'io e non sono pi magro e svelto come una volta. Dove sono i barbieri che facevano la barba per un soldo in piazza Castello, e l'orbo dalle canzonette, e la guardia nazionale, e lei? Anche lei se n' andata chi sa dove! Ho alzato la testa passando sotto la sua finestra (abitudine antica) e in vece sua ho visto un portapanni con un vestito completo di signora in dosso e la barbara scritta: mode e confezioni. I sette dormienti devono aver provato di queste disillusioni.
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Oh, i presagi tristi per l'avvenire di Torino che si facevano al tempo del trasporto della capitale! E li facevano i torinesi stessi che per un momento perdettero la fiducia in s medesimi. Pare invece che il perder la capitale sia stata una fortuna. Almeno questa ricchezza, questa operosit non sono artificiali, non sono dipendenti da uno stato di cose e da una clientela variabili e mal fidi. Le capitali vogliono una ostentazione di lusso improduttivo che non  ricchezza, ma simulacro di opulenza, spreco di capitali, fumo senza arrosto: e Firenze informi. Torino invece, perdendo la capitale, s' messo a cercare il lavoro produttivo, s' dato al serio, e invece di perdere ha guadagnato. Non sono i fiorentini che tengono del monte e del macigno, sono questi torinesi che non si sono lasciati scuotere da un temporale, forti proprio come il granito dei loro monti. Non solo, ma quando la capitale era qui, i letterati erano una colonia di forastieri. Li avevano tanto chiamati beoti questi poveri piemontesi, che avevano quasi finito col crederlo e non osavano di far sentire la loro voce nel concerto dei dotti e dei poeti qui convenuti da ogni parte d'Italia. Rimasti soli, si sono provati anche nell'arte, e ci si sono provati tanto bene che stanno pi che al pari del resto. Questa loro forza i piemontesi non la conoscevano. Altro che beoti... Bisogna far loro di cappello!
Lasciando stare le lettere, un popolo di beoti non produce tutte quelle opere d'arte che fanno onore al Piemonte nella Esposizione Nazionale. Certo ai piemontesi, si pu dire ultimi arrivati in questo campo dove quasi temevamo di scendere, non sono toccati gl'inni e le apoteosi; ma hanno mostrato di saper stare al pari degli altri anche qui, appunto nelle arti, che un pregiudizio sciocco faceva ritenere pi ribelli alla loro indole. Benedetti piemontesi, sono davvero destinati a distruggere i pregiudizi; e se qualche imbecille ripetesse le antiche ingiurie, sono capaci di rispondere che anche Pindaro era beota!

Sono ritornato in questa citt della giovinezza mia e l'ho trovata ringiovanita, appunto come io ho fatto il contrario. Ai miei tempi si vedevano tanti vecchi vestiti all'antica, coi capelli bianchi e il naso rosso; si vedevano tante donne con la cintura sotto le spalle e il busto senza forma umana. Ora i vecchi se ne sono andati, e i busti ben fatti costano due lire in tutte le botteghe. Non c' pi nulla che ricordi quella peritanza, quella gaucherie dei popolani e dei borghesi un po' sbalorditi da tanta gente che pioveva qui con costumi e dialetti diversi. Le merciaie sotto i portici del palazzo di citt non intendevano l'italiano e cos un pochino se ne vergognavano e brontolavano intimidite. Ora parlano l'italiano con una lingua tanto spedita da stordire una merciaia di Mercato Nuovo, la timidezza  scappata e corre ancora, e tocca a noi vergognarci quando non c'intendiamo bene. Tutto insomma mi par che vada meglio, tutto, persino... non so se lo debbo dire, persino le crestaie mi paiono pi belle e meglio fatte di quelle che usavano ai miei tempi. Che cosa c' da ridere? Che bel gusto pensar subito a male ed a malizia! Non potrebbero aver fatto fortuna anche qui i sistemi della evoluzione, della selezione e che so io, ed esser migliorate le razze? Perch devono essere i miei occhi che vedono tutto in meglio, anche le crestaine che salgono in tramway? Quanta malizia, Dio mio, quanta malizia c' al mondo!
Gi poi per andare all'Esposizione c' proprio un mondo nuovo, c' il quartier gaio, vario, a giardinetti ed a terrazze, che mancava a Torino. Mi ricordo delle profonde melanconie che mi assalivano in ottobre al cominciare delle scuole, girando la domenica nei viali lunghi e monotoni della vecchia piazza d'armi. Le carrozze sfilavano in silenzio sotto agli ippocastani; due file di gente andavano e venivano seriamente come a processione. Di quando in quando le livree reali mettevano una nota rossa e allegra in tutto quel grigio, in tutta quella compostezza fredda dell'aria, delle linee, delle fisonomie. I primi venti gelidi che venivano dalle alpi e attraversavano l'immensa e squallida spianata, mi davano i brividi, mi facevano pensare con doloroso desiderio al mio paese dove c'era meno freddo e meno seriet. In quelle noiose domeniche mi pareva veramente d'essere esiliato, e sentivo la solitudine, sentivo lo sconforto profondo dell'esser lontano da tutti quelli che mi volevano bene. Ora tutto  cambiato, e sullo stesso luogo delle malinconie, ho visto la gaiezza, alle volte troppo chiassosa, delle casine variopinte, dei boschetti fioriti e delle vie bizzarramente costruite. Qui non mi sarebbe sembrato d'essere in esilio, e il vento delle Alpi deve esser meno freddo per coloro che passeggiano per le stesse vie tanti anni dopo di me. Non sono io che vegga con occhi mutati,  proprio Torino che ha fatto pelle nuova e pi allegra fisonomia. Strano! Con la capitale se n' andata anche la noia.
Eppure Torino non ha rinunciato ad essere una delle citt pi serie, la pi pratica forse delle citt italiane. Per accorgersene, basta dare un'occhiata alla Esposizione di arte applicata all'industria, che poteva riuscir meglio, ma che cos com', mostra abbastanza quello che io le volevo far vedere, cio appunto la seriet pratica di questi bravi piemontesi. Quando s' vista l'Esposizione di pittura e quella di scoltura, per la prima volta, abbarbagliati dalla forzata fissit degli occhi; e nella testa gonfia come un pallone si confondono in un trescone vertiginoso papi dalla barba bianca, odalische senza sottana, soldati a cavallo, navi a vele spiegate, i turchini del Michetti, il bianco delle statue. Tutti quei sempiterni bimbi che fanno rassomigliare la sala di scoltura ad un asilo infantile, non arrivano a far riposare il disgraziato che vuol veder tutto in una volta, e ci sono dei momenti nei quali sembra di aver nel cranio la fontana centrale che salti, che spumi, che imperversi senza posa e senza fine. Arrivati a questo parossismo di stordimento nervoso, si passa davanti alle sale dell'arte applicata all'industria, senza entrare, o al pi si mette la testa dentro per scarico di coscienza e si rimanda la visita ad un altro giorno che non viene mai. Cos fa la grande maggioranza dei visitatori e, come quasi tutte le maggioranze, fa malissimo.
Vedrebbe infatti che, mentre dalle altre provincie italiane, specialmente da Venezia, sono venuti alla Esposizione lavori di puro lusso, dal Piemonte sono venute per lo pi opere di uso pratico. Quel diavolo e quella diavolessa di legno intagliato per spaventare i bimbi, quei vasi ricchissimi di vetro, di porcellana e di maiolica, quei bassirilievi in legno o in porcellana, e i bronzi e le statue e i candelieri monumentali, sono bei lavori senza dubbio, ma non sono che lavori di ornamento. I piemontesi invece hanno esposto mobili, cancelli di ferro lavorato, porte, pavimenti, libri ed altri oggetti di uso vero e quotidiano e che rispondono veramente al concetto dell'arte applicata all'industria. Questo volevo notare, per farle vedere come il carattere di un popolo, di una provincia, di una citt, salti fuori in tutto, lasci in tutto la sua impronta, anche nelle piccole cose. Dica ad un torinese e ad un fiorentino che espongano, mettiamo, un tavolino alla futura Esposizione di Milano. Il fiorentino le far un lavoro squisito di intagli e d'intarsi, qualche cosa di bello, di degno della eleganza toscana. Il primo pensiero del torinese sar invece di farle un tavolino, comodo, magari che si componga e possa servire da sedia, da letto, da stipo, insomma un mobile a molti usi. Uno cerca il bello e l'altro l'utile. Uno segue Platone, l'altro Bentham. Uno emuler gli ateniesi, l'altro gl'inglesi; e questi caratteri cos diversi, cos opposti, sono tutti qui sotto uno stesso cielo, quasi sulla stessa terra, poich da Torino si va a Pisa in otto ore. Questa nostra Italia  proprio la terra delle meraviglie.
E infatti, anche il fisico delle due ex-capitali mi ha sempre colpito. A Firenze si trovano le case eleganti col giardino fiorito ed ogni cosa abbellita dall'arte, fino i martelli delle porte. A Torino le case immense, altissime, severe, sembrano tante caserme. Firenze,  vero, prese qualche cosa da Torino, e Torino ha preso molto da Firenze nelle nuove costruzioni di Piazza d'Armi, ma l'intonazione per rimane sempre quella: anzi non c' che l'intonazione che non mi abbia dolorosamente colpito col suo cambiamento. Non ci mancherebbe altro che mi avessero cambiato il mio Torino fino a questo segno.
Ah, Torino della mia giovent dove sei andato? Oggi sono stato nel collegio dove passai alcuni anni. Il collegio  sempre quello, ed ho riconosciuto il posto che occupavo a tavola, nel dormitorio, nello studio. Mi sono ricordato di tutto anche delle persone; ma quando ho interrogato la mia guida, mi pareva di esser Renzo che torna dopo la peste. Il tale? Morto. Il tal altro? Morto. Il rettore? Morto. Il cameriere? Morto...
Sono uscito di l pieno di tristi pensieri. Quanti morti, mio Dio! A un certo punto di via Doragrossa ho guardato ad una finestra chiusa, ad una finestra che m'ha visto alzare la testa tante volte. Quanti morti! Quanti morti!... E lei dove sar?



FINTA BATTAGLIA

La tentazione era troppo forte. Avevo un bello stringere le mascelle come uno che subisca un'operazione chirurgica, avevo un bel predicare dentro di me che ci vuoi costanza, che gli impegni presi sono sacrosanti, che dovevo tirare avanti a scrivere. Ma la finestra era aperta, il villino  sul monte e, solo a muover gli occhi, vedevo laggi Bologna e tutta la pianura azzurra sino all'orizzonte. Inutilmente, per allontanare l'occasione, avevo socchiuso le persiane e m'ero rimesso al lavoro. Un raggio di sole, di questo caro sole d'ottobre, pallido come un convalescente, tentatore come una donnina timida, si ficc tra gli sportelli e venne gi diritto nel calamaio mentre v'intingevo la penna. Sant'Antonio non ci avrebbe durato, ed io buttai per aria tutto, presi il cappello e, facendo cento transazioni ipocrite con la coscienza, volli darmi ad intendere che l'ottobre essendo mese di vacanze, poteva fare a meno di scrivere, ch anzi i lettori ci avrebbero guadagnato, ed altre piccole verit che sembrano bugie e bugie che sembrano verit. Cos uscii all'aperto.
Tranquilla, tranquilla la mia coscienza non era. Tuttavia respirai profondamente, a pieni polmoni, come un prigioniero scappato; diedi un'occhiata di benevola soddisfazione al cielo, al monte, al piano, e preparandomi a goder bene le ore rubate al tavolino, m'incamminai.
Ad un tratto, su per la strada sentii il galoppo di un cavallo. Sapete bene: quadrupedante putrem... pi il fracasso di una sciabola in burrasca. M'arriv sopra un tenente d'artiglieria impolverato come un mugnaio, sudato come una Madonna miracolosa.
-E' Miserazzano quel villino lass?

-Sissignore.
-Ci si pu andare di qui con l'artiglieria?
-Ci si va benissimo. Se vuole, la condurr io.
Mentre si parlava, un maggiore di fanteria, giovane, bruno, eccitato, arriv galoppando sopra un gran cavallo bianco. Mi ripet l'interrogatorio ed io ripetei le risposte; intanto cominci a sbucare la fanteria, e pi sotto sentivo rumoreggiare i cavalli, i carriaggi ed i cannoni che accorrevano di trotto. M'accorsi di essere in mezzo ad una battaglia e, mentre assicuro ai lettori che voglio loro moltissimo bene, debbo confessare che in quel punto non  proprio a loro che pensavo.
Si trattava di salire a Miserazzano senza essere scoperti gi dalla valle della Savena o dagli avamposti che potevano esser sulla cresta dei colli. Ecco qui in due parole il campo di battaglia.
La Savena va dal sud al nord incassata tra alte colline, e lungo la Savena corre la via reale da Bologna a Firenze. Miserazzano, in cima ad una collina gessosa sulla destra del fiume, domina la valle ed il ponte che sta quasi sotto. Il nemico, presso al ponte o a mezza costa sopra la Pizzigarola, rappresentava la retroguardia di un esercito in ritirata verso Firenze. Noi invece eravamo l'avanguardia di un esercito insecutore e dovevamo tentare di tagliar fuori la retroguardia nemica dal suo supposto esercito. Per questo il nostro maggiore aveva spinto una parte de' suoi lungo la via maestra fingendo un attacco di fronte, mentre con l'artiglieria e il resto della fanteria correva ad un assalto improvviso sulla destra del nemico. Bisognava adunque arrivare a Miserazzano coperti e presto. Mi spiego bene?
Non si faceva sul serio, lo so. Ma si ha un bell'essere parmigiani del disarmo e della pace universale, nemici sfidati degli eserciti stanziali e magari della pena di morte, che tuttavia nella guerra anche finta c' sempre qualche cosa che riscalda il cervello. Sar un istinto brutale, l'istinto della bestia feroce che si ridesta, sar quel che volete, ma intanto ci sentiamo tutti attirati verso la sciabola (le donne poi!), e quando questa benedetta spada  nuda e scintilla al sole, ci sentiamo caldo dentro e nessuna voglia di ragionare. Capisco benissimo l'inquietudine del maggiore che tentava una sorpresa che poteva fallire per mille casi imprevedibili dalla prudenza umana, e la capivo tanto bene, che ero inquieto, eccitato anch'io come se la responsabilit fosse anche mia, come se dalla nostra vittoria dipendesse qualche cosa di grosso. E' inutile sorridere. Al giuoco si parteggia e si scommette per un giocatore, al teatro si piange o si ride di un personaggio e de' suoi casi, e si pu bene riscaldarsi per la riuscita di una manovra, come mi riscaldai io che mi misi tutto a disposizione del mio maggiore.
Eccoci adunque al trotto verso Miserazzano, e il vostro devoto servitore avanti a tutti. A un certo punto luccicarono tra gli alberi alcune baionette.-Maggiore,-gridai,-qua c' dei soldati!-E il maggiore, ritto sulle staffe, aguzzando gli occhi sotto la visiera del pentolino, rispose quasi seccato:-Niente, niente. Sono dei nostri.-O che lo sapevo io che c'erano arrivati per un'altra strada? Un po' mortificato ripresi il trotto, e cos trottando entrammo tutti pel cancello della villa. Il giardiniere sbalordito mi riconobbe e, poich la guerra non esclude sentimenti generosi, lo avvisai che dicesse alle signore di spalancare tutte le finestre. Con le cannonate in prospettiva, poveri cristalli!
Mettevano i cannoni in batteria, e dal parapetto guardai gi nella valle. Che calma solenne! Proprio il silenzio dell'ora meridiana. Pareva che le case sonnecchiassero, mezzo nascoste dagli alberi, e nella strada bianca che serpeggia lungo il fiume non si vedea muover nulla. L'acqua della Savena a quella distanza sembrava immobile e il sole la faceva risplendere come una lama d'acciaio. I soldati stavano silenziosi coll'arma al piede, e gli artiglieri tacevano, pronti, accanto ai pezzi. Non si moveva una foglia, non si sentiva un respiro; solo dai querceti che stanno sotto al monte veniva su una vocina di donna, raggentilita dalla distanza, e cantava la vecchia canzone:
Ti voglio bene assai,
Ma tu non pensi a me...
Mi riscosse la voce del tenente, che diceva:-Chiudano bene l'otturatore!
Il tenente, che scrutava gi con gli occhi, tese, a un tratto il dito ed esclam:-Eccoli l!-Nel punto stesso, da una casetta color di rosa, un po' sotto noi, alla nostra sinistra, si alz un nuvolo di fumo. Dopo alcuni secondi ci giunse il rimbombo della prima cannonata.
Primo pezzo... fuoco!-Secondo pezzo... fuoco!
Non avevo mai sentito le cannonate cos da vicino, e vi assicuro io che sentirsene a sparar un paio a tre metri di distanza fa un curioso effetto! Il corpo riceve come uno scappellotto complessivo equamente distribuito su tutta la sua superficie, e dentro si prova un rimescolamento commotivo ed istantaneo che, come sensazione piacevole, lascia molto a desiderare. Le orecchie poi sembrano una platea burrascosa. Fischiano, figli miei!
Il nemico aveva quattro pezzi, ma noi avevamo il vantaggio della posizione. Ad ogni nostra innocua cannonata diminuiva il senso di scotimento che avevo provato in principio, e mi esaltavo sempre di pi, e dicevo bene! come un generale che applaude un bel colpo. Dovevo esser leggermente ridicolo, ma il tenente non mi badava. Le signorine di casa, rassicurate, prendevano parte alla battaglia incruenta dal terrazzo, con gli ombrelli bianchi, ed il tenente soffriva di distrazioni. Mi pareva proprio di camminare in un bozzetto di Edmondo De Amicis.
L'artiglieria nemica dovette ritirarsi e noi la salutammo con le ultime salve: ma la casa di color rosa era ancora fortemente occupata dalla fanteria, e sulla cresta della collina, tra le macchie cedue alla nostra sinistra, cominciarono a levarsi i fiocchi grigi del fumo della polvere ed a crepitare le fucilate. Vidi il maggiore ritto sul suo cavallo bianco che si staccava magnificamente sul turchino cupo del cielo. Aveva il braccio teso, e subito dopo la tromba squill l'avanti, e mi parve che quello squilla chiamasse anche me. Lasciai l'artiglieria e mi cacciai gi per le fratte a raggiungere i combattenti.
Quel mio maggiore era indiavolato e non c'era modo di arrivarlo. Lo vedevo di quando in quando comparir su, supra una cima, sempre diritto sul cavallo, sempre col braccio teso e poi sparire come una visione. E la tromba squillava sempre l'avanti e il crepitio delle fucilate s'allontanava sempre.
Per fortuna conosco le scorciatoie e raggiunsi il mio corpo: con la lingua fuori, ma lo raggiunsi. Un sergente, nel pi canzonatorio dialetto veneto, mi accolse dicendo: ah, la xe qua anca ela? Se i bianchi i la chiapa, la se far fusilar.-Non ci avevo pensato. Infatti che parte ci faceva io? La spi... No! che brutta parola! Facevo, o piuttosto avevo fatto la guida. In ogni modo il sergente aveva ragione. Ma che bisogno c'era di dirmelo?
Sar stata una sciocchezza, ma lo scherzo del sergente fu come una doccia fredda sui miei entusiasmi bellicosi. Rimasi alla roda e finii col mettermi a sedere all'ombra, a dispetto della tromba.
-Vadano pure-pensavo-tanto la strada la sanno anche loro. La toga cede alle armi. Lo so che i bianchi non fucileranno nessuno, ma potrei trovare qualche ufficiale dei loro che mi domandasse che cosa c'entro io. Che potrei rispondere? O una sciocchezza o star zitto. Dunque vadano pure.-Ma degli entusiasmi passati m'era per in fondo rimasto almeno il disprezzo della morte, poich accesi un sigaro della Regia.
Cos disteso, colla testa all'ombra ed i piedi al sole, seguivo tuttavia il procedere delle fucilate e, conoscendo bene i luoghi, capivo di dove venivano. Brontolavo:-Eccoli che scendono. Eccoli pel viottolo della Madonna del Bosco. Sono oramai alla casa!-Dopo un poco di silenzio sentii distintamente i fuochi di drappello. Era la catastrofe e tesi l'orecchio per sentire il grido dell'assalto, il Savoia decisivo. Squillarono invece le prime note della fanfara reale: la manovra era finita.
Allora mi agghiacciai affatto, proprio come se fosse calato il sipario. Da attore entusiasta diventai frigidissimo spettatore, borghesuccio indifferente, preso tutt'al pi da un po' di curiosit, ma pieno zeppo di belle idee e di magnifiche declamazioni contro la guerra, gli eserciti e tutto il resto. Avrei dato il genio di Napoleone per quello dell'inventore del cavaturaccioli, ed ora che scrivo mi pare proprio che non avessi torto, poich il cavaturaccioli  una gran bella istituzione. Con questi sublimi pensieri mi torn la paura della morte e gettai il sigaro, alzandomi dinoccolato per andare a vedere quel ch'era successo, come si va a vedere la foca o la donna grassa.
I bianchi avevano gi abbandonata la casa ed i nostri avevano vinto. L'assalto pare avesse avuto di mira principalmente il pozzo, tanto i soldati ci si affollavano sopra. Un contadino ritto sul parapetto faceva salire e scendere rapidamente la secchia, aspettata da cento braccia levate che la rovesciavano nove volte su dieci, tra le risa e le giaculatorie eterodosse. Una donnaccia sgangherata vendeva una goccia d'acquavite in un bicchier di acqua per un soldo, con gli stessi lazzi e le stesse parolacce con cui mezz'ora prima l'aveva venduta ai bianchi. Gi anche i neri erano ormai bianchi, tanto erano coperti di polvere. Parea che avessero aspettato a sudare dopo la vittoria, tanta era l'abbondanza e l'unanimit della loro traspirazione. Gli ufficiali all'ombra bevevano ova fresche ciarlando tra loro come se nulla fosse accaduto, e pi sotto alcuni soldati affettavano colla sciabola certi melloni che parevano l'espressione vegetale della colica. Un chiasso allegro, un va e vieni instancabile, un chiamarsi, un rispondere, sghignazzate, canzoni a mezza voce, comandi nitriti, latrati, grugniti, chiocciar di polli spaventati, tutto faceva pi viva, pi originale la scena. Ad un tratto ecco il maggiore di galoppo. Silenzio perfetto e subito.
Veniva a dar gli ordini della partenza. Nel passarmi vicino mi grid:-Ha visto come ci siamo riusciti!-E se ne and senza aspettar la risposta. Io sarei stato capacissimo di rispondergli che avevo visto niente e mi seccava d'aver fatto la... guida... Anche le bugie sono una gran bella invenzione.
Cos era finita la battaglia. Mezz'ora dopo, io ritornava indietro tranquillamente, come se tutto il caldo, tutto l'entusiasmo di poco prima non l'avessi mai provato. La quiete era tornata dappertutto. Sulla vetta del colle mi fermai, e mi giunse distintamente all'orecchio la vocina che prima delle cannonate cantava:
Ti voglio bene assai.
I carriaggi ed i cannoni rumoreggiavano rotolando nella valle: un denso polverone indicava la marcia della fanteria. Guardai gi come per salutare tutti, e mi cacciai nel bosco in cerca della voce. E la voce cantava ancora:
Ti voglio bene assai,
Ma tu non pensi a me...
Se fosse arrivata l una staffetta a portarmi la nomina di generale, non sarei tornato indietro: no, in parola di onore.



IL PRIMO AMORE

Per cominciare proprio da principio, le dir che alla precoce amativit di Dante, del Leopardi e di tanti altri, io ci credo benissimo. Certo nella puerizia o sul limitare dell'adolescenza non si ama completamente come pi tardi: sarebbe impossibile: ma intanto  vero che in molti maschi questo istinto di selezione, per quanto indeciso e senza intensit carnale, si manifesta prestissimo. E' annebbiato,  incosciente,  immateriale, ma per  amore. Fosforescenza che non  ancor luce, tepore che non  ancor caldo, tutto quel che volete, ma amore bello e buono. Dopo, quando l'esperienza  venuta, quando si lasciarono tanti brandelli di cuore ai rovi della strada percorsa, come le pecore ci lasciano la lana, allora si pensa, si ricorda, si torna indietro col pensiero a far l'analisi del passato, e si arriva a capire che quelle pallide fosforescenze erano l'alba dell'amativit, che quei tepori precorrevano le vampe del primo amore. Si arriva a capire che la nostra storia intima, la storia degli affetti, comincia di l.
Dicono che il primo amore non si dimentica mai. Non voglio sapere quel ch'ella pensi di questo assioma; no, non lo voglio sapere: ma per me lo accetto e ci credo. Io per esempio, per la prima volta ho amato un ritrattino in fotografia: ed ora che tanto tempo  passato, solo a chiuder gli occhi lo rivedo preciso come se lo avessi davanti: proprio come dopo aver fissato il sole per un momento, a chiuder gli occhi ne riveggo il disco che persiste nella retina. Che strano effetto, non  vero? che strano effetto fanno questi ricordi quando ci tornano avanti colla vivacit di una cosa vera, col colorito e la temperatura della realt! Ha mai girato in montagna? Si sale lentamente, ammirando una scena magnifica. Il cielo  del pi bell'azzurro di cobalto, i monti del pi bel verde oltremare, e cos, procedendo tra queste vive sensazioni di colore, si oltrepassa il punto centrale della scena. Allora bisogna voltarsi indietro per veder tutto cambiato. I monti sotto i quali si pass non hanno pi lo stesso aspetto e lo stesso colore, la pianura sfuma gi tra l'azzurro e il violetto, il cielo all'orizzonte  color di rosa, insomma quel ch'era verde diventa turchino, quel ch'era grigio diventa roseo, quel ch'era luce diventa ombra. Cos cambia la sensazione visiva degli oggetti secondo l'ora e il punto di vista; e cos, guardando con la memoria, le cose passate prendono colori e forme diverse da quelle che vedemmo una volta. E' per questo che, ricordando qualche avvenimento della vita, ci picchiamo la fronte brontolando:-Bestia ch'io fui!-E' per questo che, pensando ora a quel ritrattino, mi accorgo che ne ero innamorato. Allora non lo sapevo.
***
Ero in collegio, tra i dieci e gli undici anni, e lasciavo vegetare tranquillamente la mia animalit, soffrendo il freddo nell'inverno e il caldo nell'estate come ogni fedel cristiano. Mangiavo con un appetito formidabile i brodetti spartani e le polpette ripiene di mistero; saltavo come un capriolo, ridevo come un matto e studiavo poco. Credo anzi che non studiassi affatto, poich la dottrinella del Bellarmino, che era la nostra fatica quotidiana, non me la ricordo pi. Dico tutto perch ella si persuada ch'io non ero un fanciullo portento, ma un povero bimbo come gli altri, amico de' trastulli, nemico del Bellarmino e martire dei geloni. Vivevo solo fisicamente ed ignoravo il resto. Ignoravo il male, quindi ero innocente, poich la innocenza tanto vantata non  altro che la santa ignoranza.
Il mio collegio era un antico convento di camaldolesi, un labirinto di corridoi oscuri, di cellette basse, di scale inesplorate, di anditi misteriosi che conducevano a porte murate. Pareva un fabbrica architettata da Anna Radcliffe per qualche personaggio dell'Hoffmann. Il chiostro maggiore, di un disegno pomposo e vicino al barocco, chiudeva un giardino incolto, pieno di umidit, di muschi cresciuti sui viali, di solanacee pelose, di lauri lucidi, quasi metallici. Le pareti erano tigrate da grandi macchie scure, vellutate dalla peluria del salnitro; e un odore di chiuso, di muffa, di terra bagnata, vaporava da ogni angolo, tra le commessure verdastre dei mattoni. In questo carcere malinconico, tra i lunghi silenzi, la semi oscurit, le funzioni religiose, sotto il cipiglio freddo de' superiori e la ferula degli abatacci mal creati, tutto ci si poteva chiedere fuorch uno sbocciare anticipato del cuore, un germinare precoce degli affetti e dei sentimenti. In Siberia non fioriscono le rose: si figuri le palme!
Tuttavia il reverendo signor Rettore nei mesi d'estate allargava la manica con noi piccini. Il sabato sera ci faceva venire nella sua cameretta, ci trattava a gelati e ci raccontava innocenti storielle di fate. I gelati ci parevano buoni e le storie bellissime, tanto pi che il festino coincideva spesso con le cose di studio. A quel tempo io m'abbandonava con riconoscenza alle untuose carezze del reverendo Rettore; ma quando coi primi peli mi spunt la malizia, pensai che quelle smorfie dolciastre avessero un perch, e sospettai che si cercasse l'affezione dei piccini per dominarli da grandi. Povero Rettore, come sbagli i suoi conti!
Ella deve sapere che il reverendo si dilettava di fisica e mi dicono, con buona riuscita. La sua cameretta era quindi ingombra di macchine d'ogni sorta, mostruosit rigide, problemi d'acciaio e di ottone, enigmi che c'ispiravano una venerazione paurosa. Gli stereoscopi, tuttavia, e le lanterne magiche c'inspiravano migliori sentimenti; preferivamo il caleidoscopio alla pila. Ritta in un angolo buio, con un gran mantello nero addosso, stava sempre la macchina fotografica come uno spettro immobile che ci sorvegliasse. Il Rettore infatti s'ingegnava con quella macchina, che allora, da noi, era una novit, e spesso ci regalava le prove mal riuscite.
Sul camino erano ammucchiate le prove fotografiche con altre fotografie venute di fuori, e noi passavamo spesso in rivista quei fogli e quei cartoni col permesso del Rettore. Una sera mi capit in mano un ritratto, in formato piccino, e di dietro c'era stampato Venezia e l'indirizzo del fotografo. Non era della fabbrica del reverendo, e rappresentava una giovane in piedi appoggiata ad una colonnina, coi capelli chiari che dovevano esser biondi e con quel sorriso interrotto dalla paura di muoversi che imbruttisce gli uomini ma spesso giova alle donne. Naturalmente allora non sapevo chi fosse, ma in seguito, dopo molto cercare, lo seppi.
Il ritrattino mi piaceva assai e, quando s'andava dal Rettore, lo cercavo subito per tornarlo a vedere. In principio non potrei dire altro che mi piaceva, ma a poco a poco mi abituai a fare quasi astrazione dal ritratto ed a pensare all'originale. Quel sorriso, un po' stentato ma pur sempre grazioso, mi pareva diretto proprio a me; e se qualche mio compagno guardava anch'egli al ritratto provavo subito un certo senso di dispetto, una stizza che chiudevo dentro solo per sforzo di riflessione. Ho capito poi che quel brutto sentimento era gelosia, perch me lo sono sentito nel cuore altre volte pur troppo; ed ho capito che dovevo essere gi innamorato, perch, com'ella sa, la gelosia vien dopo all'amore. Infatti, se ella se ne ricorda... ma lasciamo andare.
Ero proprio innamorato, bench allora non sapessi che nome dare a questi miei nuovi sentimenti, e pensavo tutta la settimana al benedetto sabato in cui avrei visto, come direbbe il Metastasio, il caro oggetto. Cominciavo a lavorare di fantasia, a fabbricare castelli in aria, ultimi atti di commedie alla Scribe, allorch m'avvidi che tra me ed il caro oggetto era prossima la separazione. I gelati e i racconti di fate stavano per finire, ed io ci pensavo con una amarezza che ricordo benissimo, perch ho provata poi anche questa altre volte. Non c'era che una via di salute, il ratto. L'ultima sera m'avvicinai al camino con un batticuore terribile, e senza guardarmi attorno, con la risoluzione cieca di chi gioca tutto il suo sopra una carta presi il ritratto e me lo cacciai in tasca. Fu proprio un ratto, perch, come ella vede, lo rubai.
***
Lo rubai. E' una brutta parola ma  la verit, e sono persuaso che se il Rettore m'avesse guardato in faccia con attenzione, se ne sarebbe accorto. Certo mi pareva di avere il delitto scritto in fronte, e quel maledetto batticuore non voleva cessare: anzi mi assordava e mi pareva che tutti lo dovessero sentire. Stentai a finire il gelato, e solo quando uscimmo di camera mi parve di respirar meglio. Tenevo la mano ostinatamente in tasca e di quando in quando accarezzavo il cartoncino colle dita come si accarezza una persona viva. Nel tempo dello studio, con mille precauzioni, riuscii a rinvolgere il caro oggetto in un bel foglio di carta, e me lo misi sul petto, sulla carne nuda. La notte, con la testa sotto le lenzuola, lo baciai come un santo e mi addormentai tenendolo colle mani sul cuore. Chi potesse sapere i miei sogni di quella notte! Ma non me li ricordo pi.

***
S, signora, sono fanciullaggini, lo so. Ma  appunto tra le fanciullaggini che si desta il cuore, e vorrei sapere se il suo, quando si dest, abbia fatto meglio del mio. Tutti a questo mondo incominciano cos, o press'a poco. Non c' che l'agave che fiorisca in un minuto secondo e tutti gli altri fiori sbocciano a poco a poco: e l'agave fiorisce ogni cento anni pur troppo. Cos, con queste fanciullaggini ho cominciato ed ho seguitato per molto tempo, e, veda, mi dolgo di non essere pi fanciullone a quel modo. Con che intensit d'affetto amavo quel mio ritrattino! Che baci gli davo quando non mi vedeva nessuno! Per le vie guardavo le donne in faccia per vedere se somigliavano alla mia innamorata, ed a scuola, con la testa tra le mani e le dita nei capelli, mi immergevo in contemplazioni paradisiche, la cui dolcezza ineffabile mi manc quando il senso pretese la sua parte dall'amore. Quelle meditazioni serafiche, pure da ogni contatto di realt, erano veramente l'ideale dell'ideale, e mi procuravano gioie vive, fantasie inebrianti e castighi durissimi, perch naturalmente chi li soffriva pi di tutti era il povero cardinal Bellarmino. Imaginavo cavalcate, colloqui, viaggi, avventure, e vedevo la mia innamorata in tutte queste fantasmagorie, quasi la vedevo, con gli occhi allucinati, come si vede in sogno. A casa mia avevo compitato il Nicol de' Lapi e mi ricordavo il bacio di Lamberto a Laudomia sull'inginocchiatoio, e me lo figuravo dato da me alla mia innamorata che mi sorrideva come nel ritratto. Quel bacio era per allora il limite estremo dell'amore. Oh, beate fanciullaggini! Mi contentavo di un bacio immaginario e non facevo versi! Come si cambia, signora mia!
Intanto io viveva contento in questo amore rudimentale per un ritratto cui la fantasia dava corpo. Diventai rustico, solitario, stravagante. Il mio cambiamento di carattere fu notato, e mi accorsi che l'abataccio villanzone cui la mia educazione era affidata, mi sorvegliava e mi spiava. S'accrebbe quindi la mia salvatichezza, e questo stato di ostilit contro tutti mi piaceva, perch sostenuto come una prova d'amore. I castighi mi piovvero addosso ed io li accettai come martirio invidiabile, come sacrifici meritorii. Mi irrigidii contro la persecuzione, vissi in uno stato di ribellione muta, passiva, ostinata. L'abataccio disperava gi di domare questa cocciuta perversit, quando un giorno, povero me! perdetti il ritratto!

M'ero addormentato con la cara immagine sulle labbra, e la mattina, nel serra serra del vestirmi in fretta sotto gli occhi grifagni dell'abataccio, non potei che nasconderla sotto alle lenzuola. In chiesa, dove s'andava subito dopo alzati, ebbi il rimorso di aver abbandonato cos, e per la prima volta, il benedetto ritrattino. Quella mattina me la ricordo come se fossero passate poche ore soltanto. Era freddo, ed io aveva un nodo d'angoscia nel cuore. Nascosi la faccia tra le mani, e li, in ginocchio, piansi disperatamente e pregai Dio, lo pregavo allora! pregai Dio con tutta l'anima di restituirmi il ritratto nascosto, di non permettere che altri lo trovasse. Se fosse vero che le preghiere fatte col cuore e con la fede sforzino le porte del cielo, Dio avrebbe fatto un miracolo per me, tanta fu l'intensit della mia orazione. Ma quando uscimmo di chiesa corsi al mio letto... era rifatto! Lo disfeci... Nulla!
Perdetti l'appetito e il sonno. Feci due larghi pesti sotto gli occhi e diventai pi rustico, pi chiuso di prima. Piangevo spesso ed aveva sempre come una fitta al cuore. Ebbi la febbre, e scesi all'infermeria, dove le cure e le distrazioni mi calmarono un poco. Il tempo fece il resto, ma la piaga di quel primo amore, lasci una cicatrice che, a toccarla, si risente. Alle volte, come l'amputato, mi dolgo dove non dovrebbe poter essere pi il dolore, e spesso poi quelle prime sensazioni, quei primi calori della mia vita affettiva, mi ritornano alla memoria con una vivacit che mi fa paura. Il mio primo amore, poveretto, non fu sepolto bene; ritorna qui a domandarmi la pace dei morti.
Dico ritorna qui, perch quel ritratto, signora, era il suo.



CASTEL DEBOLE

Non lo invento io.
Castel Debole non  ora che un povero casale sul Reno, tra Borgo Panigale e Casalecchio, cio tra la prima e la seconda stazione della ferrovia Bologna-Firenze; ma una volta, quando si chiamava Castel Forte, era una rocca inespugnabile che dominava un guado importante del fiume, pochi chilometri al ponente di Bologna. Ed ecco la sua leggenda, che non ha nulla d'inverosimile.
Verso il mille (le date sono incertissime) Castel Forte era di Maghinardo, o Manardo, figlio di Ugolino da Tizzano. Non so da quanto tempo la famiglia da Tizzano possedesse quel feudo; ma pare che non fosse da molto. A ogni modo, quando Ugolino mor, Manardo era appena ventenne, e la morte del padre, seguita pochi giorni dopo quella della madre e di Bertrada sua zia paterna, lo afflisse per modo che voleva farsi monaco dell'abazia di Labante. La sua vocazione era tenuta viva da un prete, che la leggenda chiama sacerdos Medulanus, senza dirne il nome.
L'affare era pi grave di quel che paresse. Bologna era gi guelfa, e i feudatari che la circondavano erano ghibellini. Cominciava la gran lotta tra i Comuni e i feudi. I conti di Panico, ghibellini sfidati, dominavano gi gran parte della valle del Reno, sbarrando le comunicazioni tra Firenze e Bologna. Ora Castel Forte, che dominava un guado importante, faceva gola alle due parti, e i bolognesi molto probabilmente non erano estranei alle pie esortazione che il sacerdos Medulanus prodigava al giovane Manardo. Stavano per ottenere il castello coll'aiuto di Dio, quando i conti di Panico pensarono di mantenerlo alla loro parte coll'aiuto del diavolo.
Berta, castellana di Malfolle e parente dei conti da Panico, era vedova con una figlia chiamata Ilda nella leggenda; ma il nome  probabilmente sfigurato, essendo pi comune allora quello di Elda. Comunque sia, fu dopo un colloquio con Azzo da Panico che ella si decise a recarsi in pellegrinaggio all'abazia di Nonantola presso Modena; e con la figlia e poca gente scese alla pianura. Giunse a Castel Forte il 22 luglio, poich la leggenda dice che fu il giorno festivo di Santa Maria Maddalena, in die plenilunii.
Quel che segue  detto in poche righe nella leggenda; ma siccome  facile immaginare i particolari, eccoli qui.
La madre era molto astuta e la figlia molto bella. Su questo, come vedrete, non pu cader dubbio; ma bench non sia difficile capire qual fosse il piano combinato tra Azzo da Panico e Berta da Malfolle per far andare a male la vocazione di Manardo,  curioso il modo con cui l'astuta vedova e la sua bella figlia l'eseguirono.
Da Panico a Castel Forte, anche con le stradacce d'allora, si vien presto, e il giorno era ancor alto quando le due donne chiesero ospitalit al pio Manardo. L'ospitalit era esercitata largamente in quei tempi, specialmente tra i castellani che, alla lontana, erano sempre un po' parenti. Le donne venivano col pretesto di un devoto pellegrinaggio, il giorno era festivo, e naturalmente Manardo le accolse bene.
Furono servite di rinfreschi nella pi bella sala del castello.
Tutto il lusso possibile a quell'epoca abbelliva la sala d'onore. La vicinanza della citt e le proficue scorrerie del defunto signore contro i castelli guelfi della pianura, avevano fatto di Castel Forte una delle pi ricche dimore del Bolognese.
La graziosa figura d'Elda, in cui fioriva tutta la solida e plastica sanit montanina, spiccava superbamente sulle pareti brune, rivestite di quercia scolpita o di cuoio. I suoi grandi occhi, un po' sorpresi dalla novit delle cose e delle facce, si fissavano negli occhi del pio giovane coll'ardimento ingenuo dell'adolescenza, e le labbra, il cui roseo turgore tradiva il destarsi della sensualit, si aprivano spesso a un sorriso inconsciamente procace. Ogni moto della giovinetta aveva l'eleganza tentatrice, la morbidezza femminea cui la chiesa di quei tempi e il sacerdote Medulano opponevano i pi possenti esorcismi; e tutte le promesse della tentazione, tutte le seduzioni del peccato parlavano ai sensi da quegli occhi limpidi e profondi, da quelle forme fiorenti di giovent e di bellezza.
Quella viva incarnazione d'amore che sorrideva inconscia della sua potenza, turb profondamente il povero Manardo, i cui doveri dell'ospitalit imponevano di servire con le sue mani le pellegrine. Invano abbassava gli occhi, poich un piedino meraviglioso, serrato in una fina e appuntata scarpetta di cuoio giallo, si affacciava irrequieto all'orlo della veste come per prendere anch'egli la sua parte nei turbamenti del giovane. Credeva ad una mala di Satana e tentava inutilmente di non vedere e di non sentire, rannicchiandosi nei suoi divoti pensieri; ma la voce fresca e tranquilla di Elda veniva a distrarlo. Sentiva ogni suo moto senza guardarla ed aveva la coscienza di essere in pericolo senza aver la forza di sottrarvisi.
Berta tentava di tener vivo il discorso, ma si facevano dei lunghi silenzi, durante i quali il giovane moveva le labbra, pregava.
A sera fu peggio.
I caldi tramonti di luglio non sono fatti per le meditazioni ascetiche. Il sole che discende rosso dietro ai piani modenesi, saetta i raggi orizzontali sui colli dalle forme curve, quasi muliebri, li veste di un colore roseo che par di carne. Sembra che la terra intorpidita dall'arsura diurna si risvegli come ad una nuova aurora e frema alla carezza delle fresche aure serali. Le foglie immobili cominciano ad agitarsi lente lente, e il fiume, gi fulgido come uno specchio d'acciaio, prende il color verde degli occhi delle ondine tentatrici. Tutto si risveglia; anche il desiderio.
Le prime ore della notte, col tremulo bagliore delle stelle, con le vampe tiepide e profumate che alitano per la valle, con quel mistero della penombra dove s'indovina un fermento di amore e di fecondit, dnno una molle sensazione che pare un principio d'ebbrezza. Ai profondi silenzi succedono larghe vibrazioni di volutt, e passano le lucciole a sciami sulle stoppie nere, cantano gli usignuoli nelle macchie, e il fiume mormora gli ineffabili epitalami della notte. Nelle tenebre tiepide si compiono nozze misteriose, e l'amore palpita nel grembo della terra come il sangue nelle arterie dell'uomo.
 allora che il pieno disco della luna si leva e sale diffondendo la sua luce fredda sui campi deserti. Le ombre nere si allungano sui piani argentei e il fiume risplende qua e l di pagliuzze d'oro. Tutto a poco a poco si calma e riposa nella immensa solennit della notte.
Il povero Manardo sentiva i fiotti del sangue bollente salirgli alle gote e dal cervello. Ebbe le vertigini di chi si affaccia all'abisso, e chiese di nuovo la pace alla preghiera.
Proprio sull'ultima sponda del fiume, circondata da pochi salici e da una siepe di carpini, era una sottile colonna di pietra che reggeva una madonnina scolpita. Fu l che Manardo s'inginocchi, chiedendo la calma del sangue alla fresca brezza notturna e la pace dell'anima alla Vergine sua protettrice. E stava chino umilmente, quasi prosteso a terra, allorch un suon di passi ed un frusco di vesti lo scosse. Erano le donne. Lo sent, e rabbrivid come ad un pericolo mortale, ma subito fu colto da un gran disprezzo di s medesimo e della sua debolezza. Dunque egli era cos poco avanti nella grazia, che una tentazione delle pi comuni lo poteva turbare sino alle midolla delle ossa? Gli vennero in mente esempi di santi che avevano resistito a pi forti lusinghe, che avevano anzi sfidato il peccato, e per virt della fede erano usciti vincitori nella lotta da loro stessi cercata. Volle esser forte, volle vincere l'interno nemico a forza di volont e di fede, volle castigare la propria fiacchezza condannandosi a rimaner l, inchiodato sulle ginocchia, finch le donne non fossero partite.
Ma non partivano. Si erano fermate a pochi passi da lui dietro i carpini. Udiva le loro parole, sentiva il frusco delle loro vesti su rami bassi e cap... Si spogliavano per scendere nel fiume.
La sua condizione diventava terribile, ma tuttavia si ostin a non muoversi, come se al di l della siepe non ci fosse nessuno. Si teneva il capo stretto tra le mani invocando il soccorso divino, ma un pensiero attraversava le sue preghiere:-Se guardassi? Lo scacciava inorridendo; ma ritornava, e gli dava la febbre. Appoggiava la fronte alla colonna per sentire il refrigerio di quel freddo, sentiva distintamente coll'orecchio le pulsazioni frettolose del cuore.
Sentiva le donne parlare sottovoce, ed ogni parola rivelatrice era un nuovo assalto. Sentiva sciogliere i cordoni, e le vesti cader sordamente a terra, ed egli si chiamava vile perch gli veniva l'idea di turarsi le orecchie. La sabbia scricchiol sotto un piede ignudo che scendeva al fiume, e a un tratto la voce argentina di Elda vibr nel silenzio, dicendo:-Ah, come  fredda!
La madre dietro ai carpini rispose:-Avanti! avanti!
Il fiume non  profondo, ma dopo alcuni passi fatti con l'acqua sino alla caviglia, si trova improvvisamente uno scalino gi dal quale si da un tuffo alla cintola. Manardo ascoltava suo malgrado il rumore del piedino di Elda nell'acqua, allorch la giovinetta gitt un grido di spavento. Egli si trov ritto senza saper come, e...... guard!
Elda aveva gridato dando il tuffo sino alla cintola nell'acqua fredda. Non era nulla ed ora rideva; ma... era il plenilunio!
A quella fascinatrice rivelazione della bellezza, Manardo rimase con gli occhi sbarrati, coi nervi tesi e il singhiozzo nella gola riarsa. La fanciulla, ignorando di esser vista, concedeva tutto il candore delle forme agli sguardi del giovane. Rideva, e le divine curve del torso emergevano dall'acqua che le aveva abbracciate con una carezza fosforescente. E ritta sulle anche, sotto i baci della bianca luna, lev le braccia e le port indietro per sciogliersi i capelli, lasciando ingenuamente trionfare tutta la gloria della sua virginea e superba nudit.
Manardo si sent soffocare. Gli manc la vista e cadde rovescio con un rantolo disperato.
Rinvenne disteso sull'erba, e le due donne, appena rivestite, lo soccorrevano. Berta sorrise vedendolo aprir gli occhi, mentre Elda si allontanava arrossendo.
Non so se le nozze fossero celebrate dal sacerdote Medulano, che dovette intenderla male. Certo il castello rimase per allora ai Ghibellini, e i Bolognesi, per dispetto, d'allora in poi lo chiamarono Castel Debole.



IL QUARTO SACRAMENTO

Quando ci alzammo da tavola, il colonnello era di buon umore.
Un po' di epicureismo inteso bene spianerebbe le rughe in fronte anche al profeta Geremia, quello delle lamentazioni; figuratevi se non ci sentivamo allegri noi, facendo cerchio intorno al fuoco e aiutando il chilo con un ponce squisito. Fu allora che il colonnello, tra le altre storielle, ci narr questa.

Una volta, ho commesso un'azione poco delicata, e siccome le birberie si tirano una coll'altra come le ciliege, fodero l'indelicatezza con una indiscrezione. Capirete per, che almeno i nomi non li dico.
Prima del 1859, e pur troppo anche ora, le nostre famiglie tenevano in casa un prete che faceva da pedagogo e da maestro ai ragazzi. Il prete di casa mia, un tal don Paterniano, non aveva nulla che lo distinguesse da' suoi colleghi. Era asino come loro, ghiotto e sudicio quanto impongono i canoni e la consuetudine; ma non era cattivo, e quando, nel 1860, scappai di casa per andare in Sicilia, il pensiero di lasciare il mio pedagogo non mi affliggeva certo, ma nemmeno mi rallegrava.
Dal 1860 al 66, accaddero tante cose che non giova raccontare. Basta che tornai capitano e mi trovai solo. Anche lo zio, l'unico parente che portasse il mio nome, era morto proprio il giorno dopo alla battaglia di Sadowa. Tornai con un permesso di sei mesi, per guarire la lussazione che avevo riportato a Custoza, ma in verit la lussazione pi grave l'aveva dentro.
Ricorderete tutti i terribili disinganni che ci colpirono allora: i disinganni della guerra e quelli della pace successiva. Ma per noi militari, l'amarezza era pi grave. Ci pareva di esser responsabili verso alla nazione dell'accaduto, e a tutti i dolori si aggiungeva un penoso sentimento quasi di vergogna immeritata che ci faceva sospettare un accusatore in ogni conoscente che rivedevamo. Io, poi, che tornavo con una volgare lussazione gi mezzo guarita! Altri almeno poteva mostrare con orgoglio le cicatrici del proprio dovere; io ritornavo a casa ingrassato!
E la mia casa era deserta! La custodiva solo il portinaio che non conoscevo, e passando per quelle ampie sale silenziose non sentivo altro che il rumore de' miei passi, di cui si meravigliavano i ritratti dei vecchi di casa, i quali mi seguivano con gli occhi come se fossi un estraneo. Finii presto le faccende che avevo da mettere in regola col notaio, e mi trovai con la bella prospettiva di cinque mesi di noia futura. Che fare?
Nel rovistare le carte della successione, avevo trovato alcune lettere di don Paterniano, nelle quali comunicava al mio povero zio la sua promozione a superiore del convento di Monte Stella vicino a X***. Infatti il mio antico pedagogo si era fatto frate camaldolese e si chiamava ora padre Romualdo.
A leggere quelle lettere, mi venne la matta idea di farmi frate provvisoriamente e di gustare la pace profonda del monastero.
Ero tanto angustiato di quel ch'era accaduto, ero tanto annoiato di quella solitudine in cui mi trovavo per forza, che pensai a farmi solitario sul serio per qualche mese, sperando di riprendere forze morali e nuova capacit di illusioni e d'entusiasmi.
Scrissi dunque a padre Romualdo chiedendogli se mi accettasse come frate dilettante, obbligandomi a pagare il mio mantenimento e a non turbare per nulla le consuetudini e gli scrupoli dei suoi frati.
Il padre mi rispose lietissimo, dicendomi che mi aspettava a braccia aperte: mi chiedeva quanti metri e centimetri fossi alto, per farmi fare la tonaca subito; mi avvertiva di lasciar crescere la barba, e nella poscritta insinuava che quanto a vitto starei bene, ma quanto a bere avrei agito prudentemente cercando di portar meco qualche bottiglia, poich la cantina del convento era vuota, imponendo la regola di bere acqua pura.
Questa raccomandazione mi fece ridere, poich mi ricordai che padre Romualdo, quando era don Paterniano, beveva spesso e volentieri, preferendo il vino buono a qualunque altro liquido.

Il convento di Monte Stella  sopra un colle che domina la citt e il mare. A mezzod si apre larga e verde una valle, dove il fiume di querce e di castagne, digradano in colore fino a divenire azzurri all'orizzonte.  uno di quei luoghi come i frati hanno sempre saputo scegliere, vicino alle citt, vale a dire un luogo incantevole.
Il convento, ceduto al municipio dal governo, non  fatto per la vita in comune, ma composto di tante piccole casette, una per ogni frate. Cos vuol la regola. Ogni casetta ha tre camere e un piccolo giardino chiuso da un alto muro; ma quella che mi fu assegnata guardava la valle, e da quel lato non era chiusa che da un parapetto, sotto al quale il monte scendeva a picco. Le case fanno corona alla chiesa, dietro cui sta un magnifico bosco. Tutto questo villaggio religioso  circondato da un muro, e non si pu entrare se il frate portinaio non apre il cancello.
Padre Romualdo mi accolse proprio come aveva annunciato; a braccia aperte. Giunsi la notte ed egli mi condusse subito alla casetta che m'aveva destinato. Volle che mi vestissi subito da frate, mi preg di parlar poco con gli altri frati (erano tre in tutto e addetti ai servizi umili umili come la loro intelligenza: il cuore per sapeva profondamente l'arte sua), di farmi servire da loro senza riguardi, e altre raccomandazioni dalle quali credetti di capire che il padre m'avesse fatto passare per un pezzo grosso dell'ordine, venuto in incognito. S'inform dei miei bagagli, che dovevano venire al mattino, e io l'avvertii di far scaricare con giudizio le casse per non rompere le bottiglie. Mi dette la buona notte e io, dopo aver fumato un sigaro nel giardinetto, mi coricai sul lettuccio monastico, che mi concesse un sonno beato.
Al mattino, mi levai di buon umore, e mentre stavo odorando i fiori del giardino e guardando gi l'immensa valle da cui salivano le nebbie mattutine, sentii alcune voci dominate da quella di padre Romualdo. Egli gridava:
-Piano! giudizio con quelle casse di libri!
Le casse di libri furono presto nel mio appartamento, e sapete gi che erano delle migliori edizioni di Bordeaux, di Broglio, di Barolo, di Capri e di altre regioni propizie all'enologia.
Mi sentivo benissimo. La stranezza della mia posizione, la cucina eccellente, la tranquillit intima, la stessa volutt che provavo nelle ore calde, sedendo sotto l'ombre fitte del bosco con la sola camicia e la leggera tonaca di lana bianchissima, che si presta tanto bene alle carezze intime delle brezze montane, tutto insomma contribuiva a far di me un vero frate, insensibile a ogni seccatura del mondo esterno, annichilito nella pace della vita animale. Padre Romualdo mi prodigava le finezze e le attenzioni pi delicate, e gli altri frati mi rispettavano silenziosamente, facendomi certi profondi inchini cui corrispondevo con un sorriso di degnazione. Un giorno feci un complimento al cuoco, il quale, commosso, mi baci la mano.
Dopo una settimana di quella vita beatamente epicurea, cominciai a sentire che c'era pure qualche cosa che non andava. Quando mi alzavo al mattino e nel mio giardinetto fumavo un sigaro contemplando la valle, la citt e il mare, avevo dei momenti grigi che tendevano tutti i giorni a farsi pi scuri, e provavo un senso di vuoto, di insoddisfazione, che diventava sempre pi nervoso e penoso. Mi mancava l'eterno femminino. Quando sentivo un canto di villana salir dalla valle al mio giardinetto, avevo gi certi spasimi interni che incominciavano a disgustarmi della vita contemplativa.
Padre Romualdo tutte le sere veniva nella mia casetta. Aveva preso confidenza e fumava e beveva come se la regola glielo imponesse. Mi raccontava alle volte certe storielle grassocce che lo facevano ridere sino alle lagrime, e si rovesciava sul seggiolone tenendosi la pancia e sgangherando le mascelle. Il buon padre si sentiva sovrano e padrone di Monte Stella, e poich i suoi tre fraticelli lo servivano come un pasci, egli si era liberato sempre pi dai lacci monastici, e ho il sospetto che peccasse e si assolvesse da s. Certo lass, in quel monastero venerato da tutta una regione, egli solo aveva facolt di confessare.
Una sera gli contai le mie nuove tribolazioni, che egli accolse con uno scoppio di ilarit. Lascio i commenti aretineschi che vi fece sopra. Egli era oramai giunto in et da non soffrire come soffrivo io; ma mi narr, con molta evidenza, le sue lotte passate, le sue vittorie contro la tentazione, dove qua e l mi parve di scorgere qualche restrizione e qualche bugia. La confessione era il suo tema prediletto, e mi narrava le marachelle che aveva sentito dalle donne, i casi di coscienza che aveva dovuto sciogliere, le sue soluzioni, e una filza di aneddoti pornografici che lo facevano sussultare dalle risa sopra la scranna, mentre io, senza volere, ogni volta pi l'ascoltavo volentieri.
Una sera aveva bevuto pi del solito e cominciava a perder l'erre. Bussarono alla porta del giardino, e il padre dalla sua sedia chiese ad alta voce:-Chi ?-Un fraticello rispose:-La contessa Y* che si vuol confessare.-Il padre brontol sottovoce alcuni spropositi grossi, poi grid che la introducessero in chiesa a far l'esame di coscienza, che tra poco sarebbe venuto.
Torn a spropositare. Erano ore quelle da venire a romper le tasche a un povero servo di Dio? Benedette donne, che fanno i peccatacci e seccano la gente a tutte l'ore, per farseli perdonare! E via di questo passo. Io ebbi un'idea luminosa e gli dissi:-Vuoi che vada io?-Prima credette che scherzassi, ma dopo che gli ebbi mesciuto un bicchiere di Capri traditore, cominci a ridere della burla e fin col consentirmelo, facendomi fare i pi terribili giuramenti di segreto. Gli sturai un'altra bottiglia e uscii.
In parola d'onore, ero meno commosso a Milazzo quando sentii a fischiare le palle la prima volta. Si ha un bell'essere capitano di cavalleria, ma l'idea di confessare una signora, che sapevo giovane e bella, fa un certo effetto.
Passai dalla sagrestia e mi misi la cotta e la stola, tirandomi il cappuccio bianco pi avanti che mi fosse possibile. Ero sicuro di non trovare in chieda altro che la mia penitente; ero certo di farla, franca, ma insomma un po' di tremarella l'avevo.
La chiesa era scura scura, poich i piccoli lumicini che ardevano davanti agli altari non rompevano le tenebre. Un odore d'incenso, d'umidit fresca e di fiori empiva ogni cosa, e nel silenzio profondo e solenne sentivo il rumore dei miei sandali e mi veniva quasi la voglia di camminare in punta di piedi. Tuttavia, curvo e con le mani immerse nelle larghe maniche, mi diressi al confessionale. Vidi un'ombra nera chinata sovra un inginocchiatoio, mi chiusi dentro e tirai la tendina.
Avevo sempre addosso quella benedetta emozione che mi faceva battere il cuore, ma appena, fui seduto mi venne quasi voglia di ridere. A un tratto, al finestrino di sinistra, la parte del cuore, sentii una voce bisbigliare il Confiteor. Per vostra norma, la contessa era una bella bruna di venticinque anni, maritata, alta, ben fatta, in fama d'essere spiritosa, ma severissima in riga di galanteri.
-Figlia mia, siete al tribunale della penitenza. Confessate con sincerit piena e contrita le vostre colpe a Dio che le ascolta, e ricordatevi che quel che deponete a questo santo tribunale rimane un segreto tra voi e Dio soltanto.
-Padre, mi accuso del peccato di superbia. (Cominciamo dal primo dei peccati mortali, dissi tra me. Quando parlava, sentivo il tepore del suo alito passare tra i buchi della graticola).
-Ditemi, figlia mia, le circostanze di questo peccato; perch possa misurarne la gravit. Siete voi stata vana del vostro nome, delle vostre ricchezze o del vostro corpo?
-Di tutti e tre, padre. (Ahi! ahi!).
-E questa vostra colpa si  tradotta esternamente con atti, con sguardi, o con parole?
-Mi accuso di essermi guardata troppo volentieri nello specchio, e... (titub un poco) specialmente uscendo dal bagno. (Sacripante! Domando io se sono cose da contare a un capitano di cavalleria, che fa vita monastica e rimpiange terribilmente l'eterno femminino! Cominciavo a spaventarmi).
-Male, figlia mia. Dio non v'ha dato un bel corpo per compiacenze peccaminose, ma perch serva a sua eterna glorificazione. (La frase era stupida. Cominciavo a impaperarmi. Avevo una gran voglia d'insistere e di domandare particolari pi minuti, ma temetti di eccedere. Ci fu un breve silenzio).
-E sopra il secondo peccato, l'avarizia, avete nulla da dire?
-No, padre, non mi pare d'esservi caduta.
-E... e sopra al terzo.... Vediamo: siete sincera. Pensate che quel che affidate al tribunale della penitenza rimane segreto, suggellato con sette suggelli, e riflettete che le domande che vi far non vengono da curiosit indiscreta, ma dalla necessit in cui si trovano i ministri del Signore di pesar bene tutte le circostanze, per conoscere e giudicare la gravit del peccato.
-Si, padre; mi accuso di aver......

Angeli e ministri di grazia! La contessa non era severa; no, no: era prudente!
Quando le ebbi dato l'assoluzione e i sette salmi penitenziali da dire, scappai, ch mi pareva d'aver le fiamme nelle ossa. Padre Romualdo russava sul mio letto, e io cominciai a radermi la barba per presentarmi il domani alla contessa.
Stetti in citt un mese, radunando con la contessa i materiali di una futura confessione. Padre Romualdo l'avr assolta, ma a me  sempre rimasto un mezzo rimorso. Mi pare che il sorprendere cos i segreti di una signora non sia troppo delicato.
Raccontarveli, poi!



GIOSU CARDUCCI

Giosu Carducci pubblica due volumi ad un tempo: uno di prose ed uno di poesie.
Oramai si possono ancora discutere le opinioni e i tentativi di innovazione tecnica, si pu discutere di tutto quel che si vuole parlando del Carducci; ma del posto che gli spetta tra i poeti nostri viventi non si discute pi: egli  primo. Gli stessi suoi nemici (chi si alza una spanna sul livello della comune mediocrit, ha dei nemici), sia che lo assaltino in faccia, sia che lo aspettino la notte dietro la cantonata per dargli una coltellata nella schiena, riconoscono la grandezza sua con la bassezza medesima del loro livore. Quando, come il serpe della favola, si sono spezzati i denti a mordere la lima, dicono: io sprezzo! Hanno un bel dirlo! Il pubblico sa che la lima  d'acciaio fino, e ride.
Poich Enotrio  un terribil nemico. Quando gli pare che in un biasimo a lui diretto, od anche in una lode, ci sia qualche cosa di pi importante che la sua persona, per la dignit dell'arte o l'onest letteraria, si leva subito armato per la battaglia e combatte. Non bada pi agli avversari, non bada alla loro potenza, od alla loro indegnit. La santit della causa lo accende, e, come i buoni cavalieri antiqui dell'Ariosto che per la dama rompevano indifferentemente la lancia contro il miglior paladino della Tavola Rotonda o addosso al moro pi gaglioffo di tutta l'Etiopia, cos egli non si perita di contraddire dignitosamente agli uomini degni di stima o di castigare i mascalzoni ubriachi che vomitano vituperi nei vicolacci di certi giornali letterari clandestini. Egli si  fitto in capo che anche i letterati nella loro letteratura dovrebbero essere onesti come tutti i galantuomini nella via, e fa del suo meglio perch in arte non siano permesse e lodate le stesse azioni che farebbero vituperare un banchiere, fallire un droghiere, bastonare un facchino. Desiderii e sforzi generosissimi: ma per ora la nostra morale letteraria  fatta cos; e se dite un'insolenza mettiamo allo Chauvet si rischia d'andare in prigione, mentre il primo scolaretto di ginnasio o il primo briccone che sa tener la penna pu dare dell'asino e dell'ubriacone al Carducci senza che nessuno trovi nulla a ridire. La cosa par naturale e sembrer tale per un pezzo, pur troppo. Il Carducci ha fatto accettare le Odi Barbare, ma non far accettare cos facilmente a certi critici i canoni della pi volgare onest.
Da queste polemiche per l'arte e per la giustizia venne fuori un libro, Confessioni e battaglie, libro dove il Carducci d la sua misura come polemista.
Nella battaglia il Carducci non  un velite agile e brillante come per esempio il Cavallotti,  piuttosto il triario catafratto che cammina diritto al nemico, lo sfonda e lo stritola. Le sue polemiche non sono i Numidi di Annibale che sterminano correndo e gridando, ma la falange macedone dalle lunghe picche, ma i principes della legione romana che assaltano serrati, col passo cadenzato, coll'urto irresistibile. Egli non scherza mai, non ride; tutto al pi usa l'ironia ed il sarcasmo. Non devia mai, e spesso ripete all'avversario: Non  di questo che si tratta; e torna all'argomento e sforza il nemico a tornarvi, costringendolo a rimanere sul terreno da lui scelto per combattere.
Da questo viene che mentre le polemiche tra gli altri letterati durano senza fine e cessano solo per stanchezza de' combattenti, le polemiche del Carducci finiscono presto. Una lotta di guerriglie pu seguitare molti anni, una battaglia in regola dura poche ore. L'avversario sconquassato pu ritornare a casa zoppicando, rimettersi alla meglio in salute, riattaccar zuffa magari di nuovo, ma non pi in quel campo e per quella ragione. Pu tentare i suo Cento giorni tornando dall'isola d'Elba, ma a Lipsia non vince pi.
Oltre per all'efficacia che hanno di per s, queste cariche di corazzieri diventano irresistibili per l'autorit di chi le comanda. Il Carducci non si contenta di discutere, ma lavora. Egli stampa insieme un volume di polemiche e un volume di poesie, unisce alle parole i fatti, fa seguire la pratica alle teoriche. Egli (non io, come con la sua gentile benevolenza vorrebbe) egli  di quelli che con una mano lavoravano all'opera del tempio e con l'altra tenevano un dardo: "aveano anche ciascuno la sua spada cinta su i fianchi, e cos edificavano"; come lasci scritto Nehemia.
Poich bisogna pure ch'io lo dica, di una cosa sola mi vanto. Non mi vanto che i libri miei abbiano incontrato il favore pubblico; non mi vanto di vedermi oramai accettato nel coro degli eletti che sanno leggere e scrivere, dopo che per alcuni anni fui sottoposto alla interdizione dell'acqua e del fuoco dalla pudibondaggine scrofolosa degli epigoni romantici; non mi vanto e non mi lodo vedendo che almeno alcune delle idee che difesi sono pure entrate nel dominio universale, e che, pur vituperando il verismo, tutti oramai l'hanno nell'ossa; di una cosa sola mi vanto, mi lodo e mi glorio: di aver capito il Carducci, la sua importanza e il suo avvenire, ornando al di fuori del cerchio di pochi amici e di pochi studiosi egli era incognito agli spaventi politici dei pizzicagnoli, ai furori isterici e prosodiaci dei critichini illetterati.
Me ne vanto. Io era uno studentucolo svogliato che non gustava troppo le arcane bellezze del Diritto canonico, e il Carducci era un modesto professore che lavorava, come lavora, tutto il santo giorno, ed abitava in un vicolo fuor di mano, senza frequentare il mondo e le sue pompe. Gli scolari gli volevano bene, e noi, speranze del foro, davamo spesso una capatina nella sua scuola dove si studiava e si studia. Il Carducci non ha mai avuti nulla di quel cavadentismo per cui molti professori potrebbero dar dei punti alla signorina Sara Bernhardt, e alla scuola del professore girondino non si sente mai e poi mai una parola, nemmeno di allusione, alla politica che altri incastra per sino nei logaritmi e nella flebotomia. Egli stesso dice qual' la sua scuola: "Un po' di filologia, un po' di paleografia, un po' di critica, qualche po' pi di storia e ricerche, molte e faticose su molti codici, su molti libri". E fatta la parte della modestia che dice un poco dove ce n' parecchio,  vero che l'ideale del Carducci insegnante  quello, "di alzare col metodo storico pi severo la storia letteraria, al grado della storia naturale".  il positivismo, lo sperimentalismo, tutto quel che volete, ma  il metodo scientifico richiesto dal nostro momento storico,  l'abbandono assoluto delle vecchie metafisicherie, dei vecchi filosofemi retorici. Ora per fare una lezione sopra un secolo con le antiche maniere, bastano alcuni luoghi comuni e un po' di verbosit meridionale: ma per farla come si fa la storia naturale, bisogna avere studiato, studiare, far studiare; ci vuole un fondo di lavoro grande e un ingegno potente per farlo fruttar bene. Poca apparenza e molta sostanza, poche chiacchiere e molti fatti ci vogliono; e il Carducci, lavorando e insegnando cos, non attirava a s le chiassose dimostrazioni di entusiasmo sulle quali pur troppo si fonda la fama di parecchi.
Quando usc il Levia Gravia, pochi ne parlarono. Il libro si allontanava troppo dalle solite torototelle che allora erano battezzate poesie. C'entrava poca o punta politica, niente Dio, niente luna, niente delle solite ciarpe romantiche ancora in moda. Le strofe non erano manzoniane, e c'era in tutto un non so che di pagano che stonava orribilmente col deismo delle maggioranze amiche ancora dei mezzi morali. Il volume pass tranquillamente, senza togliere o aggiungere fama all'autore. Si noti poi, che allora non era moda il parlare a diritto o a rovescio di letteratura. Oggi ognuno crede sacro dovere di cittadino e di contribuente spropositare intorno alla poesia sette volte al giorno come l'uomo giusto; e l'analfabeta che la sera tra una partita di biliardo e un poncino non giudicasse tutta la nostra letteratura contemporanea, si crederebbe disonorato. Allora non c'era questo bel costume, e tutt'al pi degli autori in voga spropositavano i giornali politici nelle appendici inserite per tappare i buchi. Non c' che dire; chi negher il progresso?
Ebbene; quando il volume del Carducci passava quasi non visto nella crassa penombra della nostra ignoranza, io, scolaretto imberbe, lo capii e lo ammirai, tanto che ora me ne tengo. Scrissi la mia brava appendice, che fu stampata in un giornaletto ora dimenticato, e naturalmente dissi chi sa che monte di strafalcioni. Ma non fa nulla: ammiravo sinceramente quando gli altri passavano senza voltarsi addietro; ed ora che tutti, volenti o nolenti, chinano il capo davanti a chi fa onore al nostro paese ed all'arte nostra, sono superbo di poter dire: io, bamboccio, ho inteso e applaudito quando voi altri non c'eravate, cari critici nasuti e perspicaci! Avete aspettato che il Satana scombussolasse la testa ai dormienti e levasse rumore, per capire e convertirvi! Io credo che il Carducci voglia poco bene a quell'inno, appunto perch fu per quello che cominciaste ad accorgervi di lui!
Al rispetto che nutrivo un tempo pel Carducci, ora, nuova cagione de' miei vanti,  succeduta una buona amicizia; ma il mio entusiasmo per lui e per le cose sue  sempre lo stesso. L'ho seguito con gli occhi lieti nella sua salita gloriosa, l'ho visto con gioia superare gli ostacoli pi forti o pi maligni, mi par quasi che sia qualche cosa di mio, qualche parte di me che trionfi con lui. Hanno voluto dire che i veristi ebbero torto a rivendicarlo come loro capo, ma i veristi ebbero ragione, come avr ragione d'invocare il suo nome chiunque, verista o no, penser col suo cervello, porter la scure sul vecchio tronco dell'Arcadia e... scriver senza spropositi.
Il Carducci infatti fu il primo che spezz la tradizione romantica e manzoniana, fu il primo che ad un'Italia bene o male rinnovata fece intendere che bisognava lasciare la vecchia maniera, i vecchi pregiudizi, e fare di nuovo. Per questo egli  il capo di ogni ribellione contro la disciplina monastica che pesava non ha molto sulla repubblica letteraria. Egli ha ogni ragione di sdegnarsi vedendo come quelli che si gloriano di dirsi suoi discepoli siano cos poco degni di s gran nome; ha diritto di corrucciarsi vedendo come i soldati siano cos impari al genio del capitano, e allora protesta e non riconosce i suoi, e si duole che si dicano suoi, e proclama, come il Poeta, di far parte da s stesso. Ha ragione; ma, voglia o non voglia, dovr pur tollerare che i piccini facciano di cappello al babbo. Si volti pure disingannato da un'altra parte; noi dobbiamo salutare e salutiamo.
Le Nuove Odi Barbare non sono pi una novit se non perch sono raccolte in volume; ma tuttavia cos raccolte fanno tutt'altra impressione che lette ad una ad una, ad intervalli, ne' giornali. Cos riunite, l'orecchio del veterinario o del droghiere, per solito duretto, le dovrebbe capire un po' meglio che non staccate, isolate tra un bozzetto o una polemica. Non spero molto negli orecchi dei soprascritti signori, ma tutto  possibile, anche che si persuadano che i versi del Carducci sono versi italiani. Chi sa? Dei miracoli se ne vedono ancora... a Lourdes.
Comunque sia, poich, come ripeto, il Carducci pu piacere o no, ma da chi non sia idiota non pu pi esser discusso come si discute il primo poetucolo venuto, bisogna dunque rallegrarci con lui e con la patria di questa sua balda virilit che gli permette di esser sempre il primo all'assalto, il primo sulla breccia.
Ad multos annos!



GIUSEPPE REGALDI

 morto Giuseppe Regaldi.
Era un poeta che per forza aveva dovuto vestir la toga di professore. Era l'ultimo forse dei bardi (cos si chiamavano tra loro) di un ciclo quasi dimenticato, cui piacquero le sonorit ritmiche e l'abbondanza degli improvvisatori. Negli ultimi suoi tempi si era dato ad una certa maniera di poetare tra la didascalica e la descrittiva, che in fondo era un ritorno alla maniera che gli valse la fama negli esordi suoi, quando cantava l'Armeria di Torino. L'Occhio e l'Acqua sono perfezionamenti di quei suoi tentativi passati: pi felici, pi scientifici, pi meditati, ma tocchi sempre dal malore che ha ammazzato la poesia didascalica.
E ci voleva l'esuberanza dell'estro, la potenza di fiorire col verso anche i pi aridi temi, la ricchezza feconda dell'ingegno del Regaldi, per tradurre un catalogo di museo in un poema. In questo era egli veramente mirabile, che dove gli altri stentano a rivestire le idee con le parole e coi versi e lottano faticosamente con la musa per domarla e rapirle l'ambrosia de' baci concessi soltanto ai forti, egli vinceva senza sforzi, poetava senza stento, come se la poesia fosse il suo linguaggio materno e il verso non potesse avere ribellioni per lui.
Tale facilit veniva forse dal suo passato d'improvvisatore, quando, invidiato per bellezza giovanile, passava di citt in citt raccogliendo gli applausi degli uomini e i baci delle donne. Nessuna sapeva resistere. Egli vinceva collo sguardo, rimastogli vivo sino agli ultimi giorni; con quello sguardo azzurro, intenso, giovane sempre anche sotto le ciglia bianche. Sapeva vincere e posava. A Napoli, mentre il terribile Bomba era passato per pochi momenti in un'altra sala, vinse una illustre dama di palazzo e le cortine del talamo reale coprirono il suo ardimento.
Anche quando scriveva versi meditati, c'era nelle cose sue un resto della tensione di chi improvvisa. Egli non tocca quasi mai certe corde e mira sempre al sublime. Non scherza mai, non ride mai. La stessa ironia tra le sue mani diventa imprecazione. Chi l'ha conosciuto ricorda la sua bella voce di baritono, robusta e squillante, ed i suoi versi paiono recitati sempre da quella voce pi atta a cantar peana che elegie, pi facile a muovere al terrore od all'entusiasmo che alla commozione o alle lacrime.
Questa vertigine intellettuale gli vietava di esser poeta lirico. Parr strano, ma  cos. La lirica infatti, e le poetiche lo dicono, cerca appunto l'impeto, l'intensit, e i voli pindarici sono persino diventati un luogo comune. Ma bisogna notare che se l'arte  indispensabile alla parte formale della lirica, altrettanto  indispensabile che l'impeto e l'intensit non siano cosa d'arte, ma siano davvero nell'intimo dell'animo del poeta.  la storia dell'orazione si vis me fiere ecc. Ora il Regaldi, e i parecchi e meritamente lodati poeti della sua maniera, non cantano perch siano commossi, ma si commovono perch cantano. Appena seggono sul tripode come la Pizia, sono invasi dal dio e l'onda de' versi sonanti prorompe dal loro petto agitato. Questa sar bella poesia, sar anche lirica quanto alla forma, ma sar sempre qualche cosa di artefatto, di voluto, che ripugna in fondo all'essenza della lirica. Si sente troppo l'attore, troppo l'eccitazione artificiale, troppo il rullo dei numeri che paion battere sempre la carica e il passo di corsa e fanno sospettare che appunto il rumore si faccia per stordire chi ascolta e chi canta. Allora le strofe ansano, si accavallano, si accaldano sempre pi, ma il fragore  di parole, l'entusiasmo di alcool, e il pubblico, riscaldato un momento, finisce con l'accorgersi dell'artificio. Qui non si nota pi quel che amore spira, ma si scambiano gli effetti di un afrodisiaco con l'amore, e si canta in conseguenza. L'eccitazione vien dal di fuori e mette in moto le facolt poetiche dell'artista l dove dovrebbe prorompere dall'interno e stimolare invece le facolt ad espandere fuori l'intimo fuoco. E la lirica  espansione, non assorbimento.
Per questo il Regaldi non mi par lirico insigne. Non si creda che o voglia sminuire in nulla i suoi meriti, che non furono pochi; solo mi preme di chiarire il concetto mio intorno ad un modo di poetare che ha seguaci ancora e che vive ancora nelle nostre scuole, dove si impone ai discepoli di versificare un tema dato, di sentirlo e di riscaldarsene. Questa invece  piuttosto arte descrittiva, didascalica, che lirica. Cos si fanno le georgiche, ma non le odi. Per questo il Regaldi riusciva meglio ad adornare un argomento a lui dato o da lui scelto, che ad esprimere impressioni o sentimenti intimi ed individuali.
La sua stessa prosa lo mostra. Dov' nelle sue descrizioni e ne' suoi racconti l'impressione sua, il segno del suo temperamento di scrittore? Egli narra, infiora, abbellisce, incanta, ma non  mai il sentire suo che scalda le pagine,  il sentire di tutti che appena le intiepidisce. Le immagini vive, gli squarci eloquenti vi abbarbagliano, ma dietro loro non c' mai una persona; c' soltanto un bravo scrittore. L'impronta personale, il segno dell'ugna possente che incide in un'opera il quia nominar leo, non c' mai. L'arte ha ucciso l'artista.
Ma l'arte era in lui mirabile. Egli poteva descrivere la fusione di un cannone, i meccanismi complicati di un orologio con la pi grande abbondanza di modi e di imagini, senza mai abbassare la tonalit della sua poesia, senza parer mai freddo o stentato.
Uno spettacolo naturale, un fatto meraviglioso, una cascata d'acqua o l'impresa dei Mille, non trovano in lui che le frasi usuali con cui si esprimono e descrivono di solito dalle persone colte, pi l'adattamento alla forma poetica e l'impeto del parlare.
Ma le altre difficolt invece lo eccitano, lo accendono e, conscio della propria forza, quasi le cerca e le vince. Sono tours de force, e il gusto felice dell'artista riesce a mascherare la faticosit dell'impresa. Le frondosit delle immagini e del verso coprono la miseria della sostanza e c' sempre qualche cosa del teatrale in quei carmi. Le belle vedute sono dipinte magistralmente su carta di straccio, le armature scintillanti sono di cartone dorato, i capelli biondi e le guancie rosate sono parrucche e belletto.
Chi non lo crede abbia la pazienza di leggere se non altro i principii delle sue poesie. Vedr che i processi pi ordinari al Regaldi sono appunto i pi teatrali, i pi declamatorii: l'apostrofe e l'interrogazione. Salve, o materna terra lombarda ecc.-Salve, o poeta ecc.-Salve, o diletta sede nata ecc.-E poi: Dove son le corone e gli scettri? ecc. Che mi rechi, errante nuvola? ecc.-Chi  colui che gi scende dal monte?-E poi: Garzoni e donzelle, cantate e sonate-Sorgi, Sesostri, lvati-O gloriosa Modena, e via quasi sempre cos. Aggiungendo che questa intonazione declamatoria non  solo ne' capiversi, ma dura sempre e per quasi tutte le poesie, cos che si pu dire l'unico segno della personalit, del temperamento dell'autore. Si batteva i fianchi, si spronava da s stesso, si stordiva coi propri clamori. Gli stessi metri, decasillabi, quinari e senari accoppiati; le stesse strofe tumultuose ansanti e con lo scoppio del tronco in ultimo crescono questa sonorit artificiata, questa ebreit di furor sacro per cui al lettore par sempre di vedere il bardo sulla scena, sudante, convulso, ruggente davanti ad un pubblico che ha pagato per applaudire un fenomeno che  la great attraction del momento, come annunciano i manifesti.
E questo quarantottare poetico del Regaldi non era in lui barnumismo volgare, ma una seconda natura contratta per abito, come quella dell'adorazione fisica dell'eterno femminino rimastagli quando anche l'adorazione non giovava pi a nulla. Egli era cos, intendeva l'arte cos, e sinceramente manifestava la sua fede. Ne  da credere che con questo si voglia esprimere un biasimo. Se oggi l'arte usa altri mezzi e va per altre vie a commuovere il pubblico, non vuol dire che i mezzi e le vie di prima, considerate nel loro tempo, nel momento storico della loro massima vitalit, fossero biasimevoli. Cos a torto il quarantottismo  diventato termine irrisorio, quando io credo almeno che il prorompere di quegli entusiasmi debba essere se non altro invidiato, oggi che l'entusiasmo non lo conosciamo pi nemmeno di vista.
E il Regaldi  rimasto sempre un po' quarantottista ne' suoi versi, che in cima all'albero genealogico hanno le romanze del Berchet. Il romanticismo si provava in lui di diventar liberale ed a ogni modo diventava unitario. Quei benedetti romantici erano troppo invischiati nelle teorie del Rosmini o del Gioberti per spingere le loro aspirazioni al di l dell'indipendenza dallo straniero, e se hanno dato nomi gloriosi al martirologio nazionale, furono subito oltrepassati negli intenti dalla generazione che li segu. Rimasero sempre un po' troppo per aria e quando ne scendevano non sapevano evitare il Salvotti o il Bolza. Comunque sia, il Regaldi, che fu liberale in pubblico, da giovane o da vecchio, che os dire il nome d'Italia quando il dirlo era delitto, avr forse, nelle sue peregrinazioni, recapitato qualche lettera pericolosa, ma non cospir mai. Non c'era in lui la stoffa del martire. C'era per quella del galantuomo e, a questi chiari di luna, non  poco.
Del resto nell'et sua pi valida, ebbe gli istinti del nomade e fin con l'essere attratto da quell'Oriente luminoso e sensuale che tornava ad ogni momento nei versi e nei discorsi suoi. Le sue lezioni di storia non trattavano che dell'Egitto. Venerava Sesostri ed amava il kedive Ismail. Il suo temperamento sensuale si era appagato del clima e dei costumi egiziani, ed in questi suoi ultimi e dolorosi giorni aveva degli slanci di desiderio, delle malinconie e dei rimpianti amarissimi quando il suo luminoso Egitto gli porgeva occasione di discorso. L'occhio gli si accendeva delle fiamme giovanili, e la parola gli sgorgava calda e colorita dalle labbra. Tutto quel po' di fuoco che era rimasto sotto la cenere degli anni e de' guai, bruciava ancora, e non giurerei che i salmi recitati a' piedi del suo letto di moribondo non l'abbiano indotto nell'ultima tentazione di poeta e di innamorato. In exitu Israel de gypto!
Come professore valeva poco. Non insegnava, ma era sempre in rappresentazione. I colleghi e gli scolari per rispettavano in lui il galantuomo. Non si reggeva pi e si faceva trascinare a braccia sulla cattedra, scrupolosissimo com'era nell'adempimento de' suoi doveri. Non credo che abbia mancato una volta ai suoi obblighi d'insegnante ed  rimasto in casa solo quando la paralisi l'ha fulminato.
Lascia un bel nome, lascia un dolore a quelli che lo conobbero. Mor povero, rispettato, onorato. Pace all'ultimo bardo!



GIOVANNI RUFFINI

Certo non si pu dire che Giovanni Ruffini abbia sopravvissuto alla propria gloria, ma non si pu nascondere che da parecchio tempo la memoria delle opere sue s'era un po' indebolita. Non ricordo che, oltre un bell'articolo di Edmondo De Amicis, stampato cinque o sei anni sono, altri abbia parlato di lui con qualche ampiezza. Nessuno aveva addentato il nome e la fama del glorioso romanziere, ma appunto in questo consenso universale di lodi per l'uomo e per l'opera, la sua gloria s'era quasi addormentata. Una impertinenza, un latrato di qualche cagnuolo l'avrebbe desta, le avrebbe giovato: invece, chi la ridest fu la morte. L'uomo s'addorm nel sonno che non ha risveglio, ma l'opera sua scosse il glorioso sudario in cui l'aveva avvolta la nostra indifferenza e torn viva e bella nella memoria nostra.
Torn viva, ma per pochi giorni. Cessati i compianti funerari, spenta l'eco de' discorsi detti sulla bara e delle brevi linee necrologiche dei giornali, oramai s' rifatto il silenzio di prima. I romanzi del Ruffini si leggono ancora, ma il genere dei lettori d ragione del poco chiasso che si fa intorno al nome dell'autore. Quei libri infatti sono caduti nel dominio delle mamme assennate che pesano ed esaminano le letture concesse alle figlie. Libri politici prima, libri che erano battaglie ed avevano entusiasmato una generazione di combattenti, diventano ora miti e tranquilli romanzi, indicati contro i pericoli dell'adolescenza. Scomunicati prima, divengon ora libri di premio. Vengono in mente Le mie Prigioni del Pellico, che, dopo aver turbato i sonni dell'imperatore Francesco e del Metternich, ora fanno testo nelle scuole clericali.

Le passioni, infatti, le lotte di cinquant'anni addietro, sono entrate nel dominio della storia e non accendono pi le discussioni contemporanee. Le persecuzioni di Carlo Felice non ci commuovono pi di quelle di Silla, la sciocca e crudele reazione di Gregorio XVI non ci tocca pi della ferocia infame di Papa Borgia. La contemporaneit storica per noi si spinge appena al di l del 1848, e i tempi anteriori non possiamo conoscerli pi che sui libri, poich chi ai tempi dell'elezione di Pio X era in et di portare il fucile, oggi ha passato i sessant'anni. Al di l del 1848 ci appare un'epoca eroica di sacrifizi e di persecuzioni che ci stupisce, ci costringe alla venerazione, ma che  fuori della nostra vita e delle nostre passioni. Come i cristiani, svolgiamo ammirati e pii il martirologio della nostra redenzione; ma, poich la santa epopea  chiusa da un pezzo, sentiamo troppo bene che l'et  mutata, e spesso per intendere ci  forza ricorrere a criteri storici, ad eccitamenti dell'immaginazione. Cos i libri polemici di quell'epoca, cessando di esser pericolosi ai persecutori, cessarono di esser ricercati dai perseguitati. Divennero innocui, ma non furon pi vivi.
Chi sente oggi pi tutta quella straziante poesia dell'esilio che ha fatto piangere una intera generazione di vittime? Chi potrebbe rifare oggi le roventi strofe del Berchet, oggi che non vi sono pi esuli? Il poeta, col magistero dell'arte, pu commuoverci ancora per le sventure di Praga, ma chi sa dire quali entusiasmi, terribili perch repressi, dovettero destare que' versi, ne' quali oggi cerchiamo l'artista, mentre allora in quelle sventure ognuno trovava le sventure della patria? Noi non possiamo pi sentire a quel modo, poich il clima storico  mutato, ed a quei libri manc l'ambiente nel quale erano stati concetti. Tanto  vero, che divennero innocue persino le invettive di Clarina, contro Carlo Alberto, precisamente come lo divennero i sofismi reazionari del De Maistre, cos pericolosi al tempo della Ristorazione.
Ai romanzi politici del Ruffini manc dunque molto, quando le idee, da cui derivarono, uscirono dalle catacombe per salire all'onor degli altari. I libri che si fondano sull'opportunit rovinano quando l'opportunit  scomparsa e solo si reggono se in loro v'ha tal potenza di arte o tale evidenza di realt da renderli superiori alle necessit delle lotte d'un anno a d'un giorno.
Tutti i periodi, tutte le crisi del nostro rinnovamento hanno un'abbondante letteratura, della quale pochissime opere rimangono. Guardate il progressivo oblio in cui cadono le cose del Gioberti. Chi legge il Gesuita moderno, gi venduto a ruba e letto con tanta avidit? Chi riapre quei libri che furono pure il vangelo della rivoluzione del 48? Manc loro l'arte, che  il sale che preserva dalla corruzione, e le teorie del fecondo abate rimangono solo nel cuore dei mille ed un prete mal spretati, che credono d'insegnare filosofia nei disgraziati Licei del Regno.
Ora l'arte del Ruffini, l'arte che il suo temperamento gli consent, fu appunto quale era necessaria perch i suoi libri, cessate le battaglie, divenissero appropriati all'adolescenza.
Intendiamoci. Non intendo di esprimere con questo un biasimo; tutt'altro. Rispetto profondamente tutto ci che viene da una intenzione pura e si dirige alle intelligenze che sbocciano. Si pu discutere di sistemi pedagogici ma sarebbe assurdo e ridicolo mettere in canzonella la pedagogia. Che anzi preferisco Fedro a Boezio, il Robinson Svizzero a Clarissa Harlowe, Giulio Verne a Saverio di Montpin. Dicendo dunque che i romanzi del Ruffini sono diventati dominio della letteratura per l'adolescenza, non pretendo di censurare, ma di constatare un fatto.
Il Ruffini, nato in quella gloriosa riviera cui la patria deve Mazzini e Garibaldi, deve aver avuto anch'egli la dolcezza di carattere quasi delicatamente femminea che distinse la vita intima dei due grandi che ho nominato. Una profonda bont traspare nei suoi scritti, una bont di cuore che dispone agli affetti miti, alla vita tranquilla e modesta. Si direbbe che la sua parte di cospiratore e di esiliato contrasti profondamente colla calma del suo temperamento, inclinato piuttosto alla sentimentalit che all'eroismo. I suoi libri, dove ora la pace polemica non ci colpisce pi sono ben lontani dalle esagerazioni convulsionarie cui and soggetta la letteratura politica del suo tempo. Chi lesse quei romanzi a quei tempi, di nascosto e col pericolo imminente della polizia e del carcere, dovette trovarvi certo quel che noi non sappiamo pi vedervi, una energia, un'audacia grande. Il solo fatto dell'averli scritti era gi una prova di forza, e le minime frasi, che a noi appaiono ora scolorite, dovettero a quell'epoca parere proteste sdegnose, colpi che passano da parte a parte. Ma a noi, che leggiamo senza passione, l'energia non appare pi.
Basta ricordare il Guerrazzi per accorgersi subito della sentimentalit calma del Ruffini. Il Guerrazzi rugge come i contemporanei suoi. Le proteste, gli sdegni ora eloquenti, ora retorici, ora sublimi, ora affettati, si succedono in quelle pagine infocate, vero specchio dell'anima della giovent di quel tempo. Ivi l'energia  cercata, spesso raggiunta, qualche volta troppo evidentemente artificiale: ma insomma il Guerrazzi  energico, e quando non lo , tenta di esserlo. Paragonate ora il Dott. Antonio alla Battaglia di Benevento. Il libro del livornese s leva spesso pi in alto che la forma di romanzo non comporti, diventa lirico, qualche volta anzi frugoniano. Il libro del Ruffini invece comincia calmo come un idillio e finisce sentimentalmente triste come una elega. La diversit dei temperamenti non pu essere pi spiccata. L'uno cerca nella storia i suoi argomenti, poich la vita quotidiana e la societ presente gli paion troppo umili e basse per le sue apostrofi eloquenti, pei suoi sdegni epici. L'altro non cerca e non tenta le altezze sublimi, e il suo tempo, la sua citt gli paiono sufficienti all'altre; spesso il romanzo assume l'aspetto dell'autobiografia. Di pi non ci vuole per convincersi della modestia, della bont, della calma che distinguono il carattere artistico del Ruffini.
Senza dubbio, al fondo naturale dell'autore si aggiunge l'influenza inglese. La correttezza, la seriet esteriore, la misura spesso convenzionale che si adopera in tutto, anche nell'ilarit, valsero a calmare ogni effervescenza latina che per avventura fosse rimasta nel sangue dell'esule scrittore. Il Dott. Antonio  scritto sotto l'influenza della moda creata dagli epigoni di Walter Scott, e il romanzo, quantunque si riferisca ad avvenimenti che sarebbero accaduti nel 1840, altro non  in fondo che la riproduzione travestita del vecchio dato romantico: il paggio innamorato della castellana. Al vecchio sedimento di sensiblerie laghista si mesce un elemento pi giovane e pi caldo, la lotta per la patria: ma il fondo  sempre quello, e il nuovo elemento lo modifica, ma non lo trasforma. Si pu seguirne attentamente la trama e si vedranno i personaggi tali e quali, e si trover il castellano tiranno in sir John, il nemico in Aubrey, insomma tutto quell'ordito bell'e fatto, quella specie di maschere della commedia dell'arte romantica che vegeta ancora nei libretti d'opera, dove il tecnicismo impone la distribuzione delle parti e fissa anticipatamente i caratteri del soprano, del tenore e del basso.
Ammetto che le vibrazioni della corda patriottica coprono spesso il convenzionalismo delle vecchie cabalette. So benissimo che il libro insegna ad amar la patria ed a sagrificarsi per lei senza ostentazioni e ciarlatanerie, ma in riga d'arte ripeto che quel romanzo  pi vecchio del suo tempo. Un giovane misterioso e perfetto salva una fanciulla melanconica e perfettissima. S'innamorano inutilmente, e la giovane muore poich l'innamorato, combattendo per la patria, fu fatto prigioniero.  la vecchia tela, con la sola differenza che un romanziere pi scapigliato avrebbe ammazzato tutti senza misericordia.

Confesso il vero che sembrer eresia; quel che pi mi piace nelle cose del Ruffini e tutto ci che pare od  autobiografia. La parte veramente vissuta de' suoi romanzi mi sembra la migliore. Per esempio, nella prima met del Lorenzo Benoni, tutta quella descrizione della vita di collegio che riempie dodici capitoli mi pare ben altrimenti efficace e vera che non siano gli amori incompresi del Dottor Antonio. Chi per sua disgrazia pass l'infanzia sotto la ferula di abbatacci asini e malcreati in un collegio di preti, pu attestare la verit di quel che dico. Tutti gli amori sono suscettivi di ridicolo fuori che l'amor materno, e nessun umorista, avesse pure il carattere bilioso e cattivo del Swift, os mai di metterlo in caricatura. Ed  appunto quest'amore che manca alle povere vittime dei collegi, quest'amore la cui mancanza nell'infanzia si fa dolorosamente sentire poi per tutta la vita. In quei primi capitoli del Benoni si sente il dolore dell'assenza dell'affetto materno, quello strazio che fu narrato con pi forza dal Dickens nel Copperfield e meglio ancora dalla Currer Bell in Jane Eyre;  narrato un martirio che vige ancora in Italia, dove le condizioni di molte famiglie possono render necessari i collegi, ma non mai quegli ergastoli del corpo e dell'anima che sono i convitti dei preti e dei frati. Lo dico per esperienza.
Certo a chi ebbe la fortuna di crescere nel nido della famiglia sotto le ali morbide della madre, quelle pagine parranno noiose. A me invece paiono le pi belle che il Ruffini abbia scritto. Ne' suoi libri si volle vedere l'autobiografia un po' dappertutto, ma qui c' senza dubbio; anzi tutto il Benoni  vissuto veramente, a differenza del Dottor Antonio, dove l'artificio logoro salta agli occhi. Nel Benoni dunque deve esser cercato non solo il Ruffini uomo, ma il Ruffini artista, poich ivi soltanto si mostra senza l'artificiosit di una tecnica antiquata. E nel Benoni appunto spicca il suo temperamento artistico quale mi provai di definirlo.
Era dunque troppo naturale che quei romanzi onesti, tranquilli, pieni di bonariet e di rettitudine, cessata che fosse la scomunica che pesava sulle aspirazioni patriottiche, dovessero diventare adattissimi all'adolescenza. Cos, da un pubblico di cospiratori che aveva prima, il buon romanziere, si  trovato improvvisamente ad avere un pubblico di scolaretti. Eppure, il Benoni specialmente, non dovrebbe esser trascurato da quelli che vogliono farsi un idea esatta di quel che fosse la societ italiana e piemontese al tempo di Carlo Felice. Il libro ha la sua importanza grande anche come contributo alla storia dei costumi e dei sentimenti di un'epoca e, per questo, verr il giorno della sua resurrezione. Intanto... habent sua fata libelli.
Il Ruffini  morto onorato e compianto a ragione.
Noi gli dobbiamo di aver fatto rispettare il nome italiano in terra straniera in tempi tristissimi, quando il nome nostro destava in Europa l'idea del pugnale e del tradimento. Egli fece onore alla patria:  giusto che la patria faccia onore anche a lui.



TOMMASO CARLYLE

 morto Carlyle, scrittore o profondamente disprezzato o immensamente amato in Inghilterra; ma a ogni modo celeberrimo in patria e fuori, salvo in Italia, dove  forse affatto sconosciuto. Noi disgraziatamente o siamo ignoranti come zucche, o, se sappiamo qualche cosa, un pregiudizio classico ci vieta poi di conoscer bene le cose straniere; tutt'al pi leggiamo i romanzi che fanno pi rumore a Parigi o applaudiamo le commedie mal tradotte dal francese. E anche questo lo facciamo pi per moda che per persuasione.
L'odio allo straniero, che ci condusse all'indipendenza, lo portammo anche nella letteratura. I puristi c'insegnarono a disprezzare quel che viene di fuori; e questo chauvinisme letterario miseramente orgoglioso, se pu aver avuto un'azione buona sulle tendenze nazionali ed unitarie, se ebbe forza di salvarci almeno la italianit della lingua, ci lasci tuttavia parecchi pregiudizi nelle ossa, e ci sono tuttavia moltissimi i quali si credono ancora ai tempi di Augusto quando solo in Italia si sapeva leggere e scrivere, o scherniscono amaramente tutto quello che viene dal settentrional vedovo sito, o, se dal settentrione ci vengono busse o capolavori, si consolano brontolando: "Gino, eravamo grandi-E l non eran nati". Bel gusto!
Intanto, ne' licei e nelle universit, una mandra di preti mal spretati imbottisce la testa dei ragazzi con tutte le vacuit della metafisica e dell'ontologia e scarica una foedissima ventris proluvies di teorie semicattoliche e di sistemi mal digeriti, rubando il tempo ai discepoli e le paghe allo Stato. Di quel che accade al di l de' confini non si sa nulla in quei ritrovi che pretendono d'esser scuole, o tutt'al pi ci s'imparano le confutazioni barocche male imparate dai chiarissimi sulle traduzioni delle traduzioni. E poich quelli che insegnano scienze meno imbecilli, poich gli sperimentatori ed i veri scienziati dovettero pure studiare anche quel che fu studiato al di l dell'Alpi, le rozze arpie se ne dolgono e, ferite nella loro ignoranza, strillano ferocemente, vituperano tutto quello che non  italiano, scomunicano quel che non sanno e, non potendo far altro, vogliono che il loro odio ebete alla scienza straniera sembri patriottismo. Cos una vergognosa schiera di ciarloni cento volte apostati e mille volte ignoranti si sforzano a mantener vivi i pregiudizi pi meschini e dannosi alla coltura nazionale: cos i giovani delle nostre scuole conoscono tutti i pi cretini filosofastri del bel paese e non conoscono nemmeno per sentita a dire Schopenhauer, Bain od Hartmann: cos in Italia pochi conoscono la storia di Federico II del Broglio e nessuno quella del Carlyle.
Oh, se invece di insegnare ai poveri martiri dei licei le teoriche dell'assoluto e, dopo Kant, le dimostrazioni dell'esistenza di Dio, si insegnasse loro a leggere e ad intendere le lingue straniere! Se invece di questi sistemi trascendentali che nascono e rinascono da Talete in qua, per essere confutati e distrutti il giorno dopo; se invece di tante scempiate inanit che entrano da un orecchio per uscire dall'altro, si mettessero i giovani in grado di studiare da loro se ne avranno voglia; se, invece di pretendere di fornire ai ragazzi il lavoro, bell' fatto, si dessero loro invece gli strumenti per lavorare, non sarebbe meglio? Io mi rivolgo alla coscienza di tutti quelli che studiarono nei nostri licei e chieggo che mi dicano sinceramente a che giov loro la metafisica imparata con tanta fatica? Dicano se non dimenticarono perfino la prima parola!
Tommaso Carlyle  morto; e quando i giornali hanno annunziato il caso, si pu scommettere che quasi tutti coloro che uscirono dai licei e dalle universit con diplomi, lodi e premi, si rivolsero la comica domanda di Don Abbondio: "Carneade? Chi era Carneade?"
Eppure in Inghilterra pochi nomi furono celebri come il suo; eppure in Germania e in Francia, egli fu conosciuto pi che non siano da noi Ponson du Terrail o Fortunato di Boisgobey. Ma noi conosciamo troupe bene Rocambole o Monsieur Lecoq per conoscere il Sartor resartus e le Letture sugli eroi. Dicono che nel Sartor resartus egli si ricord molto di Gian Paolo Ritcher; ma chi era costui? Era l'autore del Titan e del Levana; un altro Carneade che fuori di qui  stimato un gigante: ma noi abbiamo studiato troppo la metafisica per saperlo.
Del resto, se Tomaso Carlyle fosse nato in Italia, o sarebbe rimasto sempre nel suo villaggio a far l'agricoltore come il padre, o, se avesse osato di scrivere come scrisse, l'avrebbero stimato matto e magari canzonato come un Tito Livio Cianchettini mal riuscito. Poich in lui c'era qualche cosa di apocalittico che scattava fuori da uno strano miscuglio di puritanismo scozzese, di democratismo francese, di misticismo tedesco. Se non nella Vita di Federico II, certo nelle altre sue opere lo stile  spesso oscuro, spesso eccitato, quasi isterico, e qualche volta, in interi periodi che mancano del verbo, in parentesi interminabili, tra le apostrofi, le allegorie, le prosopopee, saltano fuori incomprensibili astrazioni miste di truisms volgarissimi ed eloquenti. Guai a lui se fosse stato italiano, colla sua moltitudine di barbarismi, di neologismi e di solecismi! Il suo nome sarebbe rimasto nelle scuole a perpetuo esempio, come alla gogna, insieme ai nomi dell'Achillini e del Preti che sono proposti al vituperio dei discepoli dai maestri che non lesser mai n i sonetti dell'uno, n i madrigali dell'altro. Un Carlyle italiano non si pu immaginare.
E perch? Perch noi cerchiamo piuttosto la correzione che l'originalit, mentre in Inghilterra an excentric man  sempre il bene arrivato. Rabelais, Swift, Gian Paolo Richter non potrebbero avere scritto qui, dove l'umorismo si ferma ad una parodia letteraria-La Secchia rapita, dove l'imitazione fu sempre il canone pi osservato della stilistica, dove dopo il Petrarca vengono centomila petrarchisti che riempiono un secolo intero, dove l'Arcadia pu fondare una colonia per ogni citt con leggi fisse di poetica e i voti monastici della povert, della castit e della obbedienza. Non biasimo; constato solo un fatto innegabile; noto solo che, Dante in fuori, gli ingegni profondamente originali da noi si contano sulle dita e che le innovazioni letterarie del Trecento in qua sono piuttosto formali che altro. Galileo, ingegno tanto singolare nella scienza ed innovatore grandissimo, nelle cose letterarie abborre l'originalit e scomunica il Tasso che gli pare troppo rivoluzionario. Il nuovo ci fa sempre paura e, ieri ancora, l'abate Zanella inorridiva nella Nuova Antologia pei tentativi di introdurre nuovi metri nella prosodia italiana, poich, secondo lui, ne riceverebbe detrimento la nostra lingua poetica. Per chi nol sapesse, questa intangibile lingua poetica  quella degli antichi, o dei moderni che parlano ancora come il Petrarca; consiste nel chiamar lampa una lanterna, salma il corpo e lira la chitarra. Ora, se le piccole novit di forma, se quasi minime differenze verbali mettono in pensiero gli uomini clti e d'ingegno, immaginiamoci che spavento farebbe l'originalit ardita e sprezzante di uno scrittore come Carlyle. Fuori di qui, perch l'originalit sia tollerata e applaudita, ci vuole molto ingegno, direi quasi genio; ma da noi forse non basterebbe.
Nel Sartor resartus domina una curiosa figura, quella del dottor Teufelsdreck (la lingua poetica non pu aiutarmi, bisogna ricorrere al latino: il nome del dottore significa excrementum diaboli), dipinta con un humor stravagante, ma pieno d'estro nella satira e che si mantiene tale e quale sino in fondo al libro. Si pu non convenire col Carlyle, che nel suo puritanismo ha degli slanci di entusiasmo religioso pi da sacerdote che da laico. Da giovane era stato tirato su per lo stato ecclesiastico, e poich il detto Semel abbas semper abbas  una verit sacrosanta, cos di quando in quando sotto allo scrittore troviamo il predicatore. Per esempio, il Sartor resartus, che pu parere, a chi non bada, una bizzarria satirica senza tesi, non  invece che lo sviluppo della massima di Fichte, che tutte le cose nell'universo visibile, noi stessi e gli uomini tutti, non siamo che una specie di veste sotto la quale si nasconde la realt assoluta; che l'universo intero non  che una delle forme dell'eterno spirito di Dio; che il tempo e lo spazio sono soltanto modi dei nostri sensi imperfetti, cos che il dove e il quando, bench in apparenza inseparabili dal nostro pensiero, non aderiscono altro che superficialmente al pensiero stesso; che noi dobbiamo concepire Dio come abitante un quid universale, un adesso perpetuo, e considerare la natura come la veste ch'egli porta per rendersi visibile agli occhi nostri. Vedete un po' che razza di sogni possono sognare questi fuchi dell'intelligenza, i filosofi trascendentali!
Or bene, questo era il sistema filosofico del Carlyle. Secondo lui i fenomeni della nostra vita sociale, gli aspetti esterni, le modalit di questo mondo non sono che vesti dello spirito umano, utili e convenienti fin che servono, ma che si logorano presto e debbono essere gettati. Per un puritano  gi un sistema assai libero e che, lasciando intatto l'assoluto, rende possibile nella pratica l'evoluzione delle idee e della morale, staccandosi affatto dall'ortodossia vecchia sulla immobilit eterna delle leggi del bene e del male. Su questo dato filosofico ricam curiosamente il Carlyle, e gli strani commentari e le riflessioni bizzarre del dottor Teufelsdreck non fanno perdere di vista l'idea fondamentale del libro. Questa inimitabile figura di un solitario filosofo tedesco, dicono i signori Elia Rgnault e Ulisse Barot, colla sua immensa erudizione, le sue stravaganti avventure, lo stoicismo sublime che lo fa volare a cento miglia in alto sopra questo mondo, la bont inalterabile, la piet, il coraggio, la lingua mezzo mistica e mezzo plebea,  una trovata, uno dei tipi pi curiosi che si conoscano. Ed  vero. Bench il Teufelsdreck ricordi un po' troppo il dottor Schopp del Titan di Gian Paolo,  una delle figure pi bizzarre e indimenticabili della letteratura contemporanea.
"I nostri maestri, dice Teufelsdreck, erano insopportabili pedanti che non conoscevano affatto la natura umana e peggio quella dei bambini; insomma non conoscevano altro che i loro dizionari e i libri dei conti trimestrali."
"Ci schiacciavano sotto il peso d'innumerevoli parole morte, e questo lo chiamavano sviluppare lo spirito della giovent. Come mai un mulino da gerundi, inanimato, automatico, il compasso del quale sar fabbricato di qui ad un secolo a Norimberga con del legno e del cuoio, come mai potrebbe aiutare lo sviluppo di qualche cosa, tanto pi dello spirito, che non cresce come una pianta, ma che si sviluppa pel misterioso contatto dello spirito? Come mai potr dare luce e fiamma colui, l'anima del quale  un focolare spento, pieno di ceneri agghiacciate? I professori d'Hinter-Schalg (me ne duole per la ingua poetica, ma hinterschalg vuol dire sculacciata) conoscevano benissimo la sintassi; e quanto all'anima umana, sapevano solo che c'era in lei una facolt chiamata memoria che poteva essere sviluppata flagellando con un nerbo i tessuti muscolari e l'epidermide".
Il nervo di bue come stimolo alla memoria non costuma pi; ma dei professori d'Hinter-Schlag che conoscono bene la sintassi e poco i loro discepoli, ce ne sono ancora. Anzi ce ne sono di quelli che non conoscono nemmeno il loro tempo, o, se lo conoscono, vorrebbero farlo tornare addietro. Il Carlyle attribuisce al suo Teufelsdreck, apostolo della fede trascendentale, le opinioni pi incredibili espresse colla massima gravit, dedotte logicamente dalla sua filosofia della veste, illustrate dagli esempi pi grotteschi ed espresse in un linguaggio caricatura di quello dei professori di filosofia tedeschi. Eppure, sotto la scorza dell'eroicomico, circola la linfa della verit. Certe pitture sono ridicole, ma vere oggi come verso il 1830, epoca della apparizione del Sartor resartus. Le amare satire alla societ inglese d'allora conservano ancora tutto il loro sale, come quelle di Giovenale e di Persio, e la posterit senza dubbio confermer il soprannome di great censor of age che i contemporanei decretarono al Carlyle.

Ma il Sartor resartus non pu essere tradotto e meno poi inteso in italiano: meglio sarebbe, per dare un'idea dell'ingegno strano e grande del Carlyle, tradurre la Storia della rivoluzione francese, specie di poema epico in prosa che o ripugna o seduce, secondo i gusti, ma che non pu essere confuso tra le cose noiose e mediocri.  vero che gli Inglesi, i quali stentano alle volte a capire il Carlyle nell'originale, hanno sentenziato ch'egli  intraducibile; ma se non la fisonomia intera e precisa dello stranissimo scrittore, pure una sua immagine abbastanza viva si potrebbe riprodurre, e ne varrebbe la pena.
Ma, pur troppo, se studiamo ci tocca di studiar metafisica, o se traduciamo ci tocca di tradurre Ponson du Terrail. Pazienza. "Gino, eravamo grandi.-E l non eran nati". Consoliamoci con questo.
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GIOVANNI ARRIVABENE.
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Il senatore Giovanni Arrivabene, non ha guari morto e degnamente compianto da tutti gli italiani che amano il loro paese, non ebbe una di quelle parti principali nelle vicende contemporanee che fanno popolare un nome e immortale una fama. Non ebbe la fortuna e forse l'ingegno necessario per essere Cavour, Azeglio o Ricasoli; ma la vita modestamente operosa, l'animo buono, i patimenti sofferti e la venerabile et, lo fecero tuttavia uno de' personaggi pi rispettabili e rispettati del nuovo regno.
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Con lui si  spento forse l'ultimo testimonio ed attore delle dolorose avventure del 1821; l'ultima vittima del Salvotti.
L'Arrivabene lascia un volume di memorie edite dal Barbra, e si  detto che alla sua morte il secondo volume era compiuto. La parte che conosciamo  appunto quella che ha maggiore importanza pel tempo e per le cose operate dall'autore.
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Ma, pur troppo, l'Arrivabene s'indusse tardissimo a scriverle, credo pi che novantenne; e per quanto l'et grave gli concedesse salute e chiarezza di mente, pure in quel libro c' qualche cosa di tardo, di arido e di confuso, che ne rende poco piacevole e poco utile la lettura. Il coro delle lodi intonato all'epoca della pubblicazione fu tanto favorevole, che per poco non parve che assistessimo alla nascita del Messia. Pareva che l'archetipo delle autobiografie fosse venuto al mondo.
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La simpatia universale che circondava il venerando autore chiuse gli occhi alla critica. Forse parve crudelt dire il vero ad un ottimo vegliardo, quasi secolare, ed amareggiarlo con severi giudizi. Ora che la morte sciolse i superstiti dal dovere dei riguardi, nulla pu vietare di dire che quelle memorie riescirono troppo inferiori alla aspettazione e non rivelarono nulla di nuovo intorno ad un periodo storico che ha appunto grande ed urgente bisogno di rivelazioni.
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Tutta quella matassa arruffata delle cospirazioni italiani del 1821 attende ancora uno storico che la dipani e la completi. Gli archivi di stato aspettano ancora chi li frughi con questo proposito, e non conosciamo ancora bene chi negli strazi della repressione fu forte, debole o traditore. Le Mie Prigioni del Pellico aspettano ben altre Addizioni che quelle di Piero Maroncelli.
L'Arrivabene stesso, che nelle sue memorie fu tanto parco di notizie e sorvol quasi su quell'importante periodo storico cui assistette e nel quale ebbe gran parte, altre volte, non cos abbassato dalla vecchiaia, aveva parlato chiaro e portato un curioso contributo di rivelazioni alla storia dei suoi tempi. Nessuno forse ricorda pi un opuscolo da lui fatto stampare presso l'Unione Tipografica di Torino nel 1860 col titolo:-Intorno ad un'epoca della mia vita.-Ivi si trova accennato quel che si desidera invano di vedere sviluppato nelle memorie, e se il giudizio non paresse pretenzioso, si potrebbe dire che quel libretto  forse quel che di pi importante ha scritto l'amico di Confalonieri e del Pellico.
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Quando Napoleone nel 1805 costitu il regno d'Italia l'Arrivabene aveva diciott'anni. Nove ne dur il regno, ed anche quelli che in quell'epoca avevano atteso pi a divertirsi che a lavorare, alla restaurazione si sentirono come colpiti da una immeritata mortificazione e cominciarono a prendere a cuore le faccende italiane. La tradizione unitaria, che si pu seguire nella storia delle lettere, come ha fatto il D'Ancona, scende allora nel dominio delle masse e lascia i campi della speculazione e della poesia per entrare in quelli della pratica. Quella larva di regno italico, foggiato alla francese e puntellato dalle baionette straniere, cadde al primo urto appena i puntelli mancarono; ma le masse avevano capito: e da quel giorno i governi, forestieri o indigeni, che dividevano la penisola, non ebbero pi bene. Si pu pur dire che il regno italico  il babbo vero del presente regno d'Italia.
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L'Arrivabene, giovane e spensierato, fu scosso e mortificato anch'egli. Non ci voleva altro che questo per farne un liberale, e l'Arrivabene divent liberale convinto e deciso, pi per forza degli avvenimenti che dei ragionamenti. Cos fu tratto all'amicizia del Confalonieri, del Pellico, del Berchet, del Pecchio, degli Ugoni, e di Giovita Scalvini, e di tutti coloro che rappresentavano l'opposizione liberale al governo austriaco. Il Borsieri, il Porro, il Breme, il Mompiani, accrebbero presto il novero degli amici suoi.
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Il povero Pellico pag ben caro il diritto di abiurare, e quanto sono disgraziati i tentativi di riabilitarlo, altrettanto sarebbero ingenerosi quelli di vituperarlo. La giustizia ormai  fatta, e chi l'ha fatta piena e completa  la setta clericale, rivendicando interamente per s quel che rest del cantore di Francesca dopo il martirio dello Spielberg. Ma ci non toglie il diritto della storia di riprendere in esame i famosi processi di Stato; ci non toglie che appunto per una imprudente parola del saluzzese, il povero Arrivabene subisse la prima prigionia. Absit iniuria, ma la verit  questa.
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Nel 1820 alla Zaita, villa dell'Arrivabene presso Mantova, erano il Porro coi suoi figli e il loro istitutore, Silvio Pellico. In un giorno d'autunno Porro e i figli erano in giardino, e l'Arrivabene col Pellico, seduti sopra un sof, parlavano dell'Italia e del modo di rigenerarla. Tutto ad un tratto il Pellico esclam:-Per rigenerare l'Italia ci vogliono delle societ segrete; bisogna farsi carbonaro;-e l'Arrivabene rispose:-Sarebbe pazzia. La legge condanna a morte i carbonari, e poi si pu giovare alla Italia senza immischiarsi nelle sette.-Il dialogo fu interrotto e non pi ripreso. Il Pellico imprigionato narr il colloquio, e l'Arrivabene fu subito arrestato e condotto nelle carceri di Murano, dove fatic per sei mesi a difender la testa dal Salvotti. Se in quel colloquio fosse stata detta una parola di pi, anche l'Arrivabene sarebbe andato allo Spielberg.
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Libero, cominci a capire dove i discorsi imprudenti potevano condurre. Si ricord che, poco prima dello scoppio della rivoluzione in Piemonte, aveva parlato col Pecchio, col Borsieri, col Bossi e col Castiglia. Aveva parlato sulle generali, perch nessuno sapeva niente di preciso. Si disse che sarebbe stato bene preparare i quadri della guardia nazionale. Si misero innanzi nomi per una possibile giunta di governo, si parl di un possibile proclama da sottoscriversi dal Confalonieri, e nient'altro. Un po' pi tardi prest mille lire per le faccende del Piemonte, e la sua collaborazione alle congiure ed ai moti del 1821 fin l; ma, dopo l'esempio avuto, cap d'essere in pericolo. Una sera, in un caff di Mantova, seppe che Borsieri e Mompiani erano arrestati. Vide il pericolo imminente e deliber di fuggire.
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Questa fuga  diventata leggendaria, tanto che ha preso sino posto tra le evasioni celebri, con quelle del Cellini, del Latude, del barone di Trenck, del Casanova, dell'Orsini e d'altri. L'Arrivabene la narra minutamente e non  qui il caso di ripeterla, per quanto gli episodi curiosi possano tentare. Tutti sanno che i fuggitivi, arrivati di notte ad Edolo, trovarono nella cucina dell'osteria le uniformi dei gendarmi poste ad asciugare; tutti sanno che per poco non furono arrestati al confine di Tirano. Ma alcune pitture, alcuni squarci che riguardano il primo processo sono meno noti ed altrettanto interessanti.
Quando si leggono le Addizioni del Maroncelli o le Memorie dell'Andryane vien fatto d'immaginare il Salvotti come una iena travestita da uomo, bollata dalla natura con quei connotati che Leonardo diede al Giuda della sua cena. Ma il Salvotti, ci dice l'Arrivabene, era bello della persona, aveva occhi nerissimi, nera e folta capigliatura. Andava elegantemente vestito con abito nero e calzoni di seta nera. Lo vedete voi il Salvotti damerino? Che stranissima cosa! Eppure non c' da dubitare. L'Arrivabene lo vide e lo esamin pi da vicino che non avrebbe voluto.
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Di tutto si potr accusare l'Arrivabene, severo economista e filantropo, fuorch di peccati di poesia. Eppure nei caldi tramonti della laguna, nella melanconia profonda e silenziosa del carcere, soffr anch'egli di quella nevrosi di cervello che, chi pu, traduce in versi, e che gli antichi attribuivano alle ispirazioni di un Dio. Trentanove anni dopo, raccontando le impressioni di quelle sere, l'economista ritrova parole di verit, dipinge meglio che un letterato di professione: "A sera, dondolandomi sopra una sedia, tenendo gli occhi fissi alla chiesa di Murano, dorata dai raggi del sole cadente, od ai lontani monti o al pi lontano cielo, riandavo col pensiero le cose scritte nel giorno e recitavo, non senza qualche lagrima, i passi che il cuore pi che la mente aveva dettati.
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Improvvisavo certi versi sulla mia presente fortuna e li cantavo su vecchie arie o su cantilene inventate da me al momento stesso. Passavano barchette piene di contadini che ritornavano dalla citt, i quali tutti, sempre, cantavano una loro monotona ma non disaggradevole canzone:
Che bel cappel, Marianna,
Che bel cappel, Marianna.
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Appariva talvolta in lontananza una barca da cui usciva e mi giungeva sull'acqua una mesta ed armonica cantilena: erano cannonieri boemi i quali venivano sulla laguna a cantare le canzoni della patria. Tutto ci cagionava al mio cuore solitario emozioni ad un tempo melanconiche e care". Non  mal detto, e sopratutto  sentito. Ricorda, senza intenzione, il Sant'Ambrogio del Giusti. Il luogo e l'ora ispiravano poesia al prigioniero.
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 inutile; noi non possiamo farci nemmeno una lontana idea di quei tempi dolorosi, nei quali una parola imprudente poteva costare il martirio, nei quali l'Imperatore, che si dava del clementissimo da s, intendeva soltanto di aver fatti attenti i suoi sudditi sui mali della setta e di averne illuminate le menti colla sovrana notificazione 29 Agosto 1820, nella quale si comminava la pena di morte da eseguirsi colla forca, non solo a coloro che facessero parte della setta, ma anche a quelli che sapendolo non li denunziassero. Gli antichi padri della Chiesa hanno detto che il sangue dei martiri fu la semenza de' cristiani, e questo  stato vero anche per l'Italia e la sua fede. Ma ci non toglie che il povero seminarista non rimanga sbalordito conoscendo la costanza dei confessori della fede di Cristo nei tormenti, e che noi, meschini epigoni, non rimaniamo ammirati e compresi di affettuosa venerazione pei confessori d'Italia, per le vittime del Salvotti, per gli straziati delle fortezze boeme.
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Giovanni Arrivabene, ricco di censo, c'era dato a buone opere civili. Le scuole lancasteriane, da lui istituite a Mantova, parevano una invenzione del liberalismo, e questa fu la causa dei sospetti che gli si addensarono sopra per risolversi in una malvagia persecuzione al primo pretesto. Queste sue buone intenzioni gli valsero la prigione e quarantacinque anni d'esilio. Davvero, quando egli  mancato, possiamo dire che  mancato l'ultimo di coloro che cominciarono ad affermare la nuova Italia col pericolo del capo e la certezza della persecuzione pi crudele.
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Sono dunque giusti i compianti della intera nazione alla sua morte;  dovuto il lutto. Si dice che i mantovani innalzeranno un monumento al loro illustre concittadino. L'iscrizione  fatta, e si deve al consigliere aulico Della Porta ed al signor A. De Rosmini, presidente l'uno, segretario l'altro della I. R. Commissione speciale di prima istanza, che sentenziava cos in Milano il 21 gennaio 1824:
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"Sugli atti dell'inquisizione criminale costrutti dalla Commissione speciale di Milano pel delitto d'alto tradimento: ecc.
"Il Cesareo regio Senato Lombardo-Veneto del supremo tribunale di giustizia residente in Verona ecc., ha dichiarato:
"Essere i detenuti Federico conte Confalonieri ed Alessandro Filippo Andryane, non che i contumaci Giuseppe Pecchio, Giuseppe Vismara, Giacomo Filippo de Meester-Haydel, Costantino Mantovani, Benigno marchese Bossi, Giuseppe marchese Arconati-Visconti, Carlo cavaliere Pisani-Dossi, Filippo nobile Ugoni, Giovanni conte Arrivabene, e gli altri detenuti Pietro Borsieri di Kanifeld, Giorgio marchese Pallavicini, Gaetano Castiglia, Andrea Tonelli e Francesco barone Arese, rei del delitto d'alto tradimento, e li ha condannati alla pena di morte da eseguirsi colla forca."
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Chi non invidier l'Arrivabene? Chi non gli invidier pi che la lunga ed onorata vita, i patimenti durati e l'onore di una simile lapide sepolcrale?
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DI SILVIO PELLICO.
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Il rispetto dovuto ai patimenti sofferti per la patria, e sofferti se non fortemente, almeno dignitosamente, viet che delle cose di Silvio Pellico si dsse un giudizio senza passione. Pareva sacrilegio di parlare senza lode delle opere scritte da quella stessa mano che port le catene dello Spielberg, e finch i pochi versi all'Italia che si trovano nella Francesca, furono proibiti, parvero sublimi. Nove decimi della fama del Pellico sono dovuti allo stato dell'ambiente in cui le sue opere si produssero, non al valore intrinseco delle opere stesse. Mutata la stagione, le opere apparvero veramente quali erano, povere, fiacche ed insipide. Il silenzio si  fatto, e nel gran fiume dell'oblio soprannuotano appena Le mie prigioni come libro di premio per le scuole cattoliche, e la Francesca, come vittima disgraziata dei centomila filodrammatici italiani.
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Una prova palpabile di questo si ha nell'epistolario intimo del Pellico, stampato in due volumi da un tal prete Durando presso il Guigoni di Milano nel 1879. Gli epistolari degli uomini illustri, in Italia specialmente, vanno a ruba. Chi trovasse una lettera nuova del Leopardi si reputerebbe fortunato, e l'anno scorso fu menato grande scalpore persino di quella cantica giovanile sull'Appressamento della morte, cui non valsero a torre buon successo le note bislacche e la comica introduzione. Fino gli epistolari de' mediocri sono cercati ghiottamente, ed ebbero il loro momento di voga anche le lettere male isteriche dell'Aleardi. Ma dell'epistolario del Pellico chi tenne parola? Ci svela tutto il cuore e tutta l'anima di chi lo scrisse, e il mondo pass, senza degnarlo d'uno sguardo. Tanto il nome di Silvio Pellico  diventato indifferente se non antipatico.

E certo, se questo epistolario fosse stato letto altrove che nei seminari, l'antipatia che desta il Pellico, sia nelle opere che nel carattere, sarebbe cresciuta. Lo stesso prete Durando ce lo presenta come modello ai giovani di piet e divozione profonda, e davvero c' da confonderlo con un libro divoto: n pare che le Filotee godano oggi le simpatie del pubblico che sa leggere. Chi pu resistere e vincere la ripugnanza di tutto quel dolciume gesuitico, di quella religiosit smascolinata, giunge ad aver piet di un povero uomo cui i patimenti troncarono pi che i nervi, ma ogni fibra di virilit.  doloroso il vedere uno di quelli che furono santificati da lunga e gloriosa sventura, rinnegar quasi la causa per cui sofferse, adagiarsi nel profondo avvilimento di un cristianesimo superstizioso e cadere in tanta fiacchezza d'animo da rallegrarsi come di un beneficio di Dio per una domesticit concessa come elemosina da una dama caritatevole. Farsi agnelli nell'ovile di Dio, sta bene; lasciarsi tagliar la lana senza belare, passi; ma non bisognerebbe poi lasciarsi tagliare altro!
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Cos l'epistolario proposto come assai superiore agli altri usciti in questi anni per nobilt d sentimenti religiosi,  degno del silenzio che lo accolse. Di quella roba ce n' della meglio, anche nell'ambito della letteratura da seminari. Che anzi ne' seminari stessi sarebbe tenuta nel dovuto conto, se i superiori non stimassero inutile il presentare un modello di ravvedimento pi che un modello di letteratura. Pare a loro che quello del Pellico sia un grande esempio da proporsi a quelli che per caso si ricordassero di avere una patria, e ripetono le parole di Silvio pentito e contrito che grida: "Ho veduto troppo da vicino il male, per consentire che abbia a chiamarsi bene".
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A questo era ridotto quel Silvio che aveva pur tenuto le chiavi dell'anima sdegnosa di Ugo Foscolo. Il santo amore per cui aveva portati i ferri del galeotto, per lui era diventato il male; la fede nuova aveva soffocato la vecchia, ed egli faceva ammenda del suo glorioso passato per tutti i confessionali di Torino.
Non bisogna irritarsene, ma compassionare.
La condanna del Pellico e l'aureola che quindi giustamente merit (poich  inutile ripescare a chi egli possa aver nociuto ne' suoi esami, come traspare dalle Memorie dell'Arrivabene) furono uno dei pi strani errori dell'Austria nel suo dominio tra noi. Il direttore di polizia nel suo barbaro italiano scriveva: "Tanto il Pellico quanto il Maroncelli erano marcati per le relazioni loro colle persone notate, per la loro animadversione al sistema dominante in queste provincie, ma nessuno riconobbe mai in essi che due scioli, capaci a sostenere con qualche eloquenza le opinioni loro letterarie, ma giammai atti ad un'impresa qualunque".
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Il Pellico, dopo le prime prove del carcere, scriveva al Salvotti: "Sono sette mesi che gemo dolorosamente sul mio fallo... Mi abbandono ai miei giudici". L'uomo era gi domato e divenuto innocuo. Egli era maturo per passare dalla domesticit carbonare del Porro a quella gesuitica della marchesa di Barolo. Come l'acuto Salvotti non se ne avvide?
Forse nocque a Silvio l'esser letterato, l'appartenere cio a quella classe di persone che dal governo d'allora era temutissima; e di pi l'esser romantico, poich lo stesso Pellico aveva scritto al Marchisio: "A Torino come nelle nostre citt per dire un liberale si dice un romantico: non si fa pi differenza alcuna. E classico  diventato sinonimo d'ultra, di spia e d'inquisitore". Forse cos Silvio pagava per tutto il Conciliatore, egli che era il meno solvibile della compagnia.
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Forse gli pesarono sopra i versi patriottici della Francesca, che al Foscolo parvero da gettare al fuoco: al Foscolo che, all'Italia mia del dolce Silvio, aveva risposto cogli sdegnosi versi della Ricciarda: Amor d'Italia? A basso intento  velo-Spesso ecc. Basso intento non era nel Pellico, poich tale non pu esser detto il desiderio della facile fama; ma l'italianismo classico di Ugo e l'italianismo romantico di Silvio meritano riflessione. Ambedue conducono alla sventura, esilio o carcere; ma se nel Pellico  pi grave la sventura, nel Foscolo  pi seria la convinzione.
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Il Pellico, anima dolce e ingenua, s'era dato al romanticismo ed al carbonarismo sotto la influenza dell'ambiente in cui viveva. Gli uomini del Conciliatore lo ascrissero alla loro chiesa, ed egli, nella foga giovanile, divenne caldissimo credente. Ma, senza dubbio, quando egli si gett in quell'avventura non misur le proprie forze per sapere se bastassero ai pericoli. And avanti storditamente, ingenuamente: ma quando il Salvotti stese le unghie sopra di lui, fu spaventato e fu vinto subito. La sua imprudenza fu meno pericolosa di quella di Giorgio Pallavicino: eppure cap che non avrebbe potuto indurre il Pellico a disonorevoli confessioni, ma non cap (e questo  strano) che il Pellico era gi ravveduto e non pi pericoloso.
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Dopo pochi mesi di carcere, non solo Silvio non avrebbe pi potuto tentare il viaggio di Mantova e la conversione dell'Arrivabene, ma colla mano ancora tremante dallo spavento non avrebbe potuto pi riprendere la penna con cui scrisse la Francesca e l'Eufemio. Non avrebbe abiurato in pubblico, ma di dentro l'abiura era gi fatta. Egli era gi degno della pensione che Carlo Alberto gli larg quando non attendeva ancora il suo astro.
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Oramai la fama del Pellico non vive che per le Prigioni. Il suo miglior libro, come quello di tutti gli scrittori, fu il libro vissuto; ma egli certamente quando lo scrisse, non ne conobbe tutta l'importanza. Non voleva mostrare altro che si pu essere religioso senza servilit, come egli scrisse al fratello Luigi nel 1832, e non era suo intento l'intenerire l'Europa sulle sciagure degli italiani condannati. Lo strale pass il segno cui egli lo aveva diretto, tanto che l'Austria sembra aver officiato la Curia Romana per la condanna del volume.
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Che Le mie prigioni non siano scritte con un intento politico, ma religioso,  troppo chiaro perch bisogni dimostrarlo. Bastano le disapprovazioni di Silvio alle Addizioni del Maroncelli, e il poetizzamento contrario al vero della povera Zanze. Le Addizioni provano che il Pellico attenu la verit, specialmente per quel che riguarda i confessori dei condannati allo Spielberg; e l'ultimo volume delle Memorie d'oltre tomba dello Chteaubriand ci mostra la vera Zanze.
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Lo stesso illustre visconte, parzialissimo del Pellico e unito con lui negli intenti religiosi, dopo aver riportato uno sgrammaticato e furibondo scritto della Zanze che ingiuria Silvio e lo accusa di menzogna, non pu tenersi dal dire: "Io ritengo dunque che la Zanze delle Mie prigioni sia la Zanze secondo le Muse, e quella di questa apologia la Zanze secondo la storia". Ora le attenuazioni e gli abbellimenti essendo fatti chiaramente in pro di una tesi devota, si vede che tale era la tesi del libro. Che se invece le Prigioni ebbero un effetto politico, lo ebbero a malgrado dell'autore.
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Tutto a quei tempi poteva parere un'arma contro ai dominatori, e quando il portare la barba era un segno di ribellione, ci voleva poco a trovare nel libro del Pellico l'intenzione di descrivere i martirii de' patrioti ad incitamento e ad esempio. Ma  tanto vero che ci fu fatto lontanissimo da' suoi propositi, che il libro, come ripeto,  caduto nel lago gelato della letteratura pei seminari, mentre le strofe del Berchet suo contemporaneo ed amico, strofe dove davvero c'era un intento patrio, non muoiono e non morranno.
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La fama del Pellico venne appunto di l dove egli non la voleva. Il libro dur finch a dispetto dell'autore fu rivoluzionario. Quando divenne quel che Silvio aveva voluto, una dimostrazione dell'efficacia della divozione nell'alleggerire i mali, cominci a declinare. Una fama cos artificiale ha durato pi del credibile in causa delle sventure, pur troppo vere, che afflissero il povero Silvio: ma di mano in mano che i tempi eroici delle nostre rivoluzioni si allontanano, quella fama impallidisce e sfuma, poich le manca il sale dell'arte, quel sale che conserva i libri dalla distruzione e dall'oblio.
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Infatti, oramai si pu dire senza incorrere nella taccia di presunzione, il Pellico non fu mai poeta, ma appena un triste versificatore; di rado si innalz fino alla mediocrit. Ebbe un momento di ispirazione a' tempi del suo carbonarismo annacquato, allorch il calorico dell'ambiente in cui viveva scald il suo frigido ingegno fino all'eretismo retorico della Francesca; ma fu un lampo. Egli non cap nemmeno quale fosse la nota che trascina all'applauso in quella tragedia, e immediatamente dopo si diede alla esagerazione della maniera.
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I due ultimi atti dell'Eufemio da Messina, pensati e scritti poco dopo alla Francesca, non sono che la esagerazione dell'eretismo artificiale in cui aveva creduto di trovare il segreto del buon successo; non sono che un cumulo di atrocit grottesche e paralitiche, che parvero eccessive alla stessa polizia austriaca che non aveva il cuore tenero in quell'et dell'oro della tragedia, quando Atreo, Medea e Tieste non parevano troppo feroci al pubblico milanese del teatro Re.
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Il resto delle tragedie di Silvio non mostra che la miseria profonda del suo ingegno, e il povero Maroncelli dovette bene aver la trave dell'amicizia nell'occhio quando lo proclam il primo drammaturgo d'Italia. Il tempo, del resto, ha fatto giustizia dura ma completa. Non c' bisogno di prove per capacitarsi della supina mediocrit delle sorelle di Francesca. Chi non sorride a met del Tommaso Moro? Chi non sonnecchia alla fine?
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Che il Pellico non fosse poeta, lo provano ad esuberanza le Cantiche, efflorescenze disgraziate di un romanticismo ridicolo. Il romanticismo, come tutte le cose di questo mondo, ebbe la sua ragione d'essere, cos come azione che come reazione. Ma  bravo chi pu capire il perch del romanticismo delle Cantiche! Servirsene come mezzo era giusto; tenerlo come fine  ridicolo. Ad ogni apparire di scucia letteraria, ci sono questi poveri di spirito che cambiano l'istrumento col lavoro da fare, che credono fine della ribellione artistica il cingere la spada per pavoneggiarsene e non per servirsene.
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Ora il Pellico fu appunto di quelli che nel romanticismo non videro altro che la moda, la superficialit del vestito e del gergo. Cant trovatori e castelli, perch prima si cantavano eroi e templi: vest i suoi cavalieri di elmetti e pose mano al liuto senza saperne il perch, come prima gli ultimi classici vestivano di clamide i protagonisti e sonavano la lira invocando gli Dei cui non credevano. Fu questo veramente il peccato originale dei romantici italiani, per i quali i libri dello Schlegel rimasero suggellati.
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Ma nel Carmagnola e nell'Adelchi c' un po' pi che la moda romantica; e mentre il Manzoni ammazzava il vecchio classicismo convenzionale e bugiardo a profitto di un cristianesimo che non  pi il cattolicismo, sapeva almeno quel che faceva e perch. Ma chi sa dire per qual ragione il Pellico faccia cantare noiosamente i suoi trovatori sulle rovine dei castelli e ci mostri perpetuamente un medio evo inventato e falso, la tradizione letteraria del quale non  ancora scomparsa dalla nostra letteratura, specialmente drammatica? Gli manc il giudizio per capire la ridicolezza de' suoi trovatori: gli manc l'ingegno per farli almeno cantar bene.
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E le liriche?... No, non conviene nemmeno ricordarle.
Per mostrare quanto siano al disotto della pi meschina mediocrit, basterebbe portar qualche brano di certe ridicole sbrodolature bigotte. Ma solo il trascriverle parrebbe mancanza di rispetto.
Lasciamole nel limbo dove dormono il sonno sempiterno.
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Povero Pellico! Chi pi sventurato di lui? In vita soffr il martirio, e dopo la morte gli manca quella stessa fama della quale era vano pi che non paresse.
Che terribile giudice, il tempo!
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SILVIO PELLICO A ROMA.
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Gli epistolari degli uomini celebri sono sempre stati cercati e letti avidamente, ma le Lettere famigliari del Pellico, pubblicate dal Durando nell'anno scorso a Milano, presso il Guigoni, chi le ha lette? E davvero non  da meravigliare se la pubblicazione fu accolta con qualche lode dai giornali cattolici, senza per riuscire a farsi posto tra le cose importanti o soltanto curiose, venute fuori in questi ultimi tempi.
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L'epistolario  edificante, ma seccante. Non  in fondo che una collezione di giaculatorie, di pie aspirazioni, di bigotterie piccine piccine da far dormire in piedi. Cos doveva finire l'autore della Francesca!
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Anche come arma, come libro di predicazione cattolica, vai poco. Vuoto, insipido catalogo di tutte le messe ascoltate e delle indulgenze lucrate, non solo non convertir nessuno, ma allontaner qualche animo delicato da una conversione di quel genere. Anche una persona d'ingegno pu credere ad un tratto, ma non pu cadere in una divozione cos volgare, cos cretina, sotto pena di non essere pi un uomo d'ingegno, ma un'oca.
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E i catecumeni che conservano appunto un po' d'ingegno, non possono a meno di vacillare, fosse pure per un momento, davanti ad un esempio cos sconfortante. La fede del Chteaubriand pu tentare qualcuno, ma la fede del Pellico, la fede gozzuta dei pifferari irragionevoli tenter pochi. Per questo ci pare che, anche come libro cattolico, l'epistolario del Pellico, sia sbagliato.
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A met d'agosto del 1845, Silvio Pellico parte da Torino per Roma. Arrivato ad Alessandria vuoi mangiare di magro, ma monsignore Arnaldi non glielo permette. A Genova alloggia dai gesuiti, ed arrivando ha la fortuna di trovare una messa pronta e di poter fare le sue divozioni. Ecco le sue prime impressioni di viaggio. A Civitavecchia  ricevuto dal console del suo paese e si loda dell'accoglienza perch il console  amico devoto dei gesuiti.
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A Roma  ricevuto a braccia aperte al Ges, ed egli va in estasi davanti ai riverendi esclamando che gode vedendoli e poi che sono tanto buoni! Il padre generale gli ispira rispetto e simpatia, e non pu saziarsi di guardarlo e d'ascoltarlo.  un santo!  cos nobilmente afflitto quando parla del Gioberti e degli altri che giudicano i gesuiti con malevolenza! Il cuore del padre generale  tutto carit! Ecco le prime impressioni di un artista, di un poeta a Roma! I padri sono gi tutti amici suoi ed al Ges ci sono molte messe!
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Non c' pi nulla che gonfi un cuore avvizzito, inaridito da una religione che insegna ad odiare il mondo ed a rinunciare alla ragione ed alla volont. Il Pellico si sbriga con due righe della basilica di San Pietro, per narrare poi con grandissima compiacenza la visita alle sette chiese che sta per fare col fratello gesuita, e la squisita bont del padre generale che mette una carrozza a sua disposizione.
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Egli sorride di coloro i quali sospettano che sia venuto a Roma per farsi gesuita, ed ha ragione. Perch si sarebbe fatto egli gesuita? Non lo era gi abbastanza? Ai furbi padri bastava di avere l'anima sua; il corpo era troppo debole per servire a qualche cosa e non lo vollero. Avevano spremuto il succo dell'arancia e non sapevano che fare della buccia.
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Quel po' di fregola artistica che aveva scaldato gi il mediocre versificatore, si  agghiacciata nella superstizione. Egli scrive alla sorella: "Tu mi credi occupato intorno alle antichit di Roma ed alle rovine. Niente affatto. Ho ammirato all'ingrosso, ho ammirato con piacere, sono contento d'aver visto quel che ho visto, ma dopo aver saziato la curiosit, la sola predilezione che mi sia rimasta  per le chiese. Oh! una chiesa! un altare! la certezza che Dio ama il culto che gli rendiamo! ecco quel che val meglio di tutte le curiosit antiche e moderne!" Ecco, non abbiamo intenzione di mancar di rispetto al povero Pellico, ma questo ci pare proprio un caso di rammollimento cerebrale.
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Ma in tutta questa bigotteria miserabile non c' un momento di lucido intervallo? Proprio il Pellico che soffr per aver amato l'Italia  morto tutto, e non  sopravvissuto che il gesuita frigido, il torzone di dura cervice? Ahim s! Sentite in che modo spicciativo narra da Roma alla sorella i casi di Romagna: "Nella cittaduzza di Rimini c' stata una rivoluzione passeggera. Alcuni malcontenti si erano impadroniti del governo, de' quattrini e delle armi. Il papa mand alcuni soldati e i malcontenti scapparono: ora tutto  tranquillo". L'ordine regna a Varsavia! C' da credere che l'abbiano messo allo Spielberg per sbaglio.
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Ma c' un momento in cui il pover uomo si sente in vena, ed  quando descrive alla sorella l'udienza accordatagli dal papa: "Non temere per la salute mia, egli esclama, non temere! Ho la benedizione di un venerabile pontefice che ha 81 anni! Oh che degno ed amabile Santo Padre!" Era Gregoriaccio, il beone che passer alla immortalit nelle satire del Belli!
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Il Pellico ne rimane incantato! e riceve divotamente le medagliuzze benedette colla superstiziosa fede di un cafone qualunque; e in un giorno di festa, egli che non visita i musei perch si stanca, e in quello del Vaticano, dove gli tocca di andare per forza, nota solo che di quando in quando pot mettersi a sedere, egli segue divotamente una lunga processione, innamorato del "santo vecchio che seduto sul suo venerabile trono d continuamente la sua benedizione", e sta attento perch quella benedizione tocchi anche a lui.
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Papa Gregorio solo a Roma ha la virt di infondergli un po' d'entusiasmo. Lo cerca, lo segue in San Pietro colla ansiosa ostinatezza di un innamorato e gli pare non essere mai stato benedetto abbastanza. Del suo romanticismo non gli resta che quel tanto che basti a mettere in canzonella i poveri Arcadi che cercavano di fargli buona accoglienza e di onorarlo quanto potevano. In carnevale dai balconi del Corso piange sulla vanit delle cose umane, compiange i poveri cavalli che corrono barbaramente spronati, ma non sa nemmeno se qualche povero diavolo sia cascato e morto sotto la furia dei corridori.
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In Trastevere la sua carrozza travolge un bambino che fortunatamente non si fa nulla e, poich il vetturino  arrestato, egli non ha che un sol pensiero che lo turbi, quello di dover tornare a casa alla meglio. Ma trova un altro cocchiere, ed egli ritorna tranquillo, tanto pi che il cardinale Lambruschini fa liberare subito l'arrestato, e la marchesa di Barolo fa quello che avrebbe dovuto fare lui, ci s'informa della salute del bimbo e gli manda qualche denaro. L'amore  esclusivo, e l'amore di papa Gregorio gli empieva il cuore tanto, che non ci restava posto nemmeno per la piet.
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L'ultima lettera del Pellico a Roma finisce cogli entusiasmi delle funzioni della settimana santa; ed appena giunto a Torino alla notizia della elezione di Pio Nono al pontificato, si rallegra pensando che il nuovo papa fu soldato, e crede che Gregorio in cielo abbia ottenuto cos buona scelta.

A questo stato di cecit, di insensibilit, di debolezza mentale era giunto il povero Silvio. Nulla di generoso e di forte sopravviveva in lui, e la compagnia di Ges lo aveva accuratamente potato. In questa sua miseria egli non scrisse pi un verso che possa rimanere, una riga che possa giovare. La sventura gli vel l'intelligenza, gli corruppe il cuore, gli tolse la ragione. Le sue impressioni romane sono tali e quali le avrebbe potuto provare un cappuccino qualunque, un novizio corto di testa.
Anche questa rovina la dobbiamo ai gesuiti che non ringrazieremo mai abbastanza.
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LETTERE AD ANTONIO PANIZZI.
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 un libro troppo importante quello che usc or ora con questo titolo dalla tipografia Barbra, per passare senza ricordarlo. Importante per la storia italiana, poich vi si ritrovano lettere di quasi tutti gli uomini principali che presero parte ai moti italiani, e nelle lettere, scritte senza il sospetto della pubblicit, si ritrova nudo e vero il carattere degli scrittori.
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Antonio Panizzi, affigliato alla carboneria, dovette esulare dagli stati modenesi dopo i moti del 1821 e nel 1823 fu condannato a morte in contumacia. Rifugiato in Inghilterra, camp in principio insegnando la lingua italiana, quindi, entrato negli impieghi, sal al grado insigne di bibliotecario del museo britannico. Sino dal primo giorno del suo arrivo si diede ad aiutare i compagni di sventura, e quando fu arrivato agli onori e fu in contatto ed amicizia con gli uomini di Stato, divent l'avvocato influente degli interessi italiani presso il governo inglese.
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Se fosse rimasto in Italia sarebbe morto all'apice della carriera di bibliotecario con quattromila lire l'anno, lorde dalla ricchezza mobile. In Inghilterra fu pensionato con trentacinquemila; e cos s'intende come le Biblioteche ed i bibliotecari siano presso di noi quel che sono.
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La prima lettera  di Santorre Santa Rosa, del giorno 5 settembre 1823; e l'ultima di Luigi Crisostomo Ferrucci, nel 1870. In mezzo troviamo Amari, Arrivabene, Azeglio, Berchet, Bertani, Cavour, Farini, Foscolo, Garibaldi, Mazzini, Medici, Minghetti, Orsini, Poerio, Ricasoli, Scialoia, Sclopis, Settembrini, Spaventa, Ugoni ed altri; nomi tutti di capitale importanza nella storia italiana di questo secolo.
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Troviamo l'uomo d'azione accanto al cospiratore, l'ingenua suffisance del Massari che si dichiara altamente impensierito degli affari dei principati danubiani, accanto all'attivit del Bertani che cerca di far scappar Settembrini dall'ergastolo di Santo Stefano. Le lettere del Mazzini stanno accanto a quelle di Massimo d'Azeglio, il quale nella sua corrispondenza col Rendu chiamava addirittura birbante il cospiratore genovese. Par quasi che la sorte abbia voluto fare una satira.
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Le lettere di Ugo Foscolo non ci mostrano un aspetto nuovo della sua vita, ma riguardano per quel disgraziato periodo del quale ci restano minori memorie, il periodo delle traversie finanziarie e delle lotte pel pane quotidiano che afflissero gli ultimi anni della sua vita. Giorni angosciosi ne' quali l'illustre scrittore di tante opere lodate era costretto a combattere co' librai, cogli editori, coi copisti e cogli invidiosi, nascondendo il proprio domicilio agli uscieri ed ai creditori. Il Panizzi godeva la fiducia del sospettoso poeta, e nelle lettere che riceveva dal Foscolo troviamo un cumulo di confidenze e di sfoghi veramente singolari.
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L'editore Pickering  trattato da mascalzone, e le lodi che ne fa Carlo di Borbone duchino di Lucca nelle sue lettere sentimentali non gioveranno ad assolverlo. I progetti del povero poeta pullulano in queste lettere, ma disgraziatamente per noi, la grande edizione del Dante, l'Iliade, i tre romanzi, le lettere ai Greci ed altre opere immaginate, non uscirono dallo stato di progetto. Il Foscolo mor nella miseria, non sappiamo quanto godrebbe dell'esser sepolto in Santa Croce per opera di certi uomini, in mezzo ad una nazione tanto diversa da quella che egli sogn.
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Bizzarre sono le lettere del conte Linati, uno di quegli esuli avventurosi che combattono e lavorano senza posa, pieni sempre di un ardore giovanile che non conosce ostacoli o scoraggiamenti. Condottiero in Spagna, confinato in Francia, colono al Messico, egli  sempre eguale a s stesso, ardito, instancabile. Il Pecchio, maligno biografo del Foscolo, ci si mostra pure in queste pagine sempre pieno di buone intenzioni, sempre ostinato a lavorare per la libert del suo paese. Ed invero queste lettere degli esuli o dei cospiratori fino al 1859 sono le pi vive, sono quelle che ci colpiscono, ci interessano di pi. Tutta una storia di dolori sparpagliata qua e l per l'Europa, si concentra in queste lettere, e i poveri esuli sembrano essersi dati convegno in queste pagine per dirci l'ultima loro parola.  una generazione estinta che rivive, sono i morti che si levano dai sepolcri lontani per dirci le loro speranze e gli spasimi loro. Val meglio questo libro che le pompose Notti romane del Verri, dove i vecchi quiriti evocati artificiosamente dai sacri colombari parlano un gergo oratorio e filosofico senza sincerit e senza verisimiglianza. Qui i morti gloriosi parlano colla loro voce, senza affettazione alcuna, e ci dicono la verit del cuor loro, e ci danno i loro giudizi giusti ed i falsi proprio come sgorgavano dalla coscienza.
 un libro senza retorica.
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Poich non  retorica quella del Medici che da aiutante di Garibaldi pass poi ad aiutante del re, l dove parlando della dimissione del generale nel 1859 nell'Emilia ci dice che Garibaldi avrebbe fatto un popolo leone ed altri far un popolo pecora. Ci sembrano curiose rivelazioni le seguenti:
"Garibaldi significa resistenza, Fanti rassegnazione. Il Re fu un momento per darsi a Garibaldi e gi aveva scritto a Fanti di dimettersi; ma quarantott'ore dopo era Fanti che doveva fare perch Garibaldi si dimettesse.
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"Ei lo fece in modo meschino, perch essendo Garibaldi a Rimini colle divisioni Mezzacapo e Rosselli pronto a passare il Rubicone (nota bene, d'accordo con Fanti ed altri) qualora fosse scoppiata insurrezione nelle Marche, si trov ad un tratto senza comando per aver il Fanti segretamente ordinato a Mezzacapo e Rosselli di non muovere un soldato se prima non ricevevano ordini da lui direttamente. Garibaldi, offeso per il toltogli comando, ma pi ancora per il modo subdolo, se ne and a chiedere spiegazioni al Re, il quale, fattagli la solita amorevole accoglienza e deplorando l'accaduto, le difficolt in cui si trovava con cinquantamila francesi in casa, coll'esercito in via di lenta riorganizzazione, minacce dell'imperatore se si facesse un sol passo fuori dalle righe ecc., lo consigliava a ritirarsi regalandogli il proprio fucile da caccia ed offrendogli il grado di generale nell'esercito sardo. Garibaldi accett il fucile e rifiut il generalato".
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Oh, dico! come la mettiamo? Si potrebbe conoscere un po' pi chiaro questo episodio tenebroso dei governi dell'Italia centrale e delle influenze esercitatevi da Cavour e da Rattazzi? C' il caso che Massimo d'Azeglio avesse ragione quando diceva chiaro e tondo che in tutte le faccende del 1859 e 1860 manc l'onest? D'Azeglio fu quel che volete; fu il primo a gridare che Roma era retorica, ma fu almeno galantuomo e non nascose mai nessuno de' suoi sentimenti. Questo galantuomo giudic come tutti sanno la politica di Cavour; come va dunque che il biasimatore e il biasimato sono oggi tutti e due sullo stesso altare ed incensati dallo stesso incenso? Non parliamo di quel che riguarda la lettera del Medici, perch allora Cavour dormiva sotto la tenda; ma il resto?
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Le lettere del Bertani e quelle del Settembrini sono un prezioso complemento della biografia di quest'ultimo. Tutta quella parte che riguarda la progettata fuga ha qualche cosa del romanzo, e davvero tutti questi episodi di prigione, di fughe, di condanne e di esilii, che cominciano dalla narrazione di Silvio Pellico per passare da quelle di Felice Orsini sino alle Memorie del Settembrini, sono una parte della letteratura nostra che non ha nulla da invidiare alle pi celebri autobiografie straniere, con questo di giunta che i principii pei quali soffrirono sono anche i nostri e quindi ci colpiscono profondamente. Lo stesso libro del quale parliamo rientra in questo ciclo letterario, anzi lo completa e lo illustra.
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Veramente  da far voti che simili materiali per la nostra storia crescano, si stampino e si ristampino. A leggerli, ci guadagnano tutti, e ne abbiamo bisogno.
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MRIME A PANIZZI. 1.
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Vorrei andare all'esposizione di Milano; ma poich per farlo ci vogliono dei quattrini, m'ingegno e traduco per l'editore Zanichelli le lettere del Mrime al Panizzi; e per fare la debita rclame all'editore, annuncio che il primo volume verr alla luce nei primi del mese prossimo.
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Sono lettere curiosissime. Il Mrime, che visse nell'intimit della famiglia imperiale ed era in caso di conoscere bene tutti i segreti che il volgo dei cortigiani ignora, scrivendo all'amico suo Panizzi con tutta confidenza, con quell'estro francese che, come certe salse, fa trovar buoni anche i cibi che non lo sono, e parla della storia contemporanea nel modo con cui l'intendevano i pezzi grossi del secondo impero.
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Una cosa per mi ha colpito. Il Mrime era un artista di gusto finissimo, e Colomba, il Teatro di Clara Gazul, le novelle squisite, piccole e preziose come gioielli, ne fanno fede. Ebbene, quando parla e giudica dalle cose che accadono, non  altro che un filisteo e parla come uno di quei droghieri che egli disprezza superbamente.  un droghiere volterriano che motteggia sul papa, sui cardinali e sulla Madonna, ed ha una paura convulsa e biliosa di tutto quello che da vicino o da lontano rassomiglia alla rivoluzione.
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Tutto gli fa paura, e Garibaldi lo spaventa orribilmente. Ogni passo del generale eccita i nervi del povero borghese mal diventato artista, che prorompe in ingiurie che il povero traduttore sua malgrado deve pur lasciare tali e quali.
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 un buon chauvin ed anche un po' gascon. L'esercito francese  per lui invincibile come Achille, e l'imperatore il migliore dei generali possibili ed impossibili; ma il pi lontano pericolo di guerra gli d i brividi, come se avesse un negozio di candele esposte ai ribassi della piazza; e mentre fa eccellenti augurii per l'unit, l'indipendenza e la libert d'Italia, si raccomanda con le mani in croce e per l'amor di Dio, che si stia bonini, che non si faccia rumore, che si lasci stare ogni cosa per paura che la Francia si trovi impegnata in una nuova guerra. Il papa e la Chiesa eccitano i suoi frizzi irriverenti; ma quando egli spera che cessi l'occupazione di Roma, non lo spera tanto per veder crollare la baracca pontificia, quanto perch cessi un pericolo di complicazioni possibili.
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E negli stessi frizzi contro al pontefice c' un poco quella ostentazione d'irreligiosit, che sembra piuttosto venire da una smania di parere uno spirito forte e bizzarro, che dalla intima convinzione. Il Mrime mor improvvisamente, ma se fosse morto adagio adagio potrebbe anche darsi che fosse spirato con tutti i conforti della religione e il prete al capezzale.
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In fondo non c' altro che quell'epicureismo piccino e pauroso che distingue gli scrittori imperialisti da quelli dell'opposizione. Anzi, due soli furono gli scrittori del secondo impero che aderirono alla fortuna dei napoleonidi: il Mrime ed il Sainte-Beuve, senatori ed epicurei tutti e due, irreligiosi e conservatori tutti e due. Il Mrime, pi delicato nei suoi gusti,  anche un po' pi ristretto nelle idee; il Sainte-Beuve, pi grossolano nel vivere e nel godere,  pi critico invece, e meno nicchio nella vita intellettuale. L'uno ama i piccoli e delicati godimenti, le novelle di poche pagine finissimamente lavorate, il frizzo di poche parole che sfiora la pelle ma non ferisce; l'altro invece si tuffa nei piaceri volgari, in una intera appendice, cercando prove, confronti, testimonianze. Artisti tutti e due, epicurei, borghesi, imperialisti, volterriani, sono le uniche glorie letterarie che il secondo impero possa vantare; e le vanta forse soltanto per questo, che dall'epicureismo al cinismo c' poca strada, e quando si trovano dei caratteri tali, non ci vuol molto a tirarseli dietro.
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Comunque sia, il Mrime non cessa di essere un artista eccellente, ed uno dei pi arguti scrittori di questo tempo, anche in queste lettere, buttate gi spessissimo in tanta fretta che ricordano la scucitura di un discorso famigliare fatto accanto al fuoco con un bicchiere di buon vino accanto.
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 che il Mrime, se aveva il carattere da borghese, aveva per l'ingegno d'artista; e l'ingegno molte volte nelle cose scritte riesce a velare il carattere, come talvolta nella vita riesce a modificarlo. S'aggiunga poi, che quel volterianismo tra lo scettico e il cinico, e quella tendenza fronduse che un po' pi un po' meno hanno nel sangue tutti i francesi, qualche volta lo muovono a certe aspirazioni di indipendenza, a una specie di opposizione contenuta, curiosissime a notarsi.
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Del resto, sotto il governo personale ed assoluto di Napoleone Terzo, questi scatti di opposizione erano inevitabili anche nei pi profondamente affezionati alla dinastia. In verit si soffocava: solo quando non si poteva tirare il fiato, si dava la colpa ai ministri, come se essi non fossero altro che gli strumenti ciechi nelle mani di Cesare.
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Il quale tanto voleva assorbire tutto nella sua volont, che il congegno stabilito di governo non gli bastava, ed aveva bisogno di un'azione personale e secreta al di fuori dei modi ufficiali, ed aveva una polizia ed una diplomazia fuori del governo. Lo testimoniano queste lettere, che spesso sono dispacci diplomatici di Napoleone a Gladstone passati per gli intermediarii Mrime e Panizzi. E il Mrime per amore alla dinastia che lo beneficava, e il Panizzi per amore antico alla causa italiana, si prestavano volentieri a questo ufficio, non dir di portalettere, ma di portaidee.
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Certo non  come un epistolario scritto in senso democratico. Tutt'altro! La democrazia e gli uomini suoi principali vi sono trattati come cani. Ma le ingiurie di un morto non feriscono pi, ed il guadagno che fa la storia contemporanea in queste pubblicazioni  tanto grande, che ci sarebbe piuttosto da augurarsi che piovessero fitte pi che non facciano i romanzi scimuniti che imbestialiscono i lettori delle appendici de' giornali.
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Chi approva, alzi la mano.
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MRIME A PANIZZI. 2.
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L'epistolario non potrebbe essere pi curioso o come si dice, interessante.
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Il Mrime aveva conosciuto intimamente la contessa di Montijo e, si pu dire, tenuto sulle ginocchia quella Eugenia di Teba che fu poi l'imperatrice dei francesi. Era rimasta quindi una profonda affezione tra il senatore e la sua sovrana; affezione reverente da parte del senatore, e graziosamente protettrice da parte della sovrana. E il Mrime era invitato alle feste pi pompose come alle pi intime, accarezzato, onorato quanto mai si possa essere in Corte.
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Se i suoi istinti borghesi lo facevano l'uomo pi conservatore e pauroso dell'impero, l'educazione artistica gli dava una certa scioltezza, e tra un accesso di paura e l'altro lo vediamo spettatore freddo e relatore arguto delle piccole tempeste della famiglia imperiale.
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L'imperatrice a Biarritz si mette in capo di girare attorno alla Spagna col suo yacht l'Aigle, e il Mrime  subito preso dalla tremarella pensando che il viaggio pu far nascere disordini a Cadice od a Siviglia. La paura gli d coraggio, ed eccolo tentare di dissuadere la sovrana con tutti gli argomenti pi cornuti che sia possibile, discutere e perorare, lo dice egli stesso, con vivacit maggiore che il rispetto non comporti. Passato l'accesso, torna scettico e finissimo osservatore, seccato della Corte e dei cocods che la compongono, smanioso di libert e di argutissime barzellette che qualche volta giungono fino al trono. Strana contraddizione tra l'istinto e l'educazione!
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E l'importanza di queste relazioni su quel che accadeva dietro le scene del teatro imperiale, cresce se si pone mente ai piccoli pettegolezzi che nascondono spesso un segreto poco bello. Napoleone Terzo, lo dice lo stesso Mrime, amava troppo le donne e troppo si lasciava guidare da loro. Lasciando quel che a tutti  noto della influenza dell'imperatrice sulle pi importanti quistioni del tempo e sulle decisioni pi gravi del governo francese, troviamo per esempio in questo epistolario il segreto della fortuna politica del Walewski, fortuna cos superiore ai suoi meriti. E il segreto sta nella compiacenza della signora Walewski pel capo dello Stato.
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Il velo delle iniziali e dei puntini col quale gli editori vollero coprire le narrazioni del Mrime,  troppo trasparente; il senatore, l'intimo amico della imperatrice, lascia trapelare il suo odio e il suo disprezzo per simili azioni, e narra con compiacenza un aneddoto sboccato, una insolenza triviale detta da un maresciallo alla compiacente ministressa.
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Davvero pare che in Corte si stesse un po' troppo allegri, poich quel Mrime che narra di aver preso parte, nel d della festa dell'imperatrice, ad una sciarada un po' troppo scollacciata, si lagna poi che i padroni di casa lascino fare un po' pi di quel che richieda il decoro perch i giovani si divertano. Ho letto, non so dove, che una signorina d'illustre famiglia, dovendo recitare sul teatrino di Corte, diceva: "La commedia  noiosa, ma noi mostreremo le gambe e si divertiranno". E questa frase dipinge a pennello la Corte del secondo impero, dove l'arbiter elegantiarum era quel duca di Morny eccellentissimo in tutti i vizi e tutte le birberie.
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Questo epistolario rincara la dose e chiuder la bocca ai postumi campioni del vizio elegante e del regno delle sottane troppo corte.
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Certo la polemica clandestina di quei tempi esager le cose e volle far parere un Tiberio o un Nerone colui che non aveva n le grandi qualit n i grandi vizi di quei successori di Cesare.
Il muto imperatore nascondeva spesso, sotto un'apparente concentrazione di pensiero, sotto uno studio di seriet silenziosa, una vacuit di mente che negli ultimi tempi non era pi un mistero per nessuno.
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Lungi dalle robuste galanterie di Vittorio Emanuele che poco pi chiedeva all'altro sesso delle soddisfazioni fisiche, l'imperatore nervoso, debole, floscio, cadeva facilmente sotto l'impero delle donne. Gli amori di Vittorio Emanuele avranno fatto, tutt'al pi, nominare qualche impiegatuccio o qualche usciere; ma gli amori di Napoleone Terzo facevano nominare i ministri. Quando Luigi 14 cadde sotto il dominio delle donne, il gran regno volse a precipitosa rovina.
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Non gi che io creda che la donna in genere abbia una triste influenza sulla politica. Credo invece che le donne viziose, che arrivano a dominare appunto in causa dei vizi, siano la rovina delle rovine per gli Stati. Confesso di non essere stitico in simili cose, ma credo fermamente che le bagasce, o siano plebee come la Dubarry, o divote come la Maintenon, o nobili come la Montespan, avrebbero a esser bollate colla loro brava patente. Rivediamo pure le leggi sulla prostituzione, ma anche contro queste eccellentissime signore.
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Un punto curioso dell'epistolario  l dove il Mrime (nel secondo volume) descrive le cordiali accoglienze fatte in corte al Bismarck, le simpatie che ei seppe destare, tanto che tutti e lo stesso Mrime lo ammiravano e lo amavano. A poco a poco, nelle seguenti lettere, l'entusiasmo si raffredda e finisce coll'odio cieco del 1870. Allora tutte le illusioni del secondo impero spariscono dolorosamente. La dinastia, il governo, l'esercito, tutto quel che brillava il d prima di tanta luce, si spegne ad un tratto, lasciando un odore non grato come un fuoco artificiale. E artificiale era tutto, fino l'entusiasmo! Proprio quello fu l'impero della bugia.
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Venne l'espiazione, poi la redenzione. Quante cose vedemmo noi e quante ne vedranno i nostri figli!
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FINE Parte 2.